In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«In verità, in verità io vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena.
Queste cose ve le ho dette in modo velato, ma viene l’ora in cui non vi parlerò più in modo velato e apertamente vi parlerò del Padre. In quel giorno chiederete nel mio nome e non vi dico che pregherò il Padre per voi: il Padre stesso infatti vi ama, perché voi avete amato me e avete creduto che io sono uscito da Dio.
Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre».
Una delle caratteristiche del vangelo di oggi e che ritroviamo anche nei vangeli dei giorni scorsi, è la caratteristica educativa di Gesù. Gesù comunica alcune cose ai discepoli e ne promette delle altre. Comunica quelle cose che ora possono comprendere, ne comunica di più che fanno fatica a comprendere, rimanda più avanti, quando sarà tornato dal Padre e loro avranno ricevuto lo Spirito, tutto il resto. Tutto questo con decisione e fermezza e accoglienza.
Sono le tre T: tempore, tempora, tempera. Vale a dire: a tempo, secondo i tempi e con fermezza.
L’atteggiamento educativo di Gesù nei confronti dei discepoli comporta una attenzione profonda a quello che i discepoli sono maturi per comprendere e per accogliere. È un primo atteggiamento che nasce dalla capacità di cogliere la verità in sé e la verità di ciò che ogni persona sta vivendo. Non serve a nulla buttare addosso alle persone fardelli pesanti e insopportabili, anche se veri. È necessario sapere dosare, se si vuole fare un servizio vero alle persone che ci sono affidate. Gesù coglie dunque quello che i discepoli possono portare e non risparmia loro nulla.
Ma non si ferma lì! Gesù già butta sul tavolo della vita e della comprensione dei discepoli qualche cosa che loro non riescono ancora a comprendere. Lui riconosce quello che possono comprendere, ma individua anche quello che potrebbero cominciare a macinare, a comprendere. Gesù è attento al tempo e secondo i tempi con forza. Non lascia nulla di intentato. Il suo Spirito è un Consolatore provocatorio verso una verità che deve essere sempre più piena.
Con forza significa con decisione ma anche con tenacia. Ognuno di noi ha delle ritrosie nel fare dei passi nella vita. Ci sono dei freni dentro di noi che ci portano a dire che non siamo capaci e che non riusciamo. A volte abbiamo paura della nostra ombra, non vorremmo sbilanciarsi più di tanto, malediamo quella volta che ci siamo sbilanciati troppo. Gesù sa riconoscere queste ritrosie e le combatte con forza.
Gesù sa riconoscere le cose che per noi ora, come per i discepoli allora, non sarebbero sopportabili, ci schiaccerebbero sotto un carico troppo pesante, non riusciremmo a comprendere quanto ci verrebbe donato; sotto un certo aspetto sarebbe come gettare delle perle ai porci. Questo è quanto fa Gesù ed è quanto siamo chiamati a fare noi nei confronti di noi stessi e dei fratelli che ci sono stati affidati.
Questo è l’atteggiamento essenziale della chiesa, stigmatizzato dal Vaticano II° intorno alla necessità della formazione delle coscienze: pochi proclami, tanta carità nella verità, moltissima misericordia. Il sostegno a questo atteggiamento ce lo suggerisce ancora Gesù: il Padre vi ama, poiché voi mi avete amato e avete creduto che vengo da Lui.
L’amore di Dio non dipende dal nostro amore: è profondamente legato alla nostra libertà. Il Padre ci ama sempre, ci ama talmente che non si spaventa dei nostri rifiuti, non si allontana a causa loro. Cosa che dovremmo trovare anche nei genitori che non fuggono i figli, soprattutto adolescenti, perché rifiutano, contrastano, contestano. Il nostro amore nei suoi confronti come nei confronti dei figli è conseguenza del sentirci amati e riempiti di un amore che rompe e travalica i confini del nostro io.
L’invito che Gesù fa è quello di entrare in questa dinamica di amore Trinitario dove il Padre ama il Figlio nello Spirito e dove grazie a questo amore noi diveniamo parte della Trinità. È nell’entrare in questa dinamica di amore Trinitario che noi diveniamo educatori della vita alla Gesù che è via e verità. Qui sta la salvezza della Chiesa e nella Chiesa. Tutte le altre cose a cui purtroppo come Chiesa diamo continuamente importanza e centralità, sono secondarie. E se da secondarie noi le rendiamo prioritarie, noi siamo degli idolatri e dei fuorviati: non siamo fedeli al vangelo e al messaggio del regno. Cercheremo i ricchi e le promozioni e la visibilità, come fa il mondo, e scapperemo dai poveri, i prediletti dal Padre. A causa di ciò, anche se lo abbiamo continuamente sulle labbra, ci troveremo lontani da Gesù e saremo tra coloro che bussando alla porta diranno: Signore, Signore aprici. E lui ci risponderà: non vi conosco. E noi: ma abbiamo mangiato con te, siamo stati con te, abbiamo camminato con te, siamo venuti in chiesa. E lui: in verità, non vi conosco.
Tutto questo siamo chiamati a farlo nel nome suo. Le nostre richieste al Padre, il nostro appassionarci alla Vita, il nostro desiderio di entrare nella dinamica Trinitaria, la nostra capacità di amare i nostri e gli altrui limiti, il nostro desiderio di perdono, la nostra ricerca di verità, il nostro lasciarci educare e la nostra disponibilità ad educare a nostra volta. Tutto questo facciamolo nel nome suo per conoscere che non siamo più noi che viviamo, ma il Cristo vive in noi (Gal 2, 20).
Pregare per chiedere la gioia in nome della gioia, per non perdere la forza e l’energia della gioia in qualsiasi frangente e occasione della vita,
e così ottenere dalla vita tutto ciò che all’uomo serve e manca per la propria pace e felicità.
L’uomo viene dalla gioia di Dio, e in grembo alla gioia di Dio tornerà per la vita senza fine.
Paolo Spoladore
Quando il cuore si apre, noi ci scopriamo figli e la nostra gioia diventa piena, come quella di Gesù.
E allora basta alzare lo sguardo per vedere che ciò di cui avevamo bisogno il Padre già ce lo ha dato.
Bottaro
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