Giovanni 17, 1-11a

In quel tempo, Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse:

«Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato.
Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse.

Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato.

Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono glorificato in loro. Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te».

Dare sembra essere il verbo che dona senso a questo capitolo. È nel dare che trova senso il potere della vita eterna che consiste nel servire. Dare, in questo capitolo, ritorna 17 volte. Più chiaro di così! Nella Bibbia la ripetizione non è cosa stucchevole, come lo è per noi, ma è cosa che dice centralità di quell’azione. Il fatto poi che ritorni 17 volte significa, perché a questo corrisponde il numero 17 in ebraico, un richiamo al bello e al buono. È quel bello e quel buono che è la sintesi dello sguardo del Padre Creatore sulla creazione agli inizi di tutto.

Il potere che il Padre dona al Figlio si manifesta nell’amore che dona vita. È donando vita che noi assorbiamo il principio di vita che proviene dal Padre di tutte le grazie. È accogliendo il seme della Parola incarnata che noi possiamo portare frutto, prendendoci cura di quel seme che in noi deve morire per potere germogliare.

In questo consiste il potere: nell’amare tutto il creato facendosi servo dello stesso, non sfruttatore dello stesso, come siamo noi, divenendo distruggitori e inquinatori fino alla morte di tutto.

Ama con lo stesso amore di Dio significa lavarci i piedi a vicenda divenendo costruttori del creato, non più distruttori. E il potere consiste non nel possedere, come crede il mondo cioè noi, ma donare come il Padre. Possedere è causa di divisione, rivalità e morte; dare, dare col cuore, è principio di comunione, amore e vita.

Per questo ogni carne, ogni corpo, ogni persona è destinata a vivere del soffio di Dio che è lo Spirito Santo, che è l’amore incarnato fra il Padre e il Figlio e di loro con gli uomini.

Da qui nasce e scaturisce la vita eterna che non è nulla di epico e di lontano, niente che riguardi il futuro, tutto che riguarda l’oggi. La vita eterna significa, in Giovanni, il Regno di Dio che è Padre e figli e fraternità. Niente più. La vita eterna è la vita di Dio in noi, vita di Padre che ci rende fratelli non perché siamo bravi o perché riconosciamo di essere fratelli, quanto invece perché, semplicemente, siamo nati dallo stesso Padre e dalla stessa Madre.

La vita eterna è allora accoglienza del rapporto di amore fra Padre e Figlio. La vita eterna è conoscere Dio come Padre. Conoscere esprime la relazione intima di amore tra Padre e Figlio. La bellezza della vita eterna che conosce l’amore del Padre consiste proprio in questo: essere amati dal Padre e sperimentare questo amore potendo uscire con forza nell’espressione beata che dice: che bellooooo!!!!

Vita eterna è stare con Dio Padre e in Dio Padre grazie all’Amore che è lo Spirito Santo. Conoscere questo amore Trinitario significa entrare in relazione intima e beata con la Trinità stessa. Relazione Intima, che è lo Spirito Santo, fra Padre e Figlio. Relazione aperta nella quale, in quanto prima cristiana e non in quanto dea, è entrata Maria con il suo sì!

Conoscere il Padre, entrare in relazione intima con Lui, è via vera e vitale per non continuare ad ignorare noi stessi e gli altri. L’ignorare sé come figli e dunque fratelli, come il mondo ci chiede con le sue xenofobie, è negarci come persone e, dunque, condannarci a morte. Significa negarci il bello e il buono della vita. Togliere dalla nostra esistenza quella beatitudine che è vita eterna in noi e fra di noi: una tristezza mortale.

La fede è conoscenza dell’amore del Padre nella Trinità che equivale vita per il mondo intero, quel mondo che il Figlio è venuto a salvare e non a condannare. È venuto a salvarci dall’opera mortale del possesso, per aprirci all’opera vitale del donare e del condividere: che bella che è questa bontà divina!

Entriamo, apriamo, comunichiamo, conosciamo, viviamo, diveniamo eterni nella vita della Trinità condivisa, realizzata e resa reale oggi!

La vita eterna non è qualcosa che inizia dopo la morte fisica ma è entrare in una relazione col divino già qui, già ora. Il nostro potenziale è di essere eterni, non immortali ma eterni, capaci di sconfinare, di superare l’identificazione con i nostri limiti creaturali e terreni sentendo la nostalgia di un altro mondo, di un altro amore, di Qualcuno che ci chiama ad entrare nel Suo e nostro Mistero.

Avveduto

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19 Aprile 2025 Sabato Santo

“… Dio è morto e noi lo abbiamo ucciso: ci siamo propriamente accorti che questa frase è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana e che noi spesso nelle nostre viae crucis abbiamo ripetuto qualcosa di simile senza accorgerci della gravità tremenda di quanto dicevamo? Noi lo abbiamo ucciso, rinchiudendolo nel guscio stantio dei pensieri abitudinari, esiliandolo in una forma di pietà senza contenuto di realtà e perduta nel giro di frasi fatte o di preziosità archeologiche; noi lo abbiamo ucciso attraverso l’ambiguità della nostra vita che ha steso un velo di oscurità anche su di lui: infatti che cosa avrebbe potuto rendere più problematico in questo mondo Dio se non la problematicità della fede e dell’amore dei suoi credenti?
L’oscurità divina di questo giorno, di questo secolo che diventa in misura sempre maggiore un Sabato santo, parla alla nostra coscienza. Anche noi abbiamo a che fare con essa. Ma nonostante tutto essa ha in sé qualcosa di consolante. La morte di Dio in Gesù Cristo è nello stesso tempo espressione della sua radicale solidarietà con noi. Il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più chiaro di una speranza che non ha confini. E ancora una cosa: solo attraverso il fallimento del Venerdì santo, solo attraverso il silenzio di morte del Sabato santo, i discepoli poterono essere portati alla comprensione di ciò che era veramente Gesù e di ciò che il suo messaggio stava a significare in realtà. Dio doveva morire per essi perché potesse realmente vivere in essi. L’immagine che si erano formata di Dio, nella quale avevano tentato di costringerlo, doveva essere distrutta perché essi attraverso le macerie della casa diroccata potessero vedere il cielo, lui stesso, che rimane sempre l’infinitamente più grande. Noi abbiamo bisogno del silenzio di Dio per sperimentare nuovamente l’abisso della sua grandezza e l’abisso del nostro nulla che verrebbe a spalancarsi se non ci fosse lui….”.

da una meditazione sul Sabato santo di Joseph Ratzinger

18 Aprile 2025 Giovanni 18, 1-19, 42

L’atto di fede nasce dalla croce:

No, credere a Pasqua non è giusta fede:
troppo bello sei a Pasqua!
Fede vera è al venerdì santo
quando Tu non c’eri lassù!
Quando non un’eco risponde
al tuo alto grido.

D. M. Turoldo

17 Aprile 2025 Giovanni 13, 1-15

Nella bacinella dell’ultima cena c’è l’acqua della creazione in cui l’opera di messa in ordine dello Spirito continua ad aleggiare fino a noi, si ritira l’acqua del diluvio per fare spazio a un’umanità nuova, si apre l’acqua del Mar Rosso per mostrare la strada che porta alla terra della libertà, scorre l’acqua del Giordano in cui Cristo si fa solidale con ogni donna e ogni uomo di ogni tempo, sgorga l’acqua dal costato del crocifisso fonte inesauribile di consolazione per tutti quelli che hanno sete di Vita.

P. Lanza

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