Venuta la sera, i discepoli di Gesù scesero al mare, salirono in barca e si avviarono verso l’altra riva del mare in direzione di Cafarnao.
Era ormai buio e Gesù non li aveva ancora raggiunti; il mare era agitato, perché soffiava un forte vento.
Dopo aver remato per circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Sono io, non abbiate paura!».
Allora vollero prenderlo sulla barca, e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti.
È sera e i discepoli decidono di scendere al mare. La gente, dopo la moltiplicazione dei pani, voleva fare re Gesù il quale si era ritirato sul monte. È una cosa strana che Gesù si ritiri sul monte e i discepoli se ne vadano al mare. Mare che è simbolo del male, mare che è simbolo anche del nostro quotidiano, della nostra vita di ogni giorno.
Ebbene i discepoli decidono, dopo la moltiplicazione del pane, di scendere al mare ed era sera. È la sera della giornata, il Risorto non è con loro. Vogliono affrontare la loro giornata, salgono su una barca e si avviano all’altra riva: vogliono fare la traversata.
È buio e Gesù non era ancora venuto da loro. Cosa si aspettavano i discepoli? Erano partiti sulla barca eppure aspettavano la venuta di Gesù. Gesù non c’è, per questo è buio. Quante volte capita anche a noi di avviarci a sera ad affrontare la nostra vita e la nostra giornata. Ci sono persone che la affrontano di notte perché di notte lavorano: macchinisti, infermieri, ragazze di strada, poliziotti, guardie, ladri.
Ma c’è una sera che alle volte sembra avvolgere la nostra vita: la guerra, l’odio, le divisioni. Tutte cose che creano stanchezza nell’affrontare il nostro dovere quotidiano e la nostra vita.
Non so se c’è soluzione a certi conflitti. Vi sono molti si fanno la guerra e ormai ce l’hanno nel sangue e non riescono a fidarsi l’uno dell’altro. Ma il problema è che qualcun altro non vuole che la smettano di farsi la guerra e li sostengono nella loro testardaggine a credere di avere ragione: così vendono armi.
È notte: ogni giorno di guerra è notte per molte persone che perdono la vita, che non hanno più casa, che sono disperati, che vivono senza sapere come sarà e come andrà a finire.
C’è una notte che il nostro mondo si porta dietro e in questa notte il mare della vita è agitato e soffia un forte vento. Il vento del dubbio subito? Il vento del rifiuto? Il vento della stanchezza e della mancanza di forze? Il vento che ci fa sentire senza motivazioni?
Gesù ancora non era venuto da loro. Quante volte ci capita di aspettarlo, di attenderlo e di cercarlo e lui non si fa vedere, si fa attendere, sembra che sia sparito dalla circolazione. Eppure i discepoli speravano nella sua venuta, e come la speravano questa venuta se erano sul mare? Speravano che lui venisse e si facesse vivo.
Si erano dimenticati di prenderlo sulla barca con loro. Anche noi spesso partiamo pieni di buona volontà nelle nostre giornate, ma ci dimentichiamo di prendere con noi Gesù sulla barca della nostra vita. Remiamo, ma dopo un po’ non riusciamo più ad andare avanti; il vento ci fiacca, il mare agitato riempie la nostra barca di acqua, il male ci soffoca e sommerge. Allora, quando la terra del nostro cuore si riscopre arida, sentiamo il bisogno di lui, ci lamentiamo dell’assenza di colui che abbiamo dimenticato a terra e che non abbiamo preso con noi. Ricordiamoci al mattino di invocarlo e di invitarlo sulla barca della nostra giornata, portiamolo con noi.
Gesù si fa vedere, camminando sul mare e sul male, viaggia spedito nelle difficoltà della vita, si avvicina alla barca della nostra giornata: e i discepoli ebbero paura.
Lo cerchiamo, lo invochiamo e poi ci fa paura. Quando lo sentiamo vicino da un lato ci rassicura, ma dall’altro sentiamo che nulla sarà più come prima, tutto cambia.
Alle volte ci fa paura perché non sappiamo riconoscerlo, dopo la risurrezione facciamo fatica a comprendere chi lui veramente è e se veramente è ancora lui. Spesso abbiamo lo sguardo stanco, obnubilato dalla tristezza che pesa sul nostro cuore, non lo sappiamo riconoscere, pensiamo sia un fantasma.
È il Signore che dice ai discepoli: Sono io, non temete. Afferma la sua divinità: Io Sono, Sono Io, e li invita a non temere, cioè a fidarsi. A quel punto cadono le remore e le paure e i discepoli, dopo che se ne erano andati da soli, lasciandolo a terra e non portandolo con sé pensando di potere fare ameno di lui, si convincono che è Lui e che è bene che Gesù sia con loro nel loro camminare su questa terra.
Rapidamente la barca toccò la riva verso cui erano diretti: la presenza del Signore nella nostra vita è una spinta forte alla fiducia e alla speranza nell’affrontare la vita stessa. Le difficoltà diventano ostacoli da affrontare e superare senza fretta e senza ansia; i momenti grigi sono parte integrante della nostra esistenza e non qualcosa da evitare e da mandare via al più presto. Gesù pone chiaro in noi la meta da perseguire, il resto passa in secondo piano perché tutto diventa mezzo e strumento per tendere a ciò che il Signore ci ha suggerito e ci ha donato con la sua morte e risurrezione.
Bisognerebbe ricominciare dall’inizio ogni giorno. Dirsi addio e perdersi di vista. E poi subito cercarsi e ritrovarsi. Bisognerebbe vivere soltanto di inizi. Come due sconosciuti, che si hanno senza aversi mai del tutto.
Fabrizio Caramagna
Gesù che cammina sulle acque è colui che è riuscito a trasformare l’acqua in strada. Cammina sulle acque chi non subisce gli eventi ma li riconosce, li assume e li attraversa. Cammina sulle acque chi sa che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio.
Antonio Savone
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L’oscurità divina di questo giorno, di questo secolo che diventa in misura sempre maggiore un Sabato santo, parla alla nostra coscienza. Anche noi abbiamo a che fare con essa. Ma nonostante tutto essa ha in sé qualcosa di consolante. La morte di Dio in Gesù Cristo è nello stesso tempo espressione della sua radicale solidarietà con noi. Il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più chiaro di una speranza che non ha confini. E ancora una cosa: solo attraverso il fallimento del Venerdì santo, solo attraverso il silenzio di morte del Sabato santo, i discepoli poterono essere portati alla comprensione di ciò che era veramente Gesù e di ciò che il suo messaggio stava a significare in realtà. Dio doveva morire per essi perché potesse realmente vivere in essi. L’immagine che si erano formata di Dio, nella quale avevano tentato di costringerlo, doveva essere distrutta perché essi attraverso le macerie della casa diroccata potessero vedere il cielo, lui stesso, che rimane sempre l’infinitamente più grande. Noi abbiamo bisogno del silenzio di Dio per sperimentare nuovamente l’abisso della sua grandezza e l’abisso del nostro nulla che verrebbe a spalancarsi se non ci fosse lui….”.
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