Giovanni 3, 13-17
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
«Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».
Quando noi cristiani pensiamo alla croce, vediamo in essa soprattutto un legno che è strumento di esecuzione capitale, un supplizio che racconta tortura, sofferenza, morte. Questo, in effetti, è la croce della storia degli uomini, la croce come “crudelissimo supplizio”, la croce di cui la Torah parla come luogo di morte riservato a chi è considerato nocivo per la società umana, un maledetto da Dio e dagli uomini.
Nella storia tanti sono stati crocifissi, uccisi con violenza inaudita e sempre nuova, perché giudicati pericolosi per la società da parte del potere religioso e politico, che in questi casi facilmente vanno a braccetto. Si pensi alla crocifissione inflitta agli schiavi dell’antichità, alla tortura nelle carceri delle diverse comunità politiche rette da ideologie e tiranni.
Proprio per questo non sempre comprendiamo nella sua verità la croce di Cristo: non è infatti la croce ad aver dato gloria a Gesù, ma è Gesù che ha vissuto la croce in modo da rendere questo strumento mortifero segno ed emblema di una vita offerta, spesa, perduta per amore, un amore vissuto “fino all’estremo” nei confronti degli uomini, anche dei suoi carnefici.
Per far comprendere questa verità ai cristiani e per non confinare la croce all’interno di una visione dolorista, la chiesa ha sentito il bisogno di celebrarla anche in un giorno diverso dal venerdì santo, al fine di raccontare la gloria che, grazie ad essa, Gesù ha mostrato: la gloria dell’amore.
La croce gloriosa, la croce nella gloria: non uno strumento di morte può essere glorioso, ma ciò che è diventato come simbolo, ciò che Gesù ha vissuto sulla croce deve essere visto e sentito come glorioso. “Gloria” è un termine che indica il peso, la gloria di Dio è il suo peso nella storia, è la traccia della sua azione, del suo Regno. Gesù, che ha accettato questo supplizio da parte dell’impero romano istigato dal potere religioso giudaico, lo ha fatto mostrando tutta la sua gloria: gloria-peso del suo amore vissuto fino all’estremo.
Sulla croce Gesù appare un reietto, un riprovato, un condannato sofferente e impotente, anche se in verità lui mostra la gloria, il peso che Dio ha nella sua vita. Quel Dio Padre che sembrava averlo abbandonato, in realtà, essendo obbedito nella sua volontà di amore da parte di Gesù, mostra nella vita del Figlio tutta la sua gloria.
L’orribile croce diventa così un segno luminoso; l’essere issato in alto, su un palo, racconta il regnare di Gesù, esaltato da Dio; la corona di spine sul capo di Gesù rivela la sua qualità di Re che serve quell’umanità che lo rifiuta; le sue ferite nelle mani, nei piedi e nel costato mostrano come Gesù ha accolto la violenza, senza vendetta né rivalsa, interrompendo così la catena dell’odio, dell’inimicizia, della violenza.
Per questo il quarto vangelo, il vangelo “altro”, legge la passione di Gesù come evento di gloria, legge la crocifissione come intronizzazione del Messia, legge le bestemmie dei presenti quali titoli che riconoscono la vera identità di Gesù: egli è “il re dei Giudei”.
Non solo nei vangeli sinottici ma anche nel quarto vangelo la croce è stata profetizzata da Gesù come “necessitas” in questo mondo ingiusto, in cui l’uomo giusto finisce per essere rifiutato, condannato e ucciso. Aveva infatti detto a Nicodemo che sarebbe stato innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque guardasse a lui con fede e invocazione potesse trovare la vita.
Non aveva forse anche detto: “Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”? Ecco chi è colui che attira: un uomo che si manifesta non come un superuomo, nella potenza e nel trionfo, ma come un uomo sfigurato e colpito dagli ingiusti semplicemente perché egli è il solo giusto capace di dare la sua vita per gli altri.
La croce di Gesù è il segno di come Dio ci ha amati: suo Figlio è steso su un legno a braccia aperte, è un servo, è uno che ha offerto la vita e che vuole abbracciare tutti.
Ma oggi che è la festa dell’adorazione della croce, non possiamo far finta che questa espressione sia normale. A occhi esterni suona strano: perché adorare uno strumento di tortura? «Adorare» è un termine che ha a che fare con i baci: perché “mandare baci” a un simbolo di morte?
Noi cristiani abbiamo spesso interpretato in senso doloristico la festa di oggi. La nostra fede rischia di diventare un piccolo delirio masochistico: per salvarsi bisogna soffrire, il Figlio di Dio deve morire in un modo decisamente poco bello e che lo faccia davanti a tutti.
Perché? Perché solo un sacrificio di un Dio può espiare la colpa dell’uomo nei confronti di Dio. Gesù paga il riscatto, soddisfa il torto che Dio ha subìto, interrompe la collera del Padre.
Adorare la croce significa contemplare il gesto d’amore di colui che ci è salito sopra. Non significa cercare il dolore, ma cercare il modo per attraversarlo, perché il male è presente, in tante forme, nella nostra vita. A Gesù non interessa spiegare il perché del male, ma indicarci una via per attraversarlo.
Adorare la croce significa accogliere il pensiero paradossale di Dio: donare sé stessi per trovare il senso della vita.
La croce, le nostre piccole croci quotidiane, senza amore, restano morte e fatica. Ma se proviamo a guardarci attraverso con gli occhi del dono, ecco che troviamo quel cuore che «salva il mondo», quel mistero di gioia da contemplare e da fare nostro.
La croce non ci parla di equilibrio, la croce è sbilanciata e ci indica la provvisorietà e la sospensione. E cosa è la fede se non questo essere portati, sospesi, appesi ad una fiducia, ad un abbandono? Quando ad essere in croce sei tu non servono né coraggio, né resistenza, né volontà: serve la speranza in un Dio che vuole che nessuno vada perduto, in un Dio che regala vita per sempre.
Luigi Verdi
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