In quei giorni, Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Allora Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.
La carità ha i suoi tempi e i suoi mezzi. La carità ha diversi modi di manifestarsi che sembrano in contrasto l’uno contro l’altro, ma in realtà sono naturalmente complementari. La carità ha tempi brevi e tempi lunghi. Vi è una carità che deve essere immediata, non può non andare incontro con immediatezza al bisogno del fratello, ad esempio la sua fame e la sua sete, perché diversamente morirebbe. Ma la carità ha anche tempi lunghi, chiede programmazione, chiede un vedere lontano, richiede che noi sappiamo scovare le cause di una povertà e debellarle.
Una carità a favore di molti malati chiede tempi immediati perché c’è bisogno di soccorrere immediatamente coloro che hanno bisogno della nostra opera di sostegno, ma chiede anche tempi lunghi. Tempi lunghi per la ricerca scientifica, tempi lunghi per impiantare una struttura che possa essere efficiente, efficace e che duri nel tempo. Tempi lunghi per reperire fondi che ci permettano di dare continuità a chi diversamente, senza continuità, ad esempio nel reperire i medicinali, morirebbe.
Oggi è la festa della Visitazione, Maria si reca da Elisabetta, che ha saputo di essere incinta, appena sa che sua cugina ha bisogno va e rimane con lei tre mesi. Dà una risposta immediata al suo bisogno e poi rimane nella continuità e nel tempo fino a quando la cugina manifesta il suo bisogno.
Questa festa della carità interpella anche noi. Ci interpella perché noi possiamo essere attenti ai bisogni del mondo che ci circonda, ci interpella perché noi rispondiamo col bene ai bisogni del mondo che ci circonda, ci interpella perché noi possiamo darci da fare per capire questi bisogni e possiamo tentare di dare una risposta definitiva.
Vivere nella carità significa rimanere, come rimane Maria. Rimanere uniti alla vite come tralci che desiderano portare frutto; rimanere uniti nella povertà dei fratelli per dare loro risposta al loro bisogno. Questo rimanere è il segreto che ci permette di combattere gli scoraggiamenti e la poca voglia; ci permette di essere costanti e duraturi nell’amare il fratello; ci permette di essere in compagnia dei beati, poveri, ma prediletti dal Signore.
È un rimanere nell’amore del Signore per potere essere tramiti, col nostro amore, dell’amore di Dio. È un rimanere nell’amore per ricevere quella carica d’amore senza la quale la gratuità troppo spesso scompare dagli orizzonti del nostro agire. È rimanere nell’amore per sentire la spinta desiderosa di aprirsi verso i fratelli che ci interpellano e ci chiedono attenzione e carità.
Chi sta nell’amore sa già cosa deve fare, ha un termine di paragone ben preciso, in caso di guerra, in caso di fame, in caso di ingiustizie. È la carità che c’è in lui che lo spinge ad agire in un cero modo anziché un altro.
Senza questo noi agiamo per simpatia, oppure agiamo per interesse, oppure per convenienza, oppure per tentare di evitare certe rappresaglie del potere o dei familiari. Agire con carità significa accettare di essere ritenuti dei pazzi, significa accettare di sentirsi dire “che bravi” e subito dopo di vedere sparire tutti dall’orizzonte rimanendo soli, significa accettare tutto questo senza recriminare sulla povertà del prossimo e sulla sua non capacità di vivere fino in fondo la carità.
Vivere questo significa anche accettare la nostra povertà e il nostro limite lasciandoci inondare all’immensa illimitatezza dell’amore di Dio.
Significa vedere e accogliere la nostra pochezza e scorgere le grandi cose che il Signore ha fatto in noi. La sua immensa misericordia confonde i grandi che pensano di comprendere tutto mentre sono i piccoli coloro che realmente comprendono le radici profonde della vita. Significa credere che realmente i potenti sono rovesciati dai loro troni, non durano nel tempo, muoiono e lasciano tutto qua e tutto quello che è tuo di chi sarà? Dei tuoi figli che sperpereranno tutto alla tua faccia! Per questo impoveriscono ricolmati di beni e i ricchi sono mandati a mani vuote.
Rimaniamo anche noi, con Maria, nell’amore del Padre che trova dimora nella vita vissuta dai poveri!
In ogni incontro si tratta di scoprire nell’altro il mistero di Cristo: ognuno porta Cristo in sé.
Quando lo comprendiamo, il bambino che è in noi sussulta: scopriamo il mistero altrui e quello nostro.
Affinché un tale incontro sia possibile, dobbiamo – come Maria – alzarci e metterci in marcia.
Dobbiamo stare in piedi sulle nostre gambe per poter giungere presso l’altro.
E dobbiamo attraversare la montagna, la montagna degli ostacoli e dei pregiudizi, per vedere l’altro com’è.
Grün
Lo sguardo d’amore dell’altro mi consente di accogliere in me la mia piccolezza non come ostacolo ma come occasione di grazia, come ricchezza.
Manicardi
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2 Febbraio 2026 Luca 2, 22-40
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