In quel tempo, Gesù disse:
«Guai a te, Corazìn, guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che avvennero in mezzo a voi, già da tempo, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, nel giudizio, Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi.
E tu, Cafarnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai!
Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me, disprezza colui che mi ha mandato».
La Parola di Dio non è un giochino per bambini, non è una parola per degli illusi, non è qualcosa che noi leggiamo per sport. La Parola di Dio è Cristo nato, morto e risorto per noi. Con tutta la drammaticità insita in una vita come quella di Cristo, non possiamo giocare a biglie con la sua Parola. La possiamo accogliere oppure rifiutare, siamo liberi, ma mai sminuire. Non è serio nei confronti nostri e di Dio poi.
Ieri ho partecipato ad una concelebrazione dove, il celebrante principale, dimenticandosi della Parola del giorno, che, secondo lui, la Chiesa ha messo lì per sport, ha fatto una lunga omelia sulla pace. Era il giorno di s. Francesco uomo di pace e di povertà. Pieno di citazioni questo celebrante ha fatto una lode della pace, del richiamo che Dio fa della stessa, del richiamo del Papa e dei vescovi alla stessa. Diceva che questa è una cosa importante per la vita di ognuno di noi, ma che non possiamo illuderci che questa possa andare bene per la relazione fra le nazioni.
La Parola di Dio, ha detto in altri termini, è per i poveri illusi che credono che il mondo possa andare avanti con la stessa, la Parola è un giochino per bambini, è una cosa per illusi che va bene per giocare fra di noi, ma che poi le sorti mondiali devono essere sostenute e portate avanti dal realismo dell’uomo. Gesù Cristo è andato in Croce per gioco, si è fatto uomo per ridere, ci ha detto che cosa pensa di noi e come secondo lui il mondo dovrebbe andare, ma è stato tutto uno scherzo: non parlava sul serio.
Grazie a Dio la Parola è nata. Quello che noi preti e cristiani non abbiamo ancora capito è che alla Parola Cristo noi dobbiamo ascolto e obbedienza. Siamo seri: ascoltiamo la Parola per quello che è, e decidiamo da che parte stare: o la accettiamo o la rifiutiamo, ma sminuirla no! Non è serio!
La Parola di oggi è al termine del brano sulla missione dei 72: il Padre li ha inviati. La missione dunque nasce dal Padre, dall’amore del Padre, per tutti i suoi figli e termina nell’amore dei figli per il Padre e tra di loro. L’orizzonte della Parola è infinito, perché il Padre non ha figli da sprecare. La nostra missione è la stessa di Gesù.
Tutta l’umanità è messe matura per accogliere la salvezza. Dove c’è rifiuto, c’è un ahimè (altra traduzione di guai). Questo guai, questo ahimè, non è una minaccia, ma la forma estrema di annuncio. L’annunciatore rifiutato dice: “ahimè per te! Non sai cosa ti perdi!”. L’annunciatore denunciando il male, ne porta su di sé la ferita. Così realizza l’offerta estrema della salvezza, che è fatta a tutti senza condizioni, anche a chi rifiuta: come fece il Signore in croce, rifiutato da tutti. La perdizione di chi rifiuta si riversa su chi è rifiutato. Il dramma dell’amore non amato, che non rinuncia mai ad offrirsi, è l’orizzonte stesso della salvezza, a nessuno negata e donata a tutti. Si vede così la serietà del dono e la gratuità dell’amore di Dio, che sa perdersi per ogni perduto.
La serietà dell’annuncio della misericordia, non è un far finta di niente: è un portarlo alla luce nella misericordia. La serietà dell’annuncio, non è auto-assoluzione, ma un portare alla luce ciò che era nascosto: l’amore di Dio.
La Parola, come la Vita, non è un gioco a biglie: la dobbiamo ascoltare e se vogliamo accettare o rifiutare, ma non possiamo sminuirla e prenderla in giro. Diversamente ci scaviamo la fossa con le nostre mani.
Il disprezzo per la vita, il disprezzo per il fratello, il disprezzo per l’annunciatore: sono disprezzi che ricadono alla fine tutti sul Cristo Morto e Risorto per noi: quello è il grande annuncio di salvezza che non possiamo dimenticare o far finta di non avere ascoltato.
Siamo chiamati ad essere lampada accesa che illumina unendoci a Cristo Crocifisso senza paura. Il desiderio di somigliargli lo dobbiamo riscoprire ogni giorno. È questo desiderio l’amore che purifica da ogni paura: il cuore puro vede Dio e discerne il suo volere, perché lo ama.
La supponenza si declina tanto spesso secondo i canoni del disprezzo, del timore dell’altro, della precomprensione, dell’arroccamento agguerrito – e perciò sulla difensiva – a possibili risultati raggiunti. Essa è espressione di un cuore indurito, cristallizzato e reso impermeabile a ogni passione. La supponenza è uno degli atteggiamenti che più caratterizza le persone religiose, coloro che credono di aver dimestichezza con Dio e con “le cose di Dio” tanto da poterle gestire, amministrare, senza più lasciarsene interpellare.
Savone
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