22 Dicembre 2025 Luca 1, 46-55

Giovanni Nicoli | 22 Dicembre 2025

Luca 1, 46-55

In quel tempo, Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».

La questione si propone con forza: a cosa siamo chiamati noi uomini e donne del XXI° secolo? A cosa siamo chiamati noi cristiani che abitiamo un mondo post-cristiano, sempre che prima ve ne fosse stato uno di mondo cristiano? Di fronte al canto di lode del Magnificat, un canto che l’evangelista Luca ha messo sulle labbra di Maria, che cosa possiamo dire noi cristiani se non che questo canto non si è ancora realizzato, da un lato, ma che allo stesso tempo ha una forza propulsiva enorme per la nostra società, per la nostra fede, per le nostre interiorità personali?

Proviamo a partire da un punto centrale che è la misericordia di Dio. È la misericordia dell’Onnipotente che viene celebrata da Maria, una misericordia che viene donata a tutte le generazioni di uomini che si susseguono lungo la storia, quegli uomini e quelle donne che temono Dio; una misericordia che diventa soccorso per il popolo di Israele come era stato promesso ad Abramo e alla sua discendenza.

Il rischio che noi abbiamo sempre corso, nella storia della salvezza e nella storia della chiesa è quello di vivere la nostra come una fede del sacrificio più che una fede della misericordia. Una fede dove la rinuncia sembra essere al centro delle nostre preoccupazioni, più che la misericordia di Dio. Una fede tutta orientata a conquistare, meglio sarebbe dire comprare, il favore di Dio piuttosto che essere attenti ad entrare nel cuore di Dio che ci abbraccia.

Dire che Dio è misericordioso significa dire che è Signore, che è Dio, che è Salvatore, che è Potente, che è Santo. Il Misericordioso è il nome attraverso il quale Lui sarà ricordato nelle generazioni future, per sempre. Misericordia e non sacrificio io voglio, dice Gesù, perché Dio Padre si chiama Misericordioso e non sacrificio. Misericordia significa compassione e uterinità, in ebraico. E questo la dice lunga sul fatto dell’essenza di Dio: Dio è amore che non può non amare perché è Padre e noi siamo suoi figli; perché Dio è Madre e noi siamo da Lei nati.

Misericordioso perché non ci può non amare nel nostro male, perché il nostro male non fa altro che alimentare la compassione delle sue viscere materne.

Eva, guardando Dio con occhio torvo, l’aveva considerato un Dio geloso ed egoista. La nuova Eva, Maria, e con lei tutti coloro che temono Dio, vale a dire che lo tengono in conto, che lo considerano nella loro vita, fanno esperienza della sua misericordia del suo essere il Misericordioso. Esperienza perché non ripetono il suo nome, perché si lasciano avvolgere, consciamente o inconsciamente poco importa, dal suo abbraccio di amore e di misericordia.

Uno dei nomi di Allah è proprio il Misericordioso, e questo ci avvicina ad una delle altre due religioni monoteiste ma, allo stesso tempo, squalifica tutto quello che l’islam può richiamare di violenza e di guerra. È roba da medioevo e non fa certo parte della loro fede come non fa parte della nostra, anche se sia loro che noi cristiani ci siamo passati e continuamente siamo in mezzo a tale violenza.

Nel suo essere Misericordioso Dio disperde i superbi nei pensieri del loro cuore, rompe i cerchi di potere violento, riporta la giustizia sociale basata innanzitutto sul fatto che gli affamati possano avere cibo. In fondo misericordia questo significa: abbraccio di amore verso ogni povertà dell’uomo, vera o presunta. Sì perché per Dio è povertà anche la smania di grandezza, la fame di potere, la mania di volere sempre di più. Tutto questo per Dio è stoltezza e follia. Tutto questo è roba da spazzare via grazie al suo abbraccio da Misericordioso.

Non si fa illusioni Dio il Misericordioso, sa quanto l’uomo sia tentato e sia schiavo del potere. Per questo ogni giorno, ogni sera durante la preghiera del vespro, siamo invitati a pregare il Magnificat. Siamo invitati a mettere nelle mani del Misericordioso la nostra giornata appena trascorsa. Una giornata dove il potere politico, economico e religioso ha fatto senz’altro la sua parte nel nostro cuore.

Magnificat, misericordia io voglio e non sacrificio, è lasciarmi abbracciare di nuovo dalla misericordia di Dio che purifica il mio cuore da povero, da illuso dei miei pensieri, da avaro a causa della mia continua ricerca di potere di ogni genere.

E con Maria cantiamo il Misericordioso che ad ogni sera ribalta la nostra vita riportandoci alla sapienza di Dio che sconfigge ogni mia stoltezza, ogni pensiero orgoglioso che bussa alla nostra porta, che ha bussato e busserà oggi alla mia porta.

Pensiero orgoglioso a cui continuamente io apro la porta e che solo grazie all’utero compassionevole di Dio Misericordioso posso accedere al perdono, alla salvezza, alla conversione, al cambiamento.

Questa è la promessa del Misericordioso, questa è la sua volontà, a questo oggi, con Maria e tutti gli uomini di buona volontà, sono chiamato e sono invitato a ripartire.

La fede, come risposta alla parola di Dio, richiede l’ascolto, e come risposta allo sguardo di Dio, domanda l’ascesi del vedersi e accogliersi nella propria piccolezza, del sopportare e amare la propria nudità, la propria fragilità.

Manicardi

Il Magnificat ci domanda se noi sappiamo rileggere la nostra storia così come fa Maria, rendendoci conto che Dio centra sempre anche quando sembra non esserci. Solo questa consapevolezza può fondare una gioia nuova, perché se Lui c’è sempre allora possiamo vivere tutto, anche ciò che è difforme, strano, difficile, oscuro, e provare così una inaspettata gratitudine.

M. Epicoco

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