Luca 11, 14-23

In quel tempo, Gesù stava scacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto cominciò a parlare e le folle furono prese da stupore. Ma alcuni dissero: «È per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni». Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo.

Egli, conoscendo le loro intenzioni, disse: «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. Ora, se anche satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl. Ma se io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio.

Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, ciò che possiede è al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino.
Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde».

Si racconta che:     

Una piccola onda se ne andava felice per il mare: era contenta, allegra, si sentiva frizzante e potente, si abbandonava al gioco della corrente, si lasciava increspare dal vento. Era proprio felice di essere un’onda. Ad un certo punto vide però, laggiù in lontananza, la scogliera e poi la spiaggia e si accorse che le altre onde, quelle che erano andate avanti, lì si infrangevano e di loro non rimaneva più nulla. Cominciò a sentirsi triste: se avesse potuto sarebbe tornata indietro, nel mare profondo, da dove non si vede terra; oppure avrebbe voluto fermarsi là dove si trovava, frenare pur di non andare avanti… Un’onda più grande le passò vicino e le chiese: “Che ti succede? Come mai sei tanto triste?” e la piccola onda le rispose: “Ma non vedi che fine faremo? Anche tu che sei un’onda così grossa sei destinata a romperti laggiù.” Sorrise la grande onda e disse: ” Tu non sei onda, sei oceano!”

La questione è unica: quanto siamo capaci di appartenere a qualcosa o a qualcuno oppure no. È vero che, pur piccoli, ci sentiamo felici di essere un’onda, seppur piccola. Ma senza doverci annullare come tale, la capacità e il desiderio di essere mare e oceano è questione vitale e, purtroppo, disattesa.

Non riusciamo più ad appartenere a nulla e a nessuno. Ma non come questione di possesso, quanto invece come questione di amore e di dono. Siamo convinti che ciò che è essenziale è quel benedetto “io” che è appunto benedetto, perché senza non esisteremmo, ma che è anche maledetto allo stesso tempo perché ci chiude ad ogni possibilità di relazione, se vissuto come assoluto. Preferiamo appartenere alla schiera degli spiriti muti. È vero che non riusciamo a comunicare in tal modo, ma almeno siamo sicuri di essere noi, piccola onda felice dispersa in un oceano di acqua alla quale non sentiamo di appartenere.

Appartenere ad una idea, appartenere ad una ideologia, appartenere ad una religione, appartenere ad una nazione, appartenere. Parola tanto pericolosa, se mal vissuta, quanto preziosa se ben gestita.

Appartenere non può rincorrere quelle derive dove chi è della nostra idea va sempre bene e può fare tutto ciò che vuole. Appartenere chiede capacità di parlare e quindi di ascoltare. L’io come centro di tutto e come assoluto ci rende impossessati di un demone muto e sordo che chiude ad ogni relazione.

L’appartenenza non è questione di sicurezza e non è neppure un modo per stare insieme civilmente senza pestarsi i piedi. L’appartenenza è capire che solo insieme si può vivere e solo insieme uniti si può realizzare qualcosa. Senza tale capacità, senza la liberazione dallo spirito muto, che ci rende sempre più sordi, ogni sorta di realtà crolla su di sé alla prima difficoltà. Forse un po’ perdiamo di felicità individuale ma ne possiamo acquistare molta di più come felicità comune.

Senza questa appartenenza sana una coppia scoppia inesorabilmente. Senza questa appartenenza sana una comunità è più un incrocio dove il semaforo regola il passaggio di ognuno in modo tale che nessuno tocchi l’altro e si scontri con lui. In questo modo una regione è solo preoccupata di tenersi la propria ricchezza non pensando a chi ne ha di meno e pensando se salvare se stessa perde la cosa più preziosa che è il suo essere popolo, nazione con la quale cresce e nella quale ritrova la propria identità.

Siamo muti quando usiamo l’appartenenza per difendere i nostri diritti anziché giocare la nostra vita, siamo sordi quando pensiamo che l’individuo sia la risposta al nostro bisogno di esistere. Nella relazione c’è salvezza, nell’unità per uno scopo bello e buono c’è vita. Solo la persona, mai l’individuo, può gestire una tale felicità di vita. Solo la persona può costruire qualcosa di comune perché solo la persona sa mettersi in relazione e sa vedere l’insieme e l’importanza dell’insieme. Diversamente un regno diviso in se stesso crolla.

Essere con Cristo è a Lui appartenere e raccogliere con Lui in una dimensione e in una dinamica comune dove l’individuo diventa persona e dove la persona non perde la sua identità ma la dona: piccola onda che diventa oceano.

Non essere di Cristo, per me, non essere di chiunque o di nessuno, per altri, è luogo dove mi è permesso giocare la mia capacità di dono gratuito. Senza alcuna pretesa di salvare il mondo, senza alcuna pretesa di essere onnipotente, ma con la certezza che solo così posso mettermi in relazione, solo così posso costruire qualcosa di comune che non sia solo una bella piccola onda che si perde al primo infrangersi sul bagnasciuga.

Qualcosa di comune che dona una felicità e una gioia più grande e più vera, una gioia in relazione che non finisce con la mia morte, una gioia che non crea divisione ma unità. Una gioia che viene da quello Spirito di Cristo che fa fiorire il deserto nella bellezza di una primavera ritrovata.

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E. Avveduto

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