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4 maggio 2019 Giovanni 6, 16-21

Giovanni Nicoli | 4 Maggio 2019

Giovanni 6, 16-21

Venuta la sera, i suoi discepoli [di Gesù] scesero al mare, salirono in barca e si avviarono verso l’altra riva del mare in direzione di Cafarnao.

Era ormai buio e Gesù non li aveva ancora raggiunti; il mare era agitato, perché soffiava un forte vento.

Dopo aver remato per circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Sono io, non abbiate paura!».

Allora vollero prenderlo sulla barca, e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti.

Siamo sulla stessa barca, eppure non capiamo. Siamo sulla stessa barca della vita e spesso il mare è agitato, ma non riusciamo a solidarizzare. Si va alla ricerca del colpevole anzichè cercare di guardare il problema e di viverlo navigando in esso. Nessuno ama avere problemi, ci mancherebbe, ma i problemi sono parte e sale della vita. Fino a che siamo vivi i problemi ci saranno. Il problema non è che ci siano i problemi ma come noi ci poniamo di fronte ad essi. Li viviamo drammatizzando e lamentandoci della vita, oppure li ascoltiamo, li contempliamo, cerchiamo di capirli per poi agire per quanto abbiamo capito? I problemi, essenza di questo mare di vita in cui navighiamo, sono da vivere prima ancora che da risolvere. Alcuni li risolveremo, altri no.
Siamo sulla stessa barca, fino a che non capiremo questo giocheremo sempre e solo al chi ha ragione e chi ha torto. L’altro anziché divenire ricchezza diventa problema. Il problema non è risolvere i problemi ma viverli perché sono vita anch’essi.
Gesù è l’Io Sono che ha appena donato ai discepoli quel pane di vita che ha sfamato i cinquemila e del quale sono avanzate 12 ceste. Che ne hanno fatto i discepoli di quelle dodici ceste, simbolo delle dodici tribù di Israele? A ben guardare a me pare che quelle ceste i discepoli le abbiano caricate sulla barca. Dodici ceste di pane: la barca ne è appesantita, il pane è diventato il loro pallino, dobbiamo salvare le nostre strutture e le nostre chiese. Quel pane per il quale Gesù stava per essere fatto re dalla gente sfama lo stomaco, e questo assicura la nostra animalità, ma se non è capito nella sua essenzialità e qualità, non nutre cuore e mente.
L’essenziale del pane è quanto hanno appena vissuto, la condivisione e la relazione che ne è nata. Tutti seduti hanno mangiato insieme a sazietà e ne è avanzato. Perché mai si sono, ci siamo, messi in testa di riempire la barca di quel pane fino a rischiare di affondare? Hanno perso l’essenziale che è la qualità principale del pane: la relazione d’amore che esprime. Quel pane si è moltiplicato grazie alla qualità di amore di cui era veicolo. Qualità di amore che la gente prima e i discepoli poi, non hanno capito e hanno perso per strada. L’incarnazione di questo Pane di amore è Gesù che dona quel cibo che non perisce, appena perdiamo questa dimensione la barca si appesantisce, noi perdiamo di senso, il pane che abbiamo accumulato perde la sua forza di amore perché non condiviso, Gesù diventa un fantasma, il pane ammuffisce e non dà più vita.
Abbiamo perso il pane come veicolo di amore e di relazione fraterna, non abbiamo più un Padre, ma il Figlio ci viene incontro in mezzo al mare agitato perché non ci molla, perché forte più della morte è l’amore, ma noi siamo preoccupati del pane e lo scambiamo come un fantasma appesantendo sempre più la nostra vita con false problematiche di cui ci riempiamo le giornate e con pani rancidi che non tolgono la fame, perché non più vettori di amore ma di egoismo e di accumulo.
Questo pane moltiplicato e accumulato non per la condivisione ma per tenerlo per noi, appesantisce la barca e uccide l’eucaristia, è la negazione della messa quotidiana che noi siamo chiamati a vivere incarnando tale amore nelle problematiche della vita.
La benedizione di Gesù del Pane è il IO SONO – SONO IO che dice ai discepoli che stanno sulla barca. Sono Io non abbiate paura. Non vengo a portarvi via la falsa ricchezza del pane che avete sulla barca, vengo a riempirlo di nuovo di vita e di amore, di senso della vita che troppo spesso noi perdiamo per via o per mare. Tale benedizione che Gesù fa non la fa una volta per tutte, la fa ogni giorno e invita anche noi a farla ogni giorno. In ogni momento non solo Lui ma anche noi possiamo compiere l’unico vero miracolo della vita: l’amore di condivisione fraterna di quello che siamo, prima che di quello che abbiamo. Il miracolo della vita non è mangiare il pane, non è assicurarci una pensione bella o brutta che sia, non è avere, il miracolo della vita è non morire sazi e disperati, il miracolo della vita è la relazione che si stabilisce nel Pane e nel Vino, nel Corpo e Sangue di Cristo realtà di amore donati e condivisi. Gesù che ripete quel gesto grazie a noi, preti o non preti poco importa fuori dalla chiesa, evidenzia ancora oggi il cuore delle nostre azioni finalizzate al senso della vita che è la condivisione, la relazione, detto in altre parole la fraternità.
Il sovrappiù non è la sazietà e l’abbondanza, le dodici ceste di pane se sono abbondanza appesantiscono la barca e oscurano la nostra vista facendoci urlare di paura di fronte a Dio: è un fantasma. Il sovrappiù è il senso del pane che è relazione e amore, essere figli e fratelli. Abbiamo la barca piena di Gesù pane, fino ad andare quasi a fondo – una piccola barca con dodici ceste piene! -. Ma abbiamo perso il Signore. Abbiamo questo pane e andiamo a fondo perché rancido per l’accumulo. Recuperiamo il senso di una Presenza che ci dice amore, relazione e condivisione, fraternità, ritorneremo a vedere il Signore della vita e non lo tratteremo più come un fantasma. Così celebreremo la messa vera.

    

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