Giovanni 3, 31-36
Chi viene dall’alto, è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla secondo la terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza. Chi ne accetta la testimonianza, conferma che Dio è veritiero. Colui infatti che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli dà lo Spirito.
Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui.
Continuiamo a volere essere della terra rifiutando la grazia di essere dal cielo. Essere dal cielo, significa, lasciarci avvolgere e coinvolgere dalla comunione della Trinità.
Il Padre ha mandato il Figlio che dona se stesso per il mondo e “senza misura dà lo Spirito”. Lasciarci avvolgere e coinvolgere da questa vita è il desiderio del Padre. Noi che siamo del mondo, siamo chiamati a non perderci nel mondo. Anzi, vivendo della stessa vita della Trinità, siamo chiamati a rivoluzionare la saggezza/stoltezza di questo mondo, rendendolo coi piedi per terra divinamente umano.
Tutta la nostra umanità, il nostro essere del mondo, la nostra saggezza di buon senso che altro non è che stoltezza, tutte le nostre tradizioni, tutti i detti dei nostri vecchi: sono tutte cose belle ma che non riescono a dare vita, vita eterna, che è la vita di Dio in noi e per noi.
Non vorremmo continuare ad essere parte di quel “eppure nessuno accetta la sua testimonianza”. Accettare la testimonianza di Dio, significa accettare la testimonianza del martire Gesù, del martire Dio. Colui che ha dato la vita non per un’idea, ma per una realtà. La realtà del senso del nostro mondo che trova se stesso solo nel donare la propria vita, vivendo da agnello.
Entrare in questa dinamica vitale, significa entrare in una dimensione di obbedienza che va oltre i nostri confini. Abbiamo sempre pensato all’obbedienza come a qualcosa che richiami l’obbedienza del bambino verso il genitore, niente di più falso. L’obbedienza a cui siamo chiamati è innanzitutto ascolto della testimonianza della Trinità. Quella testimonianza che è il mandato del Padre verso il Figlio che dona con abbondanza lo Spirito di amore. Ascoltare per comprendere non tanto e non solo con la testa, quanto invece col cuore. Ascoltare con tutto noi stessi fino a che il nostro desiderio si lasci avvolgere da questa vita che fa scattare in noi la convinzione di vivere secondo il cielo e non secondo la terra. Vivere secondo la saggezza, che è stoltezza per gli uomini, di Dio, quella del cielo, abbandonando quella saggezza degli uomini, che è stoltezza per Dio.
Così viviamo l’obbedienza vera, quella del Figlio, quella al Figlio. Perché abbiamo accolto la testimonianza Trinitaria che è Parola, che è Vita, che è Croce, che è Risurrezione, che è Pentecoste. Avendo accolto tale testimonianza siamo divenuti capaci di obbedienza. Obbedienza da adulti, non da bambini o bravi bambini. Obbedienza che nasce da un centro di vita che è arrivato in noi e che è in noi, e che non ha nulla di moralismo né tantomeno ha un limite nella sua fonte. La sua fonte è in Dio, Lui che ci muove abitando profondamente dentro di noi.
Qui sta il segreto di ogni uomo che rinasce dall’alto: “bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini”. Quel Dio nel quale nessuno si può identificare. Quel Dio che non si identifica assolutamente nell’autorità, come troppo spesso abbiamo propagandato. L’autorità serve per la dinamica strutturale e sociale di gestione. Si spera che l’autorità continui a ricercare la volontà della Trinità. Ma Dio non si può lasciare ingabbiare da un’autorità, fosse anche la più santa che vi sia. La ricerca continua dell’autorità di Dio in noi, la continua ricerca di ascolto, il continuo ricercare la presenza testimoniale della Trinità in mezzo a noi, è compito di ogni pellegrino che mai si adagia sul pensiero di essere arrivato. È proprio di ogni pellegrino che vive in una comunità dove, con l’autorità stabilita, si continua nella ricerca dei segni della presenza di Dio. È proprio di noi pellegrini che non ci spaventiamo dei segni che si tracciano continuamente in questo mondo. Segni belli e segni cattivi, sono segni che dobbiamo imparare a leggere e a comprendere per camminare sulla via della Vita, quella Trinitaria.
Senza questo non possiamo che sperimentare “l’ira di Dio”. E l’ira di Dio altro non è che la nostra chiusura alla vita Trinitaria, per nasconderci dietro strutture che sono di questo mondo più che di Dio. Strutture da ricchi, strutture dove possiamo vivere in pace mentre il mondo brucia, strutture dove si giustifica lo sfruttamento dei poveri. E in questo, noi chiesa, siamo stati più che colpevoli e continuiamo ad esserlo.
