Giovanni 20, 2-8

Il primo giorno della settimana, Maria di Magdala corse e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».

Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.

Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario –  che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.

Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.

Non l’hanno portato via e neppure è scappato. Non l’hanno portato via, anche se sarebbe la cosa più logica. Uno nasce, vive, muore e diventa cibo per i vermi o cenere per fare diamanti o da spargere ai quattro venti. Cosa c’è di strano? Nulla! E proprio perché non c’è nulla di strano, perché il tutto è così logico, che mi insospettisco.

Quando le cose sono chiare, quando filano via lisce secondo i nostri ragionamenti, quando hanno la pretesa di essere scientifiche quando di scientifico c’è ben poco a questo mondo, mi insospettisco. Quando le cose sono provate, quando le tocco con mano, quando non sfuggono ai miei sensi, mi insospettisco. Mi insospettisco non tanto perché queste cose non vi siano, quanto invece perché queste cose non possono, troppo spesso, dare vita. La scienza del dare vita in laboratorio non aggiunge una goccia di amore in più alla necessità di vita. Anzi rischia di diventare fredda e impersonale, di fare mancare la vita, quella vera, che non si vede e non si tocca ma che, senza la quale, tutti moriamo.

E dunque non è stato portato via, come sembrerebbe agli occhi di Maria di Magdala. Maria, donna che conosce il Signore e che per Lui ha dato tutto: Lui era tutto per lei. Lei va’ al sepolcro, va’ a trovarlo e non trovandolo si dispera. Si dispera e corre, corre da Simon Pietro e da Giovanni. Aveva bisogno di conforto, aveva bisogno di aiuto, aveva bisogno di una conferma. “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto”.  L’hanno portato via, logico. Che altra spiegazione vi può essere?

Ma perché portarlo via? Per fare sparire un luogo che poteva diventare luogo di culto?

Perché portarlo via? No, Maria. Ascoltati dentro e capirai che Lui non è stato portato via. Guardati dentro e lo vedrai in controluce. Guarda nel giardino e comincerai a vederlo. In un primo momento lo scambierai per il giardiniere, ma poi? Poi Lui ti chiamerà per nome e un muro cadrà e il cuore ritornerà a battere. Lui non è stato portato via, Lui è risorto.

No la nostra vita non è carne per i vermi, la nostra vita è un battito di amore infinito del cuore di Dio che ci tiene nel palmo delle sue mani.

Il sepolcro è in ordine, non c’è stato trafugamento e neppure fuga. I teli sono posati in ordine là, non può essere fuggito via nudo. E il sudario avvolto in un luogo a parte. Non è più qui, è tornato al Padre. Non puoi andare a prenderlo di nuovo, Maria. Ciò che era non sarà più e ciò che sarà, sarà qualcosa di insperato e di grande.

Pietro vide, Giovanni vide. Ma cosa videro? Un sepolcro vuoto e un po’ di teli ben piegati. Ma questa visione li fa credere. C’è una visione che oltrepassa la nostra vista ed è più grande e più vera della nostra vista. Come sarebbe bello potere vedere come vedono i ciechi, vedono oltre, sentono la vita, guardano l’orizzonte che si stende all’infinito oltre un muro o una siepe che a noi tolgono lo sguardo. Solo i poeti sanno vedere come loro. Vedono, perché l’essenziale è invisibile agli occhi, vedono più in là. Vedono dove c’è la vita e dove la vita viene donata.

E in questo vedere, in questo non fidarci dei nostri sensi più appariscenti, in questo vedere si snoda un cammino. È il cammino dell’amore tanto cantato da s. Giovanni nel suo vangelo e nelle sue lettere. Sono i misteri più intimi e profondi che si annidano nel cuore di Gesù e che attendono degli scopritori, attendono ognuno di noi. È il cammino dell’essere discepoli, scopritori dei segni del passaggio del Signore ogni giorno. Come amici che conoscono l’amico, scoprono i luoghi dove Lui preferisce ritirarsi e rintanarsi. Così noi, suoi discepoli, scopritori delle tracce di risurrezione che ogni giorno il passaggio del Signore nella nostra esistenza lascia. Noi che vediamo e crediamo che Cristo è risorto e che, la nostra persona, non è solo un accidente biologico da riprodurre in laboratorio e non è neppure destinata ad essere cibo per i vermi. Siamo ben di più, siamo chiamati alla risurrezione, siamo chiamati alla vita eterna perché amati da Dio. Un amore che o è eterno o non è il suo. Per questo noi suoi figli siamo destinati, grazie a Gesù che non è stato portato via dal sepolcro, a vivere in Lui, del suo amore che è infinito e che non può essere interrotto da nulla, neppure dalla morte.

Vediamo e crediamo, con quegli occhi che ci sono stati donati e che non si lasciano ingannare dalle piccole apparenze che ci abbagliano ogni giorno.

Si vede un fatto e si crede a ciò che significa. L’uomo è colui che sa leggere la realtà: ogni evento è un segno, che è significativo solo per chi lo intende. 

La fede non è cieca: è intelligenza che coglie il significato dei fatti e si rende conto del perché siano così e non diversamente. 

Credere non è creduloneria, ma l’interpretazione più ragionevole della realtà.

Fausti

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tutto ciò ha sapore di pane,
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tutto nacque per essere condiviso,
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