Luca 11, 1-4
Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli».
Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione».
Pregare, pregare non è dire parole ma entrare in relazione. Comunicare non è dire parole ma sentire l’altro dentro di sé. Parlare non è questione di lingua ma di tutta la persona che si mette in contatto con l’altro.
Pregare significa fare spazio. Fare spazio all’Altro che fa spazio in Lui per noi. Pregare è un’azione personale ma che se non sconfina nel comunitario diventa un’azione sfalsata di per sé, perché se l’altro non diventa il fratello con cui mi relaziono anche la mia relazione col Padre viene meno e viene vanificata.
Pregare è dunque un’azione personale dove mi riconosco figlio. Ma, allo stesso tempo, è un’azione sociale dove mi riconosco fratello. Il riconoscermi figlio, senza riconoscermi fratello, è falsificante perché mi vorrebbe ridurre ad essere figlio unico mentre figlio unico non sono. Come il riconoscermi fratello senza il riconoscermi figlio è falsificante perché senza un Padre non vi può essere fraternità.
Dunque la preghiera è relazione con il Padre in vista di una relazione coi fratelli. Relazioni che si rafforzano a vicenda nella loro intima verità.
La preghiera è relazione col Padre riconosciuto tale: “sia santificato il tuo nome”. Dio non ha bisogno di essere santificato da nessuno, lo è già Santo, Santo, Santo. Da Lui discende ogni santità. Santificarlo significa viverlo come Santo in una preghiera relazionale e filiale sempre più vera e coinvolgente.
E il chiedere a Lui che il suo Regno possa venire, significa chiedere che la fraternità su questa terra possa crescere e possa divenire motivo di pace e di giustizia, motivo di relazioni più vere e fraterne.
Il Padre è Colui che in Gesù, si incarna nel Buon Samaritano. Il Padre è Colui che vede ma non passa oltre. Il Padre è Colui che vede la nostra umanità abbandonata mezza morta sul ciglio della strada e si ferma mosso a compassione.
Padre nostro, Buon Samaritano che hai compassione di noi e ti fermi ad ogni occasione a soccorrerci, a prenderti cura di noi. Ti fermi e versi vino sulle nostre ferite per disinfettare quel male che tali ferite, causate dal male, seminano nella nostra esistenza. Tramite quelle ferite il veleno entra nel nostro corpo. Il tuo vino, il sangue di Cristo versato in croce, è l’antidoto di bontà che neutralizza in noi la forza di tale veleno di malvagità.
E versi olio perché il dolore che tali ferite provocano in noi, possa essere lenito e riportato a normalità, soprattutto quel dolore di cuore che nasce dal tradimento e dall’allontanamento di coloro che credevamo amici. È olio di fragranza, è l’olio dell’accoglienza, è l’olio che in Maria che ci accoglie e ci ascolta tu manifesti tutta la tua capacità e desiderio di accoglierci.
E la preghiera diventa relazione perché la preghiera, nella verità del suo essere, è accoglienza e ascolto, silenzio e contemplazione di un volto amante.
Ne consegue che la preghiera non può non aprirsi alla fraternità. Se scopriamo il nostro essere figli non possiamo non riscoprire il nostro essere fratelli. Per questo chiediamo il pane dell’amore per tutti, per tutti noi. Per questo desideriamo il pane del perdono con tutti, con tutti noi. Per questo desideriamo il tuo perdono, Padre, perché il nostro cuore pulito e purificato, perdonato e pieno della tua misericordia, sia un traboccare di voglia di vivere il perdono come l’azione più alta che una persona possa compiere e possa vivere. Siamo così invitati e spinti a scoprire la bellezza del perdono e la bellezza del nostro vivere da perdonati, perdonanti.
Sappiamo che la tentazione di sentirci e di crederci figli unici è sempre pronta a bussare alle porte del nostro cuore. Per questo ti chiediamo di aiutarci a tenere viva la fiamma della tua Parola, l’amore del riconoscerti Padre e viverci come figli e fratelli. Smuovi anche oggi il nostro desiderio di te, il nostro desiderio di sentirci perdonati, la voglia di riscoprire e di vivere la bellezza del perdono. Liberi da ogni impellenza di rivalsa e di vendetta, senza la cappa di gelosie e invidie che soffocano il nostro cuore rendendolo asfittico e arido.
Mettere, per mezzo del Pensiero, l’infinito di quaggiù in contatto coll’infinito di lassù, è quello che si chiama pregare.
Victor Hugo
All’uomo, ad ogni uomo che pure parte da una condizione di piccolezza Dio si fa vicino ponendo sulle sue labbra il nome di Abbà-padre. Ripetere questo nome significa accedere alla comprensione del nostro nome più vero: figlio amato di un amore eterno.
Savone
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