Giovanni 6, 44-51

In quel tempo, disse Gesù alla folla:

«Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.

Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

La carne è la nostra salvezza, non lo spirito. Lo spirito è utile se è incarnato, se è disincarnato semplicemente non è umano e quindi è inutile. Ma dopo Gesù lo spirito disincarnato non è più nemmeno divino. Rischia di essere semplicemente un fantasma che abita i nostri sogni. Perché Gesù è il pane vivo, quello che dona vita? Semplicemente perché dona la sua vita. E questa è la caratteristica del Figlio che ci invita a riscoprire il nostro essere figli.

Il pane è pane di vita, dunque, perché donato da Colui che dona la sua vita. E il compimento di questo dono è la morte, atto supremo di dono di se stesso per gli uomini. Morte: atto che umanizza l’umanità riportando tutti ad essere fratelli. Morte: atto finale che diventa premessa alla risurrezione.

La coscienza quotidiana della nostra morte – “ricordati che devi morire” recitava un adagio latino – non è qualcosa che ha a che fare con il macabro, ma è qualcosa di profondamente vitale e bello. È vitale e bello perché ci riporta ad una realtà quotidiana che è dimenticata troppo facilmente. Ogni giorno noi moriamo. Ma non è questo il problema, questo è un dato di fatto. Il problema è se siamo coscienti di questo nostro morire e se lo facciamo diventare motivo di dono. Morire disperati o strascicandoci è ben diverso che morire coscienti donando se stessi.

È un atto di coscienza che rende il pane di ogni giorno vitale. È l’atto supremo di Gesù che lo rende Pane vivo disceso dal cielo, Pane che dona vita, quella vera, quella significativa, quella eterna. Questa è scelta quotidiana: ricordati che devi morire, ricordati che anche oggi muori e sei chiamato a risorgere a vita nuova. Ricordati: riporta al cuore questa verità fondamentale dell’esistenza tua e di ogni uomo.

Il vero Pane è Gesù perché parola diventata carne e donata! Nelle Scritture siamo continuamente invitati a sederci al banchetto della Sapienza e a mangiare il rotolo della Parola. Quel rotolo che in bocca è dolce, ci attrae, lo sentiamo vitale, ma che poi nello stomaco manifesta tutta la sua amarezza perché il nostro metabolismo è provocato da un modo di essere e di vivere che è pienamente umano e carnale, cosa a cui noi non siamo abituati. Preferiamo il dolce anche se ci disumanizza, anche se ci rende tutti diabetici e dunque malati cronici, anziché godere dell’amaro della Parola mangiata che ci purifica lo stomaco prima e tutto il corpo poi.

Gesù è Pane mangiato come Parola. È il Pane donato che trasmette vita. La vita è proprio nel dono. Non possiamo dire di amare la famiglia solo perché portiamo a casa lo stipendio sentendoci dei padri eterni e pretendendo ogni libertà e di essere lasciati in pace quando torniamo a casa. È il dono che fa la differenza; è la gratuità liberante del dono che fa sì che il poco diventi essenziale e il molto diventi banale.

“Caro salutis cardo”, ci ricordano i padri della chiesa. Vale a dire: la carne è il cardine della salvezza, non dimentichiamocelo oggi. I miei acciacchi sono segni dell’essere incarnato e dunque morente, ma sono anche motivo e occasione di dono, di redenzione, di risurrezione.

Così ogni momento della nostra giornata: anche i momenti felici sono momenti morenti perché passano e finiscono, ma vitali perché richiamo alla risurrezione, continua chiamata del nostro esistere. E risurrezione incarnata e dunque profondamente umana e divina allo stesso tempo. Solo così possiamo comprendere la grandezza dell’eucaristia celebrata: se vissuta nel dono della vita nella morte che è risurrezione e vita per gli altri uomini che non sono più migranti, ma fratelli.

Fratelli a cui, se vogliamo, possiamo farci prossimi, vicini. Fino a che li pensiamo lontani non ci lasciamo coinvolgere. Quando a loro ci avviciniamo, tutto cambia. Questo è il Pane della vita, quello vero, quello che dona la vita eterna perché dona se stesso per la vita del mondo, oggi e non domani.

L’unico modo che Gesù ha trovato per narrarci Dio è stato quello di indossare un grembiule e mettersi al nostro servizio perché imparassimo che la beatitudine sta nel far crescere l’umanità, nel sentirsi responsabili del bene dell’altro, nel guardarlo non come concorrente o, peggio, nemico, ma come fratello/sorella, compagno/a di viaggio nella strada della vita.

Locatelli

 

In ogni cibo che diventa comunione e fraternità, lì è presente il Padre, lì c’è la vita e questo cibo è la vita del mondo. Il mondo vive grazie all’amore, senza questo amore, il mondo è morto, è un mondo di morte.

Fausti

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E Giuseppe è “custode”, perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge.

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E. Avveduto

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