Luca 1, 57-66.80
 

Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei.

Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccaria. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome».

Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio.

Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.

Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

“Dubitare e credere sono la stessa cosa, Pilato. Solo l’indifferenza è atea”. Così parla Claudia, la moglie di Pilato, a Pilato il primo vero cristiano perché ha creduto senza vedere. Questo passo è tratto dal romanzo di Eric-Emmanuel Schmitt, Il Vangelo secondo Pilato.

Questo romanzo è tutta una rottura delle convenzioni sia politiche che religiose. Di rottura in rottura si giunge alla risurrezione accertata di Cristo, dapprima avversata dai sommi sacerdoti e da Pilato stesso e poi accolta da Pilato e dalla moglie, ma non dai sommi sacerdoti.

Un evento di fede, un evento di Dio si colloca sempre in una continuità con la storia e con la natura, creando però una rottura nella continuità stessa. Elisabetta era sterile e in menopausa da quel mo’. L’evento Dio fa sì che si possa compiere per lei il tempo del parto.

La bellezza dell’attesa; la bellezza del riconoscere il momento; la bellezza delle acque che si rompono; il termine di ogni nausea; il timore per il parto, per i suoi dolori e per l’attesa che tutto vada a buon fine.

Su tutto ciò la rottura di Dio: questo figlio è figlio della misericordia di Dio. Vi è il dubbio per quanto sta succedendo ma vi è anche la certezza che questa nascita, come ogni nascita per quanto distratti siamo, non è mai frutto del caso. Ogni nascita è un rendersi grande da parte della misericordia di Dio. Ogni nascita è cosa naturale ma miracolo allo stesso tempo.

Vi è una legge non scritta nel dare il nome al bambino. Legge che viene superata da questa coppia di anziani che hanno dato vita nella loro vecchiaia grazie alla misericordia grande di Dio: la continuità è rotta, la continuità deve continuare ad esser rotta. Sì perché questo non è un bambino qualsiasi.

La continuità ritorna con la gioia della nascita. Nella nascita la scelta del nome rompe con la storia già scritta dagli uomini: questo bambino fortificato dallo spirito vivrà in regioni deserte fino al giorno della manifestazione. Sfugge ai nostri schemi, sfugge ai nostri programmi, sfugge ai nostri dogmi, sfugge al dominio del potere sempre intimorito dalla voce isolata che urla Dio.

Tutto possiamo dire della nascita di Giovanni eccetto che crei indifferenza. Crea interesse e stupore la sua nascita; suscita gioia e perplessità. È tutto uno trasbordare di certezze e di dubbi, è tutto uno trasbordare di fede e di vita, di fede e di stupore, di fede e di voglia di speranza.

Anche il muto Zaccaria, ritorna a parlare. Non più un parlare dove l’agire si riassume nel rumore che facciamo, ma un parlare di cuore dove la mano è sempre tesa al fratello e dove la mano di Dio è sempre tesa a noi grazie alla sua Parola. Non un parlare di se stessi da parte di chi pensa solo a se stesso anche se parla degli altri; non un parlare da palloni gonfiati che mirano agli altri solo per offendere e a se per fare sentire il peso della propria presenza.

L’interesse della fede, di questa continua rottura con la storia e col naturale, sta proprio qui: nel parlare d’amore! Anzi: nel parlare con amore. Unica via per uscire dal cul de sac della ragione sterile che pensa di essere tutta la mente e tutto l’uomo.

Rallegriamoci con Elisabetta, gridiamo la misericordia con Zaccaria, viviamo la realizzazione delle promesse con Giovanni.

La novità stravolgente sta nel saper accogliere

ciò che mi viene incontro e non modificarlo

a mia immagine e somiglianza.

Le cose accadono e diventano miracoli

quando le sai accettare,

senza la pretesa di cambiarle.

  Filippo Rubini

 

 

Chi ci ama veramente difende il nostro mistero, la nostra unicità, il nostro segreto. 

Ci aiuta a scoprire un nome nuovo che non viene da ciò che si vede ma da ciò che dovrà ancora accadere. 

M. Epicoco

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8 Marzo 2026 Giovanni 4, 5-42

Ti ho fatto per me.
In te ho posta una sete che parla di me.
Se la segui essa porta a me.
Ma tu non la vedi e non la senti.
Perchè il mondo ha provato a cambiarla, a rimuoverla, a cancellarla.
Ora hai sete di odio, di guerre, di potere, di successo e di denaro.
Per questo la sete di me ora dorme e tace in te.
Sei un girovago di pozzi in cerca di un’acqua che non disseta.
Avrai sempre sete fin quando non troverai me.
Nessuno può cancellare questa sete che io ho posta in te.
Prima o poi la intercetterai.
Te ne accorgerai.
E allora sarai stanco di girovagare per pozzi la cui acqua non sazia.
Io, invece, ti aspetterò al pozzo d Sicar.
Porterai la tua brocca e io ti darò l’acqua che non cercavi.
Risveglierò in te la sete che non provavi.
Perchè io ti ho fatto per me.
E nulla potrà darti ciò che solo io posso darti.
Il tuo cuore è un abisso.
Lo so bene perchè l’ho fatto io.
E io ci sono dentro.
Ora tocca a te rientrarvi.
Il pozzo sei tu.
Sei il pozzo ma non il fondo
Perchè il fondo sono io.
Da lì ti guardo.
Lì ti aspetto.
Tu sei la brocca e non l’acqua.
Perchè l’acqua sono io.
Berrai e sarai sazio.
Io in te e tu in me.
M. Illiceto

7 Marzo 2026 Luca 15, 1-3.11-32

L’amore sa aspettare, aspettare a lungo, aspettare fino all’estremo. Non diventa mai impaziente, non mette fretta a nessuno e non impone nulla. Conta sui tempi lunghi.

Dietrich Bonhoeffer

La paura di non essere amati ci spinge a non lasciare al padre il potere di farci sentire così e preferiamo non farci trovare più, lasciare il posto in cui ci si aspetta che restiamo. E, con il gesto più libero che abbia mai fatto, il fratello maggiore, che non ha mai chiesto nulla, confessa il suo bisogno di essere amato allo stesso modo, e si arrende alla ricchezza umana del suo limite, come se stesse dicendo al padre “vienimi a cercare, anch’io voglio essere trovato”. E Lui viene a cercarci e ci chiama figli, ci invita a rallegrarci e a ringraziare con Lui.

C. Bruno

6 Marzo 2026 Matteo 21, 33-43.45-46

Invano l’uomo tende a ridurre la vigna a un suo possesso e a considerarla una sua costruzione. Nascono Stati, Chiese intorno a quella vigna, ma essa sfugge ad ogni recinto, e si posiziona nuovamente dentro ad ogni uomo che si mette in viaggio verso Se Stesso.

E. Avveduto

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