Giovanni 7, 1-2.10.25-30
In quel tempo, Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva più percorrere la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo.
Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, quella delle Capanne. Quando i suoi fratelli salirono per la festa, vi salì anche lui: non apertamente, ma quasi di nascosto.
Alcuni abitanti di Gerusalemme dicevano: «Non è costui quello che cercano di uccidere? Ecco, egli parla liberamente, eppure non gli dicono nulla. I capi hanno forse riconosciuto davvero che egli è il Cristo? Ma costui sappiamo di dov’è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia».
Gesù allora, mentre insegnava nel tempio, esclamò: «Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure non sono venuto da me stesso, ma chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. Io lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato».
Cercarono allora di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettere le mani su di lui, perché non era ancora giunta la sua ora.
Noi sappiamo che uno conosce solo ciò che vuole e capisce solo ciò che ama. E ciò che vogliamo, ciò che comprendiamo, ciò che amiamo, ciò che intellettualmente riusciamo a percepire fanno parte di un tutt’uno. Sono parti di un tutt’uno che possiamo dividere per tentare di capire ma che, in ultima analisi, se non le sappiamo riportare tutte ad una sola persona, se non riusciamo ad avere una visione unitaria, non riusciremo mai a capirle veramente e non riusciremo mai a capire veramente i possessori e gli abitatori di queste caratteristiche.
Se noi ci poniamo in contrasto con qualcuno o qualcosa coglieremo solo ciò che ci permette di contrastare quella persona e istituzione, andremo alla ricerca di ciò che ci permette di denigrare. Se noi come oramai siamo ridotti a fare, vogliamo vendere quel poco che riusciamo, andiamo a cercare ciò che la gente vuole sentirsi dire e troveremo quel minimo o quel massimo che diventa l’assoluto con cui dipingiamo quella istituzione o quella persona.
Così un politico dimentichi di come noi agiamo nel nostro quotidiano: andiamo alla ricerca continua della raccomandazione. Così quando parliamo di pedofilia, il 90% della quale è praticata in famiglia. Abbiamo bisogno del prete di turno, che non giustifico, per condannarla chiudendo gli occhi sul dove si annida veramente il problema e cercando di esorcizzarla in tal modo.
Ho un sospetto: abbiamo bisogno dell’ISIS. Ho un sospetto: che questi siano 4 gatti che verrebbero spazzati via in quattro e quattro otto se solo ci impegnassimo veramente a farlo. Abbiamo bisogno di morti ammazzati per potere giungere a muovere l’opinione pubblica sempre più restia ad interventi armati e potere riprendere il controllo in zone strategiche dove non abbiamo più il controllo.
Magari mi sbaglio. Comunque sia, credo fermamente che noi conosciamo solo ciò che vogliamo e noi vogliamo conoscere veramente solo ciò che amiamo.
Gesù è stato inviato dal Padre ed è eco della voce del Padre. Non ricerca la propria volontà ma quella del Padre. Per noi, uomini e donne del nostro tempo, tutto questo è uno scandalo inaccettabile. Non per Cristo! La libertà del Cristo che invera la sua missione non perché è bravo a vendersi o perché sa intessere una bella campagna pubblicitaria, è innegabile. Talmente libero da potere e volere dare la propria vita perché l’amore del Padre per l’uomo potesse essere rivelato in tutta la sua grandezza. Quella misericordia che è carezza di Dio sul cuore malato dell’uomo, è la grande rivelazione di Gesù. Si è reso impotente con le mani inchiodate in croce perché quella mano inchiodata potesse accarezzare il cuore di Tommaso e potesse rinfocolare il cuore spento dei discepoli di Emmaus.
In Lui la fede smette di essere un insieme di trattati teorici, non è più una bella impalcatura teologica che gioca a non avere in sé alcuna contraddizione, ma diventa vita. La vita è contraddizione in sé. La non contraddizione è propria solo della morte. La fede è questione di volontà pratica non di verità teorica. E la vita è movimento, contraddizione, alti e bassi, crisi e ripartenza, ostacoli e vita negli stessi.
Gesù è mandato dal Padre e con Lui e in Lui si muove e agisce e ama e desidera. Non deve convincere di sé stesso ma vuole solo manifestare nella testimonianza l’amore del Padre. Non ha bisogno di sacrificare la verità alla vanagloria o alla cura della propria immagine che è solo premessa di brutte figure. È inviato e come tale testimonia chi l’ha inviato. È il vero amico, è il vero fratello che conosce chi ama e per chi ama dona la vita.
Per questo dona la sua vita nel momento in cui il dono è maturo, non quando gli altri pensano di potergli mettere le mani addosso per ucciderlo. Sentiamoci degli inviati, potremo conoscere Dio perché lo amiamo e renderci conto che conosciamo il fratello solo quando lo ameremo.
Gesù qui ha già le idee chiare, è già in cammino verso quel “Sì” che lui dirà di fronte alla croce. Perché l’Ora non si aspetta, si costruisce con le nostre scelte quotidiane. Ci sono tanti, innumerevoli “sì” che preparano e formano la nostra coscienza al “Sì” che dovremo dire, e che poi andrà ri-scelto continuamente. L’Ora non ci viene dagli angeli del cielo, ma nasce dal concreto di una vita sulla terra.
Vezzani
Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza, è l’illusione della conoscenza.
Stephen Hawking
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“… Dio è morto e noi lo abbiamo ucciso: ci siamo propriamente accorti che questa frase è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana e che noi spesso nelle nostre viae crucis abbiamo ripetuto qualcosa di simile senza accorgerci della gravità tremenda di quanto dicevamo? Noi lo abbiamo ucciso, rinchiudendolo nel guscio stantio dei pensieri abitudinari, esiliandolo in una forma di pietà senza contenuto di realtà e perduta nel giro di frasi fatte o di preziosità archeologiche; noi lo abbiamo ucciso attraverso l’ambiguità della nostra vita che ha steso un velo di oscurità anche su di lui: infatti che cosa avrebbe potuto rendere più problematico in questo mondo Dio se non la problematicità della fede e dell’amore dei suoi credenti?
L’oscurità divina di questo giorno, di questo secolo che diventa in misura sempre maggiore un Sabato santo, parla alla nostra coscienza. Anche noi abbiamo a che fare con essa. Ma nonostante tutto essa ha in sé qualcosa di consolante. La morte di Dio in Gesù Cristo è nello stesso tempo espressione della sua radicale solidarietà con noi. Il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più chiaro di una speranza che non ha confini. E ancora una cosa: solo attraverso il fallimento del Venerdì santo, solo attraverso il silenzio di morte del Sabato santo, i discepoli poterono essere portati alla comprensione di ciò che era veramente Gesù e di ciò che il suo messaggio stava a significare in realtà. Dio doveva morire per essi perché potesse realmente vivere in essi. L’immagine che si erano formata di Dio, nella quale avevano tentato di costringerlo, doveva essere distrutta perché essi attraverso le macerie della casa diroccata potessero vedere il cielo, lui stesso, che rimane sempre l’infinitamente più grande. Noi abbiamo bisogno del silenzio di Dio per sperimentare nuovamente l’abisso della sua grandezza e l’abisso del nostro nulla che verrebbe a spalancarsi se non ci fosse lui….”.
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Giovanni Nicoli | 20 Marzo 2026