Giovanni 6, 30-35

In quel tempo, la folla disse a Gesù: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”».

Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».

Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane».

Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

Basare la nostra fede su prodigi eccezionali è tentazione alle porte della nostra esistenza. Magari non ce ne accorgiamo, ma anche noi, come i Giudei che chiedono a Gesù come possiamo crederti? Quale opera compi? È nostra tentazione.

Magari la nostra tentazione si manifesta con l’indifferenza o con l’essere tiepidi nella fede, però c’è. Noi ci muoviamo se c’è qualcosa che ci prende veramente, qualcosa che vediamo, qualcosa che è appariscente, difficilmente abbiamo l’animo da Certosini che cesella la sua esistenza e il suo lavoro scoprendo la bellezza del vivere nelle piccole cose gustate giorno per giorno. Vogliamo cose grandi e appariscenti, efficienti e sicure, non possiamo e dobbiamo sbagliare. Con una premessa del genere chi avrebbe il coraggio di andare a fare qualcosa di buono? Magari in Africa dove ogni efficienza va dimenticata: Provvidenza e fiducia è l’opera che puoi essere sicuro di fare!

Con una premessa del genere chi ha il coraggio di credere che il Crocifisso Morto e Risorto è il pane vero che scende dal cielo e che dà la vita al mondo? Come si fa a credere che Gesù è il pane di vita e che chi va a lui non avrà più fame e chi crede in lui non avrà più sete. Un pezzetto di pane trasparente salvezza della nostra vita? Ma scherziamo?

Con l’Eucaristia Gesù si è rivolto alla fame degli uomini. Al pane Gesù aggiunge il vino, aggiunge allo spuntino quella nota di allegria senza la quale non c’è più vita. L’uomo infatti non vive di solo pane; ha bisogno, per digerirlo, di quel minimo di gioia di cui il succo dell’uva è il simbolo efficace.

Dice il libro del Siracide al capitolo 31 ai versetti 27 e seguenti:

“Il vino è come la vita per gli uomini, purché tu lo beva con misura. Che vita è quella di chi non ha vino? Allegria del cuore e gioia dell’anima. È il vino bevuto a tempo e a misura”.

Per preparare la vita e le feste eterne. Gesù prende il pane e un calice di frutto della vite, perché chi mangia di questo pane non avrà più fame e chi crede in lui non avrà più sete. In questi frutti della terra semplici e umili e ormai quasi sconosciuti nelle nostre diete, si dà appuntamento tutto l’universo.

Il frumento e l’uva sono alimenti che non chiedono lo spargimento di sangue, anche se non sfuggono neppure loro al passaggio della morte: devono essere schiacciati e scomparire come elementi originari per assumere un’altra forma e un’altra sostanza, un altro sapore e un altro effetto, per essere diversamente mangiabili e assimilabili.

Sia il frumento come l’uva debbono entrare in un drammatico ciclo di morte per nutrire la vita. Come Gesù che entra in questo ciclo di morte per dare la vita perché se il chicco di frumento caduto in terra non muore rimane solo, se invece muore produce molto frutto.

Il pane e il vino, segni dell’eucaristia, diventano motivo di ringraziamento perché richiamano un altro chicco di grano che incarnato sulla terra è morto per germogliare spighe di frumento e grappoli di uva. Si è fatto triturare e macinare nella passione e morte di croce perché divenuto Vino e Pane nella risurrezione potesse nutrire la vita di ognuno di noi e dell’universo intero.

Uno degli elementi portanti di tutta la vicenda Gesù è il rifiuto dalla nascita alla morte e poi anche dopo la risurrezione. Gesù è stato rifiutato quando, venendo nel mondo come Luce, le tenebre non l’hanno accolto: non c’era posto per lui all’albergo. È stato rifiutato quando ha iniziato ad annunciare la verità del suo essere Figlio di Dio. È stato rifiutato quando ha guarito di sabato, quando ha mangiato coi peccatori, quando ha rimesso i peccati, quando si è detto Luce e Acqua di vita. È stato rifiutato dopo la moltiplicazione dei pani perché la gente chiedeva segni visibili “perché possiamo crederti”.

L’eucaristia è il sacramento della condivisione, è il sacramento che ha come elementi portanti della sua celebrazione, oltre alla parola, il pane e il vino. Elementi che si condividono a tavola. Gesù frumento macinato e uva torchiata si è fatto pane e vino, si è fatto corpo e sangue, per essere mangiato e bevuto da noi: mangiato in condivisione. Ogni egoismo diventa tradimento dell’eucaristia: va consumata a tavola in condivisione. Se questo non avviene non rimane che la tristezza della solitudine, come è triste ogni banchetto consumato da soli. Sono atti di amore traditi, sono solo sveltine che lasciano il tempo che trovano se non un po’ di amaro in bocca in più.

Noi vorremmo dei segni visibili per credere in Gesù, Gesù ci offre un po’ di pane e un po’ di vino da condividere: se vogliamo credere questa è la nostra fede.

Un simbolo non si capisce, lo si ama, perchè proprio in quell’eccedenza di senso, nella sua inesauribilità che il simbolo incarna, sta la forza generativa e curativa dell’amore stesso.

Eldo Stellucci

 

 

Nessun segno ti può bastare 

se non scegli di lasciarti segnare

dalla Parola che orienta la vita, 

che dà inizio ad una svolta.

Il vero problema non è chiedere e volere dei segni

ma avere occhi e orecchi per riconoscerli.

 

Manco

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