L’amorosa contemplazione della tenebra

IL SILENZIO

L’amorosa contemplazione della tenebra

Quando finiscono le speranze, possiamo piangere amaramente (come Pietro), toglierci di mezzo (come Giuda) o disinteressarci (come Pilato). Tutte queste possibilità stanno lì: ci facciamo coinvolgere o scappiamo, ci bagniamo o preserviamo gli abiti. Ma ce n’è un’altra: è anche possibile sperare e sostenersi grazie a chissà quali forze, avere fiducia nel mezzo della notte. Questo è esattamente ciò che celebra il Sabato santo, in cui è protagonista una donna che, trafitta dal dolore, è rimasta ai piedi della croce e accanto al sepolcro.

A Maria di Nàzaret non solo avevano tolto un figlio, le avevano anche strappato via la fede. Perché lei credeva che suo figlio fosse divino, proprio come le era stato annunciato. Sapeva che, con tutte le circostanze che avevano preceduto e seguito quel fatto, la nascita di suo figlio era stata molto singolare. Ora, con la sua morte, tutto ciò era rimasto in sospeso e il fondamento della sua vita si era sgretolato. Come avrebbe vissuto da quel momento in poi? Perché non è normale sopravvivere a chi generiamo. Il dolore che sperimenta è talmente grande che sembra non lasciare spazio a nient’altro. In Maria, tuttavia, miracolosamente si rese possibile qualcos’altro: la fede, dato che lei continuò a credere – contro ogni speranza – nelle promesse di suo figlio. Soffrì, sì, ma non cedette nemmeno quando tutte le prove dicevano che avrebbe dovuto desistere. L’Addolorata rappresenta l’umanità intera quando perde Dio.

Poco prima di affrontare le sue ultime ore, Gesù aveva detto ai suoi discepoli che non li avrebbe lasciati orfani (Gv 14, 18). Ormai nessuno di loro si ricorda più di queste parole, solo Maria. Lei le ha serbate nel suo cuore di madre e, perciò, in quest’ora amara, non dispera. Il dolore non le viene risparmiato, ma le viene risparmiata la disperazione. Perché non si può vivere in stato di grazia e al contempo essere disperati. La chiave è, dunque, serbare le parole di vita nel cuore. Questo ci fa resistere, con dignità, alla disgrazia.

Ai piedi della croce ci sono la madre e il figlio, cioè il passato e il futuro. Solo con il passato e il futuro possiamo sostenerci nel presente. Senza passato né futuro non c’è presente. La solidarietà con chi siamo stati e con chi saremo è l’unica forza per far fronte alle minacce del presente. Che ai piedi della croce ci siano solo queste due figure significa che, se non vogliamo soccombere alla croce che ci toccherà subire, anche noi dobbiamo dare spazio alla nostra madre interiore e al discepolo amato che abbiamo dentro. Senza di loro, non rimarremo ai piedi della nostra croce.

Maria è l’archetipo della verginità, ossia della purezza di cuore. Giovanni è l’archetipo del discepolato e dell’amicizia, ossia dell’intimità con Cristo. Solo con questi presupposti la croce cessa di essere distruttiva e diviene fonte di luce.

Questa nuova nascita della luce è possibile non solo attraverso Cristo, che si consegna a quella perdita assoluta che è la morte. Lo è anche attraverso Maria, che abbraccia il corpo del suo figlio defunto. A questa vita nuova, pertanto, aprono sia Cristo sia Maria: Cristo, da una parte, dando la propria vita; Maria, dall’altra, abbracciando quel vuoto e quella perdita. Adamo ed Eva non accettano la colpa e si ribellano contro di essa; Cristo e Maria, invece, la prendono con sé e l’abbracciano.

La maggior parte di noi esseri umani si è sentita, almeno qualche volta, orfana di Dio. Pochi formulerebbero tale pensiero in questi termini. Si direbbero piuttosto orfani di senso e perplessi davanti al futuro. Con una formulazione o con l’altra, sicuramente in molti ci ritroviamo sperduti nell’andirivieni di circostanze di ogni tipo e incapaci di comprendere, e tantomeno vivere, quel che via via ci tocca affrontare. Tutte le nostre paure e preoccupazioni derivano da questo sentirci orfani. Si potrebbe dire che la società contemporanea viva in una specie di sabato santo globale che ormai dura da decenni, forse da secoli. Tuttavia, se ci rendessimo conto che niente di quanto accade sfugge ad uno sguardo misterioso e provvido, i problemi continuerebbero ad affliggerci, certo, ma non ci abbatterebbero mai. Affronteremmo notti oscure (tutti ne affrontiamo), ma tutte, senza eccezioni, terminerebbero in un’aurora.

