I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo:
“Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome”.
Egli disse: “Io vedevo Satana cadere dal cielo come la folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare. Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli”.
In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito santo e disse:
“Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto. Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio E nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”.
E volgendosi ai discepoli, in disparte, disse:
“Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l’udirono”.
Il salmo 126 ai vv. 5 e 6 dice:
“Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo.
Nell’andare, se ne va e piange, portando la semente da gettare,
ma nel tornare, viene con giubilo, portando i suoi covoni”.
I discepoli tornando dalla missione tornano con gioia. Tornano con gioia per la vittoria su Satana. Tornano con gioia perché hanno superato tutte le difficoltà e le contrarietà alla missione (serpenti, scorpioni e potenza del nemico). Tornano e trovano il vero motivo della gioia: i vostri nomi sono scritti nel cielo, perché siete entrati nel seno del Padre.
La missione è fonte di gioia per il discepolo perché lo rende simile a Cristo: annunciare la buona novella lo fa diventare buona novella. Solo quando il discepolo, il cristiano, passa dall’ascoltare e dal vedere il Verbo all’annuncio, fa certi passi.
Lo vediamo nei nostri gruppi ecclesiali. Tutta la formazione che noi facciamo ci porta ad una certa maturazione. Ma lo scatto di coscienza di essere figli avviene solo quando noi annunciamo, testimoniamo, amiamo. Solo quando diciamo con la bocca e con il corpo e con la persona tutta la liberazione avvenuta e che avverrà, la nostra fede acquista maturità. Solo quando in nome del Padre noi amiamo il fratello per quello che è, e non per quello che si merita, noi facciamo lo scatto della maturità nella fede. Questo dovrebbe essere lo scatto del sacramento della cresima, normalmente dato e preso solo perché bisogna darlo e bisogna prenderlo. Un sacramento vissuto con magia il più delle volte, un sacramento della maturità cristiana, che diventa il sacramento dell’addio.
Nel mentre Gesù accoglie i discepoli pieni di gioia, anch’egli gioisce con loro e per loro. Questa esultanza è la stessa esultanza di Elisabetta quando ricevette la visita di Maria; è la stessa esultanza di Maria quando Magnifica il Signore per le grandi cose che ha fatto in lei e nel mondo.
L’esultanza di Gesù nasce dal fatto che fino a quando egli ha parlato con i farisei, i dottori della legge, i teologi (i talebani), i sacerdoti, non ha ricevuto altro che contrarietà e cavilli giuridici, mai accoglienza. Nel momento in cui lui e i discepoli si sono rivolti ai piccoli, ai poveri, agli ignoranti di cultura e di legge, hanno ricevuto accoglienza. Gesù si rallegra perché questi piccoli, questi senza sicurezze, questi poveri si rivelano ancora una volta disponibili ad accogliere la buona notizia: sono disponibili all’ospitalità di Dio in casa loro, per questo comprendono perché amano, non perché ci ragionano sopra.
La felicità dei discepoli rimarcata da Gesù è chiara: voi state vedendo e udendo senza saperlo quello che molti prima di voi hanno cercato di vedere e di udire, e quello che molti dopo di voi cercheranno di vedere e di udire.
Cosa vedono i discepoli? Vedono la realizzazione delle promesse e la realizzazione del futuro. Vedono il Verbo e lo odono. Vedono e odono con attenzione, per questo nasce in loro l’obbedienza alla missione che li porta a gioire per avere accettato la stessa missione.
Noi troppo spesso ci intristiamo perché non accogliamo la missione, magari adducendo delle buone scuse: non sono capace, non ci riesco, no io no. E perdiamo l’occasione della fede e della gioia. L’accoglienza dell’invio è fonte di rischio ma anche di gioia: forse non sono così costretto a darmi dell’imbranato come faccio normalmente. Chi non rischia non rosica. La beatitudine e la felicità nasce dall’accorgerci che il mondo è pieno di vita, ce n’è molta di più di quanto pensiamo. La missione ci rende di nuovo capaci di vedere e di udire. Quante persone incontriamo, se accettiamo la missione, che hanno bisogno e che danno affetto. L’udire le pulsioni di vita che ci sono nel mondo, ci spingono a renderci caldi, sono i preliminari che ci fanno innamorare della vita; sono i preliminari che ci portano al desiderio di vita e di dare la vita, ad un desiderio di fecondità; ti portano a toglierci dalla testa il preservativo che ci soffoca, ci fanno accorgere che tutto il nostro desiderio di fecondità non funziona se continuiamo a crearci dei preservativi per salvarci la faccia, anziché lasciarci travolgere dall’urgenza della missione. Se non facciamo questo continuiamo a dare importanza a ciò che è secondario e non riusciamo più a dare importanza all’essenziale. E così facendo: non c’è gioia, non c’è esultanza, non c’è beatitudine.
Preghiamo il Signore che apra i nostri occhi e le nostre orecchie. Ci dia la grazia di accettare la sua chiamata alla missione. Ci renda capaci, oggi, di vedere e di dare un nome a quel contrario alla vita che tutti noi abbiamo.
Sarebbe bello poi, scoperto il nome della nostra contrarietà, che noi ce la comunicassimo: li potrei raccogliere, anonimi, e rispedire. Potrebbero essere utili per tanti.
La beatitudine e la felicità nasce dall’accorgerci che il mondo è pieno di vita, ce n’è molta di più di quanto pensiamo. La missione ci rende di nuovo capaci di vedere e di udire.
PG
Con le persone che ho salvato, ogni volta che ci vediamo, sono abbracci e sono baci.
Questo è molto bello. Con loro ho imparato molte cose, a tirar fuori la parte umana, la parte d’amore che ognuno di noi ha dentro. Che un abbraccio è proprio la trasmissione dell’anima.
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