Giovanni 6, 35-40
In quel tempo, disse Gesù alla folla:
«Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete.
Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
Il Signore Gesù è venuto nel mondo perché non perdesse nulla di quanto il Padre gli aveva dato. Questa vocazione del Signore, il Signore stesso la comunica a noi, mandandoci a tutte le genti ad annunciare la Buona Notizia. Ma come il Signore Gesù ha dovuto fare i conti con il male, per non perdere nulla di quanto gli era stato consegnato dal Padre, così anche noi.
Credo sia importante che ognuno di noi si metta nella dimensione del salvare tutto e tutti, non dimenticandoci del male. Non possiamo entrare nel mondo dimenticandoci che nel mondo il male esiste e lavora. Non possiamo entrare in relazione con questo mandato di Cristo dimenticandoci che ci manda come agnelli in mezzo ai lupi, e i lupi gli agnelli se li mangiano, non gli fanno né le carezze e neppure li applaudono. Non dimenticarci che il male c’è e agisce.
Il male può essere intenzionale, da parte dell’uomo, oppure no! Ma c’è. Il male nel mondo è presente. La realtà del male e del dolore, del peccato e della sofferenza, della colpa e della pena, del delitto e del castigo, è purtroppo una realtà effettiva e ineludibile, che conferisce alla condizione dell’uomo un carattere tragico.
Vi è un sottosuolo nell’uomo che è cattivo, crudele, perverso e irragionevole. Lo vediamo tutti i giorni. Quello che capita non è frutto del caso, non è un incidente di percorso ma è frutto di un male che c’è e che si dà da fare.
La tentazione del cristiano è la tentazione del quacchero: gente pacifica che crede che tutto si risolva da sé, che è pacifista ad oltranza, che subisce e basta, che pensa che il male non esiste e che non bisogna dagli molta corda. Oppure, il cristiano, è tentato di entrare in competizione col male con le sue stesse armi, con la forza e la potenza.
Non illudiamoci, la legalità dell’universo e l’universalità della ragione, non sono presenti all’uomo al punto da guidarne la condotta più o meno infallibilmente e costantemente verso il bene: all’armonia dell’universo l’uomo può preferire la distruzione e la preferisce più o meno coscientemente. Alla ricerca di far coincidere la virtù con l’interesse, che è pretesa, l’uomo oppone la deliberata volontà di fare il male. Ammazzo lei e mi ammazzo per non lasciarla sola, perché non debba soffrire per la mia dipartita da questo mondo: mai sentite queste espressioni da parte di persone che poi lo fanno realmente? Cerco un lavoro, non lo trovo e allora ammazzo tutti quelli che trovo sulla mia strada, poi mi ammazzo così nessuno avrà più bisogno di lavoro. Questo è un grido di disperazione, che sempre più noi sentiamo nella nostra società: è frutto del male ed è travestito con una razionalizzazione terribile.
Nell’uomo l’istinto della distruzione è altrettanto presente che quello della conservazione. Non possiamo neppure pensare che l’uomo faccia il male perché ignora il proprio interesse. La conoscenza del bene e l’azione cattiva possono essere simultanee, spesso lo sono, coscientemente oppure no, ma lo sono!
Il mondo umano è dominato da una positiva volontà di male: il male, il peccato, la colpa non sono solo l’incapacità umana di persistere e perseverare nel bene, ma sono l’instaurazione positiva di una realtà negativa: è il frutto di una realtà diabolica intelligente e consapevole di se stessa. Il male è prodotto dalla volontà e dalla libertà dell’uomo che coscientemente commette l’azione malvagia, anzi spesso se ne compiace e ne trae perfino godimento.
Perché tutto questo? Per non dimenticarci che l’invito del Signore a non perdere nulla di quanto ci è stato consegnato, deve fare i conti con questa realtà. Una realtà che non è la nostra speranza, ma che noi dobbiamo condurre verso la nostra speranza. Senza questa coscienza quasi cinica, noi ci fermiamo scoraggiati di fronte ad una realtà di male che pensavamo non presente.
Non dimentichiamoci che siamo agnelli mandati in mezzo ai lupi, come lo è stato Gesù che è morto come agnello sgozzato su una croce che è salvezza e risurrezione. Senza questa coscienza saremo tentati di un inguaribile ottimismo, oppure di un insanabile pessimismo. Il Signore ci invita ad un realismo feroce immerso in una speranza infinita. Immersi fino in fondo nel male del mondo e dell’uomo ma con il desiderio di camminare con la forza di una speranza che viene direttamente da Lui.
Lo scopo della missione di Gesù è non perderci. E l’unica cosa che può opporsi a questo scopo non è il male, poiché Egli lo ha vinto, ma solo la nostra libertà perché Egli ci ha voluti liberi fino in fondo.
M. Epicoco
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L’oscurità divina di questo giorno, di questo secolo che diventa in misura sempre maggiore un Sabato santo, parla alla nostra coscienza. Anche noi abbiamo a che fare con essa. Ma nonostante tutto essa ha in sé qualcosa di consolante. La morte di Dio in Gesù Cristo è nello stesso tempo espressione della sua radicale solidarietà con noi. Il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più chiaro di una speranza che non ha confini. E ancora una cosa: solo attraverso il fallimento del Venerdì santo, solo attraverso il silenzio di morte del Sabato santo, i discepoli poterono essere portati alla comprensione di ciò che era veramente Gesù e di ciò che il suo messaggio stava a significare in realtà. Dio doveva morire per essi perché potesse realmente vivere in essi. L’immagine che si erano formata di Dio, nella quale avevano tentato di costringerlo, doveva essere distrutta perché essi attraverso le macerie della casa diroccata potessero vedere il cielo, lui stesso, che rimane sempre l’infinitamente più grande. Noi abbiamo bisogno del silenzio di Dio per sperimentare nuovamente l’abisso della sua grandezza e l’abisso del nostro nulla che verrebbe a spalancarsi se non ci fosse lui….”.
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