Ci sono pensatori che hanno scritto che oggi viviamo in una notte oscura collettiva. Che ormai non è più possibile credere in Dio dopo Auschwitz o la bomba atomica (o Ucraina ndr). Che il silenzio di Dio di fronte al tormento degli innocenti è un segno eloquente della sua inesistenza. Il silenzio di Dio è la grande questione. L’ingiustizia non offende Dio? La Sua risposta di fronte all’orrore è il silenzio?

Dio non risolve i problemi del mondo, non li spiega nemmeno. La domanda sul male resta ancora senza risposta. Ma ciò non significa assolutamente che si disinteressi o che fugga da essi, quanto piuttosto, e questa è la fede, che li guarda in modo silenzioso e amorevole. Li guarda? In effetti, di fronte al grido umano, Dio non offre né teorie né soluzioni, ma una (discreta) presenza d’amore che ci rende responsabili e ci mette in azione. In questo senso, si potrebbe dire che l’umanità sia la meditazione di Dio.

Noi che meditiamo siamo chiamati ad assumere di fronte al dolore del mondo il medesimo atteggiamento che assume Dio stesso: il silenzio, che è l’altra faccia del grido. Il silenzio che ascolta il grido. Il silenzio che permette a questo grido di arrivare fino alle viscere. Perché solo da questo ascolto, da questa amorosa contemplazione del grido, può scaturire la vera redenzione.

Un ricercatore spirituale non risolverà mai intellettualmente il problema del silenzio di Dio, ma lo dissolverà entrando meditativamente in esso. Essere contemplativi è aver capito che il silenzio è la grande rivelazione, la risposta al dolore, la porta della luce. Che il silenzio non sta lì per essere compreso, ma affinché ci immergiamo in esso fino a scoprire il tesoro che nasconde. La parola nega se stessa affinché si ascolti da dove nasce verso dove si dirige. Il silenzio è la forma più discreta, paradossale e intensa del mistero della salvezza.

Tutte queste parole risultano senza dubbio troppo grandi, quando non direttamente offensive e intollerabili, fintanto che si insisterà in un generalizzato infantilismo religioso. Bisogna smettere una volta per tutte di sperare che Dio ci aiuti dall’alto, come se fosse un mago che, con la sua bacchetta magica, rimette capricciosamente a posto ciò che è andato storto. Un Dio vero può solo fare appello alla maturità umana. Niente richieste infantili. Niente domande retoriche. Niente fughe sistematiche verso il divertimento. Bisogna staccarsi da tutte le forme religiose, il che non significa assolutamente che si debbano trascurare o smettere di praticare. Ma è opportuno ricordare in ogni istante che sono solo mezzi (solo strade, strade possibili fra tante altre strade, anch’esse possibili) per il conseguimento di un fine. Sì, serve far morire Dio per arrivare a Dio. Far morire le nostre idee di Dio, la nostra esperienza di Dio, come Maria, come Abramo…per vivere il mistero della vita oltre ogni comprensione semplicemente razionale. Se Dio risponde pudicamente dinnanzi alla sofferenza dell’innocente, la meditazione è la risposta pudica al dolore del mondo. Solo da lì la nostra risposta attiva potrà essere solida e fruttuosa.

Dio ascolta Se stesso nell’uomo che osserva il silenzio. Ma il suo non è un ascolto narcisista e autocompiaciuto, bensì drammatico e pacifico al contempo, poliedrico, appassionato. Egli vive in chi si mette a tacere per entrare nel profondo del mistero.

Secondo la tradizione, il Sabato Santo Cristo scese all’inferno, cioè la luce aprì le porte delle ombre affinché venissero illuminate e perdessero il proprio pungiglione. Quel che è rimasto in basso (l’inferiore e l’irredento, il subcosciente) ha, dunque, la sua opportunità di cambiare di segno., La visita all’inferno è sempre ciò che precede la definitiva irruzione della luce. Ma resisteremo a queste intemperie? Saremo capaci di mantenerci fiduciosi nel mezzo di questo lungo e gelido vuoto?

Paolo D’Ors

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