Accettiamo la sfida! Accettiamo la sfida che si trova nell’invito ad entrare in quell’obbedienza della fede che altro non è che entrare nella vita Trinitaria. Accettiamo la sfida ad aderire all’obbedienza del Figlio al Padre, quell’obbedienza che è, fondamentalmente, accettare e fare propria la passione di amore del Padre per l’umanità. Obbedienza fino alla morte e alla morte di croce, fino ad essere rifiuto a causa della sapienza della croce. Il suo darsi senza misura, che non è nostro, diventa un tracciante che ci indica la via e che muove la nostra passione e il nostro desiderio, se ci lasciamo toccare nell’orecchio e nel cuore, da tale testimonianza.
Non ci interessa difendere il nostro mondo e le nostre strutture per le quali siamo sempre pronti ad entrare in guerra. Ci interessa che Dio irrompa nella nostra vita perché con Lui possiamo co-generare la grazia vitale a servizio del nostro mondo.
Credere significa liberare in se stessi l’indistruttibile, o meglio: liberarsi, o meglio ancora: essere.
Franz Kafka
Contemplare il volto di Dio è cogliere il destino dell’uomo: l’impegno del Padre ad amarci e la nostra responsabilità a lasciarci amare. Questa altro non è che trasparenza, trasparenza che fa emergere il senso delle due parole: terra e cielo! Questa è la nostra identità in sintesi è in verità.
PG
Se vuoi ricevere quotidianamente la meditazione del Vangelo del giorno
ISCRIVITI QUI
Guarda le meditazioni degli ultimi giorni
9 Marzo 2026 Luca 4, 24-30
Le chiusure mentali più difficili da demolire ce le hanno coloro che pensano di essere i più vicini, cioè quelli che pensano di aver capito tutto e di avere tutto sotto controllo. A una persona che è convinta non si riesce nemmeno a parlarle fino in fondo perché il suo ascolto è occluso dalla sua convinzione.
M. Epicoco
Il ritenere tutto come ovvio finisce per non far riconoscere ciò che di diverso pure sta già germogliando, la familiarità finisce per dare tutto per scontato, l’abitudine finisce per leggere ogni cosa solo come stanca ripetizione di un passato senza sbocchi.
A. Savone
8 Marzo 2026 Giovanni 4, 5-42
Ti ho fatto per me.
In te ho posta una sete che parla di me.
Se la segui essa porta a me.
Ma tu non la vedi e non la senti.
Perchè il mondo ha provato a cambiarla, a rimuoverla, a cancellarla.
Ora hai sete di odio, di guerre, di potere, di successo e di denaro.
Per questo la sete di me ora dorme e tace in te.
Sei un girovago di pozzi in cerca di un’acqua che non disseta.
Avrai sempre sete fin quando non troverai me.
Nessuno può cancellare questa sete che io ho posta in te.
Prima o poi la intercetterai.
Te ne accorgerai.
E allora sarai stanco di girovagare per pozzi la cui acqua non sazia.
Io, invece, ti aspetterò al pozzo d Sicar.
Porterai la tua brocca e io ti darò l’acqua che non cercavi.
Risveglierò in te la sete che non provavi.
Perchè io ti ho fatto per me.
E nulla potrà darti ciò che solo io posso darti.
Il tuo cuore è un abisso.
Lo so bene perchè l’ho fatto io.
E io ci sono dentro.
Ora tocca a te rientrarvi.
Il pozzo sei tu.
Sei il pozzo ma non il fondo
Perchè il fondo sono io.
Da lì ti guardo.
Lì ti aspetto.
Tu sei la brocca e non l’acqua.
Perchè l’acqua sono io.
Berrai e sarai sazio.
Io in te e tu in me.
M. Illiceto
7 Marzo 2026 Luca 15, 1-3.11-32
L’amore sa aspettare, aspettare a lungo, aspettare fino all’estremo. Non diventa mai impaziente, non mette fretta a nessuno e non impone nulla. Conta sui tempi lunghi.
Dietrich Bonhoeffer
La paura di non essere amati ci spinge a non lasciare al padre il potere di farci sentire così e preferiamo non farci trovare più, lasciare il posto in cui ci si aspetta che restiamo. E, con il gesto più libero che abbia mai fatto, il fratello maggiore, che non ha mai chiesto nulla, confessa il suo bisogno di essere amato allo stesso modo, e si arrende alla ricchezza umana del suo limite, come se stesse dicendo al padre “vienimi a cercare, anch’io voglio essere trovato”. E Lui viene a cercarci e ci chiama figli, ci invita a rallegrarci e a ringraziare con Lui.
C. Bruno
Giovanni Nicoli | 11 Aprile 2024