Giovanni 6, 37-40
In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
Oggi è la commemorazione di tutti i defunti ed è importante, attraverso questo vangelo, scorgere la volontà del Padre che si riversa sul Figlio a riguardo di tutti gli uomini.
Gesù è venuto nel mondo non per fare la sua volontà ma per fare la volontà del Padre. E questo è il primo atteggiamento importante ed essenziale che possiamo e dobbiamo cogliere da Cristo. Mio cibo è fare la volontà del Padre e questo cibo lui lo propone a noi all’inizio di questo capitolo sesto del vangelo di Giovanni, attraverso la moltiplicazione dei pani. Il pane che diventa Eucaristia, è il Cristo incarnato che vive della volontà del Padre. E questo cibo il Cristo lo dona a noi perché anche noi cibandoci di questo cibo non cadiamo nella tentazione nella quale anche il Figlio non è caduto nonostante fosse tentato.
Nei vangeli di Luca, di Matteo e di Marco, all’inizio, troviamo Gesù che portato dallo Spirito nel deserto, viene in seguito tentato dal maligno. E una delle tentazioni è quella del pane, dopo aver digiunato per quaranta giorni Gesù ebbe fame: “Allora il diavolo gli disse: Se tu sei il Figlio di Dio dì a questa pietra che diventi pane. Gesù gli rispose: Sta scritto, non di solo pane vivrà l’uomo” (Lc 4,4).
Gesù ci dà se stesso come cibo, e mangiare Gesù significa accogliere la volontà del Padre e accogliere la volontà del Padre significa metterci in un atteggiamento di discernimento per potere scegliere ciò che è meglio per la nostra vita: non di solo pane vivrà l’uomo.
La volontà del Padre è innanzitutto quella che noi mangiamo: il Figlio! Perché questo Dio che si chiama Pane noi lo possiamo masticare e masticandolo lo possiamo metabolizzare, diventa noi stessi e noi diventiamo lui. Come un ferro messo nel fuoco dopo un po’ diventa lui stesso fuoco così è per noi l’Eucaristia.
La volontà del Padre è che egli non perda nulla di quanto ha dato al Figlio: noi siamo quanto il Padre ha dato al Figlio. Noi siamo le sue pecore e Gesù è il buon pastore che ha cura di noi, che non ci abbandona, come fa il mercenario, quando viene il lupo. Gesù è colui che lascia le novantanove nel deserto per andare dietro alla pecora perduta, finché non la ritrova; e “ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me”! Lui fa festa perché “questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.
E la non perdita di quanto è stato consegnato nelle mani amorose di Gesù è la risurrezione nell’ultimo giorno. Perché Gesù non è venuto nel mondo per condannare ma per salvare; non è venuto per i sani ma per i malati; non è venuto per coloro che si presumono giusti ma per i pubblicani che riconoscono la loro inadeguatezza e sanno accogliere il dono eucaristico che Dio fa loro in Gesù Cristo.
A noi cosa spetta? A noi spetta che “chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna”. E questo è l’augurio che noi facciamo ai nostri cari che ci hanno preceduti nel sonno della pace, e questo è l’augurio che noi dovremmo farci gli uni gli altri quest’oggi. Di fronte alla morte è pagano fare le corna e sperare di non incontrarla mai, oltre che essere irrealistico.
Vedere e credere significa riconoscere il Figlio come inviato dal Padre. Inviato dal Padre perché in Lui noi possiamo avere la vita eterna: possiamo vivere faccia a faccia con il Padre.
A noi e ai nostri cari il Signore dice: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso” (Lc 23, 43).
A noi e ai nostri cari dice “chiunque vede (riconosce e contempla) il Figlio e crede in lui (…) io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6, 40).
Dal mio corpo in putrefazione cresceranno dei fiori, e io sarò dentro di loro: questa è l’eternità.
Edvard Munch
Il Signore Gesù non ha eliminato né la morte né la sofferenza dall’esperienza umana. Ha invece aggiunto un’altra formidabile possibilità, quella della risurrezione, evento impensabile e impossibile ai nostri cuori ancora deboli e fragili. Perché in Dio c’è un unico, indubitabile desiderio: che nessun uomo si «perda» nella disperazione e nella solitudine.
Pasolini
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31 Marzo 2026 Giovanni 13, 21-33.36-38
Giuda, fratello mio…
Ci sono solitudini che fanno rumore.
La tua, Giuda, no.
La tua cade in silenzio, come una moneta sul fondo del mondo.
E io ti penso lì, fratello smarrito, ultimo tra gli ultimi,
con addosso non il peccato — che pure gli uomini adorano contare — ma il dolore.
Quel dolore che spacca il fiato, che toglie il nome alle cose,
che fa della notte una stanza senza porte.
Ti hanno lasciato addosso il marchio del gesto, e si sono dimenticati dell’abisso.
Si sono fermati al bacio, e non hanno visto la ferita.
Hanno contato i denari, e non hanno contato le lacrime.
Ma io, stasera, se potessi, verrei a cercarti.
Non per assolverti come fanno i giusti.
Non per spiegarti, che certe anime non si spiegano.
Solo per sedermi accanto. Solo per dirti: resta.
Ancora un momento. Non andare così lontano dentro il tuo buio.
L. Santopaolo
30 Marzo 2026 Giovanni 12, 1-11
Noi vorremmo provare a entrare in questa settimana Santa accompagnati dal profumo del nardo di Maria, dall’immagine di questo aroma che si espande fino ad arrivare addirittura sotto la croce. Sarà questo il modo migliore per tenere lontane le continue immagini di morte che ci vorrebbero distogliere dal profumo della vita che Cristo ci è venuto a donare con la sua Risurrezione.
Dehoniani
Hanno deciso la tua morte, ma io ti profumo con ciò che fa vivere, l’hai insegnato Tu che l’amore fa esistere.
Tu ci hai riempito d’amore. Ci ami troppo, piccoli e peccatori come siamo, e io ti ricambio con questo troppo di profumo.
Ermes Ronchi
29 Marzo 2026 Matteo 21, 1-11
La Parola non è prima di tutto un comando, una direzione, un cosa fare, ma una promessa che vince anche le nostre morti. L. Vitali
Per noi l’eternità è una questione di quantità (un tempo che non finisce), ma nel Vangelo l’eternità è questione di qualità. Gesù non promette ai suoi discepoli un ombrello assicurativo per ripararli dagli inconvenienti che possono capitare (uno tra tutti la morte) ma insegna che a decidere la felicità o l’infelicità, la realizzazione o il fallimento personale non è ciò che capita, ma il modo con cui reagiamo a ciò che capita: sostenuti, nutriti e guidati dalla sua parola sarà sempre possibile scegliere di amare, perciò di scegliere la vera vita (anche sulla croce). P. Lanza
Giovanni Nicoli | 2 Novembre 2024