Giovanni 3, 16-21
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».
A me pare che la macchina del mio io sia a volte così pesante che è quasi impossibile cambiarla e gestirla. I nostri sentimenti, le nostre convinzioni che spacciamo per verità ma che verità non sono, legano pesanti fardelli sulla vita delle persone.
Ed è così che crediamo che il Padre sia un aguzzino che manda il proprio Figlio come segno di amore mentre Lui se ne sta nel regno dei cieli a lisciarsi la barba. Al limite possiamo pensare che i Tre, Padre Figlio e Spirito Santo, abbiano giocato a buschetta. Chi ha preso la busca di paglia più corta è stato il Figlio, il solito sfortunato, e a Lui è toccato in sorte di dovere andare nel mondo a morire.
Non riusciamo ad immaginare il fatto che in croce c’erano tutti e Tre grazie al Figlio. Non riusciamo ad immaginarci di come sia possibile una tale sintonia fra i Tre che sembrano una cosa unica pur rimanendo Tre. Al massimo riusciamo a comprendere che i Tre a forza di stare insieme si sono talmente appiattiti l’Uno sull’Altro, da non riuscire più ad avere una individualità, e ancor meno una personalità, propria. Pieni come siamo di noi stessi e della macchinosità a cui rischiamo di ridurre la nostra esistenza, che non riusciamo a cogliere la novità della vita Trinitaria in noi e per noi.
Questo passaggio del vangelo di Giovanni è un passaggio centrale per tutto il vangelo. In fondo Giovanni ci dice che Dio da sempre ha amato il mondo, un mondo che da sempre rifiuta Dio! Il gioco dinamico della vita è tutto lì. Ma la cosa peggiore è che essendo Dio la fonte dell’amore, noi rischiamo di fare correre la nostra macchina senza alcuna benzina di amore. Pieni come siamo di noi stessi ciò che importa siamo noi, cascasse il mondo. E la macchina della nostra vita corre, corre seminando male e uccidendo il bene a piene mani.
Riuscire a svuotarci per riuscire ancora una volta a cogliere il fatto che l’amore del Padre è senza riserve, vale a dire che non si ferma di fronte ai nostri rifiuti ma continua con fiducia a proporci il suo amore, dinamica essenziale per la nostra vita, significherebbe riuscire a superare il pregiudizio che è cosa impossibile e accettare di entrare nella dinamica divina dell’amore. Dinamica divina che è vera e profonda umanità.
Solo se sapremo svuotarci di noi stessi, delle nostre ossessive idee e altrettanto ossessivi pensieri di risentimento, saremo “capaci” di accogliere Colui che bussa, vale a dire quell’amore infinito che il Figlio è venuto a vivere e a donarci, amore che è del Padre, del Figlio e dello Spirito santo.
Credere che Gesù è la salvezza perché è andato in croce per noi significa credere che il segreto della vita sta nello spenderla gratuitamente per quei fratelli che sono tali non perché simpatici e meritevoli, ma semplicemente perché figli dello stesso Padre.
Non sta a noi decretare che gli altri sono fratelli: è cosa naturale, essendo generati dallo stesso Padre. Sta a noi accettarli e viverli come tali!
Liberi da noi stessi forse saremo di nuovo capaci di cogliere il fatto che il Cristo è venuto nel mondo a nome e con la partecipazione della Trinità, non per condannare ma per salvare il mondo con il dono di sé stesso, del suo amore, della sua vita nella croce che fiorisce nella risurrezione.
Rifiutare questo significa rifiutare, prima ancora che la Trinità, la dinamica di vita vera. Quella dinamica profondamente umana e naturale che ci parla dell’essenzialità, per una vita vera, della gratuità dell’amore. Chi rifiuta questo è condannato all’aridità dell’odio e del rifiuto, è condannato ad una progressiva disumanizzazione della propria esistenza. Aprire la porta all’umanità dell’amore è automaticamente un aprire la porta al Dio che si è fatto come noi perché noi diventassimo come Lui: pieni di amore e desiderosi di gratuità.
E ancora una volta la macchinosità del nostro io rischia di cozzare contro questa verità semplice e vitale, della nostra esistenza.
Solo il vuoto conseguente dello svuotamento della macchinosità e complicazione della nostra esistenza, ci permetterà di essere aperti e avere spazio per accogliere Colui che sta alla porta e bussa. Ce lo dice Lui stesso che sta alla nostra porta e bussa e che se qualcuno gli apre, Lui entrerà da lui, si siederà in lui e cenerà con lui! Più eucaristia/messa di questa! Svuotarci per lasciarci riempire: ecco il segreto della messa celebrata nella liturgia e, soprattutto, vissuta sulle strade della vita.
Come facciamo a restare in piedi mentre tutto crolla? Mediante la misericordia, l’esperienza di essere amati e custoditi anche nella distruzione, anche mentre tutto crolla: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in Lui non vada perduto”. Ecco: può crollare tutto, ma noi non andremo perduti, noi “resteremo in piedi e staremo saldi”.
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