Giovanni 3, 13-17
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
«Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».
O la croce o la guerra, non tanto come qualcosa di subito, ma come scelta di vita. Ciò significa che la croce o è la nostra condanna o è il nostro tesoro. Non tanto per una questione esterna a noi, quanto invece per una dimensione interna. Lo stesso legno può essere segno di penitenza e di dolori inutili, segni della ingiustizia umana, oppure, lo stesso legno, può diventare simbolo di una scelta di vita totalmente diversa.
È la vita dell’uomo che viene uccisa oppure è la vita di Dio che è eterna? È la vita dell’uomo che è solo biologia dove tutto finisce allo spirare dell’ultimo respiro, oppure è vita di Dio, vita eterna, vita che non finisce, che non conosce tramonto semplicemente perché vita vera?
L’uomo sta in mezzo a questa scelta. Noi possiamo stare in mezzo a questa scelta perché prima di noi in mezzo a questa scelta si è messo Dio. Tramite Gesù si è aperta una strada nuova. Il Figlio unigenito non è simbolo del Figlio unico. Il Figlio unigenito è tale perché primo tra molti fratelli. Gesù è il Figlio unigenito primo tra molti fratelli, lo è perché in Lui Dio Creatore ha deciso di divenire Padre, cioè Genitore. Non più creatore ma genitore. Il passaggio è lo stesso passaggio che c’è tra il vivere la croce come condanna oppure viverla come il “mio tesoro”, il “nostro tesoro”.
Passaggio che comporta il cogliere che la questione tra me e Dio non è tanto una questione di creatore e creature, vale a dire di giudice e di giudicato; la questione fra me e Dio è una questione intima, insita in me stesso. È una questione dove Dio è talmente intimo a me che non sono più io che vivo ma è Dio che vive in me (Gal 2, 20).
Il messaggio è: Dio è amore. L’amore di Dio per noi è agape, vale dire amore-comunione. Quell’amore-comunione che celebriamo ogni volta che celebriamo la messa, ma che così poco comprendiamo perché così poco l’abbiamo fatto nostro. È Dio che smette di fare il creatore perché cerca una relazione, la relazione con l’uomo. Nel ricercare questa relazione con l’uomo, Dio creatore sceglie di abbandonare la sua veste di giudice per divenire genitore. Il genitore chi è se non colui che genera, vale a dire colui che dona la vita fino a morire per il figlio. Il genitore è questo: colui che dona la vita fino alla morte, pur di salvare il proprio figlio.
Il passaggio dal Dio creatore al Padre avviene grazie al Figlio unigenito, primo tra molti fratelli. Avviene grazie al dono della croce, non più simbolo di condanna ma simbolo e realtà di vita e di dono. È nella croce che noi celebriamo la vita e scegliamo la vita.
Il mondo è sempre diviso tra il fare la guerra oppure vivere l’amore. La guerra è la soluzione delle soluzioni per l’uomo. Che soluzione vi può essere in uno strumento che per essere vivo e per concretizzarsi deve distruggere e uccidere? La guerra non può dare la vita, la guerra dà solo distruzione. È l’espressione più alta del male che c’è in noi; della mancanza di pacificazione che vive in noi; dell’incapacità di affrontare in modo amorevole quelle situazioni di distruzione che si presentano a noi.
Dio Padre, Dio genitore, è Colui che nel Figlio Gesù e grazie allo Spirito che soffia su ali di amore, si dona all’umanità per divenire il cuore dell’umanità, gioiello sul suo cuore, riscoprendo la sua Paternità e la propria figliolanza.
La croce è luogo di comunione e di relazione. La croce è luogo di generatività. La croce è scelta e filosofia di vita dove l’amore è il nostro Dio, non più la guerra e la divisione.
Dio non come osservatore e giudice, ma come Colui che è coinvolto nelle vicende umane. Non come onnipotente giudice, ma come Onnipotente nell’amore. Rispettoso della libertà dei propri figli fino alla morte e alla morte di croce nel Figlio unigenito, pur di non cedere alla tentazione della violenza e della guerra. È lì che la croce diventa simbolo di vita e celebrazione di vita. Senza la croce l’amore resta una pia illusione e una bella intenzione, non diviene fatto, non diviene storia.
Il passaggio è il passaggio dell’amore che si invera nella morte per divenire fonte di vita. È intrinseca la rinuncia alla guerra che tanto ci fa sentire liberi e fieri, ci fa sentire qualcuno. La croce ci mostra la guerra come cosa da poveri diavoli; come cosa da schiavi che non sanno ancora scegliere la vita né tantomeno la sanno dare; giudici del prossimo anziché generatori e genitori di vita.
Il giudizio non è più cosa di Dio. Il giudizio è cosa del mio intimo, del cuore dell’umanità. Lo Spirito ci libera da ogni condanna permettendoci di scegliere di passare attraverso la croce e la vita, dove le braccia della croce altro non sono che le braccia dell’amore. Chi non crede si condanna da sé alla guerra e alla violenza, alla vendetta e al risentimento. Se crediamo al nome che c’è in noi, al suo amore e scegliamo le braccia della croce noi scegliamo la via del perdono e del dialogo, la via dell’incontro, la via della genitorialità. La croce diventa il mio, il nostro tesoro!
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