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22 aprile 2020 Giovanni 3, 16-21

Giovanni Nicoli | 22 Aprile 2020

Giovanni 3, 16-21

In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Continuiamo, nel vangelo di oggi, il dialogo tra Nicodemo e Gesù. Un dialogo dove bene e male si affrontano, un dialogo che chiede di rinascere di nuovo, di scegliere di rinascere, di rinascere dall’alto, un dialogo dove Nicodemo non risponde alla domanda di Gesù. Siamo noi i Nicodemo che debbono rispondere alla domanda di Gesù di rinascere dall’alto. A noi è chiesta la risposta, una risposta non intellettuale, non ragionata, una risposta banale, “stupida” direbbe Ivan Karamazov di Dostoevskij, una risposta semplicemente vera.

            Gesù ci porta a cogliere, come “stupidi”, come bambini, vale a dire come gente che non si nasconde dietro vacui ragionamenti che sembrano più finalizzati a fuggire la realtà che a viverla e ad affrontarla, il quando uno vive veramente. La “stupidità”, l’essere bambini, che non ha bisogno di grandi ragionamenti, è sbrigativa e poco scaltra, è aperta e onesta, mentre l’intelligenza e l’uso che fa della parola spesso è birbante.

La domanda a cui rispondere con la nostra vita è “ma quando uno vive veramente?”. La risposta è semplice: non quando nasce, ma quando è amato. Diciamo questo pur coscienti di quanto questo termine sia ambiguo, di quanto questa realtà sia travisata. A volte sembra che l’uomo sia venuto al mondo per tradire se stesso, tradendo la realtà dell’amore e per distruggere questo mondo suicidandosi.

Ciò che ci fa rinascere, nella vita, è l’amore, l’amore di Dio che non ha implicanze di possesso. L’origine del nostro esistere, non c’è il caso o il fato, non è cosa banale, ma è disegno di amore. Il caso distrugge tutto ciò che produce, l’amore personale nostro e di Dio fa rinascere dall’alto. Dall’alto dell’amore, dall’alto della croce da cui Gesù soffia su di noi il suo Spirito di amore.

            Vi sono delle concretezze nella nostra vita che fanno emergere alcuni temi sottolineati dal capitolo terzo del vangelo di Giovanni.

Il primo lo consociamo bene: chi è il Padre, chi è il Figlio, come noi viviamo il nostro essere figli in relazione gli uni con gli altri. Questa relazione fa emergere quanto noi crediamo all’amore. Sembra più facile amare uno, soprattutto un poveraccio, se non lo vediamo in volto, se è lontano da casa nostra. Appena diventa vicino di casa, nero come è o ROM che sia, già ci accorgiamo che l’amore è cosa impossibile, l’amore si tramuta in sospetto prima e in rabbia poi.

Il secondo passo è dato dal fatto che credere all’amore diventa salvezza, non crederci diventa perdizione. Credere all’amore, non come dato crudele della nostra vita, è un dato che diventa spesso e volentieri morte dell’amore stesso, tomba sua e morte nostra. Dare e ricevere amore è vita. Rifiutare questa dinamica diventa morte con l’illusione che questa sia l’unica via per salvarci.

Lasciarci illuminare da Lui luce, ci rende capaci di diventare figli semplicemente perché ci mostra quale è la via della vita, la via dell’amore. Ci riporta a vita nuova rendendoci capaci di discernimento, di cogliere ciò che è bene e ciò che è male scegliendo se vivere o morire, se amare oppure vivere nell’indifferenza.

            Spesso noi amiamo le tenebre anziché la luce, a volte senza accorgerci. Siamo logici nello scegliere il male e non il bene, mentre sarebbe cosa da “stupidi” scegliere l’amore. Per scegliere l’amore bisogna essere “stupidi”. Noi giudichiamo “stupido” chi non fa i propri interessi amando questo mondo e il prossimo. Chi ama è un debole, è uno che si fa menare per il naso, è uno che lascia che gli altri ne approfittino.

Noi sappiamo che la menzogna e la violenza sono modi di vita sbagliati, eppure quanto della nostra vita è impostata sulla menzogna e sulla violenza? Se ascoltiamo TV e leggiamo giornali continuamente l’uno accusa l’altro di violenza e menzogna, usando, per tale accusa, violenza e menzogna.

Costruiamo un sistema di violenza, manipolata da intelligenze eccellenti, manovrate dal desiderio di potere e di possesso, non libere di essere “stupide”, costringendoci ad una morte lenta, schiava di un sistema personale e sociale distruttivo e disumano. In questo, non in teoria ma in pratica, noi ci giochiamo destinandoci alla non vita.

Ma perché lo facciamo? perché ci rifiutiamo di rinascere dall’alto? A questa domanda Nicodemo non dà risposta. A questa domanda siamo chiamati a dare risposta, sperando che la nostra “stupidità” ci permetta ancora una volta di scegliere la via bella di rinascita e di risurrezione, la via dell’incanto, la via dell’ingenuità, la via dell’amore. Per distruggere bastano gli avvoltoi, per costruire vita e dare vita ci vuole una persona umana che vive amore anche se “stupida”.

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