Luca 11, 29-32
In quel tempo, mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire:
«Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Ninive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione.
Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone. Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Ninive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona».
Ascoltare i segni dei tempi che anche oggi ci sono donati, è una grande virtù che dobbiamo riscoprire.
Per cogliere i segni dei tempi, quei segni attraverso cui Dio ci parla, dobbiamo allenare la nostra vista, il nostro udito, il nostro cuore, il nostro tatto, il nostro naso a ben altre attenzioni.
Il nostro naso sente se nell’aria c’è odore di letame ma non sente più lo smog che attanaglia i nostri polmoni. Il nostro tatto non sa più riconoscere la delicatezza del tocco. I nostri orecchi sono talmente abituati a sentire le stesse cose e le stesse parole che non sanno più udire qualcosa che non parli di crisi o di guerra. I nostri orecchi sono saturi dei rumori dei motori, ma non sanno più riconoscere e gustare il suono di una campana o il vagito di un bimbo.
I nostri occhi! Che dire dei nostri occhi? I nostri occhi vedono solo i difetti, le cose che non vanno, ma non sanno più vedere la sapienza che come un’anaconda serpeggia nelle nostre case, nelle nostre strade, nelle nostre chiese. E se la vede si lascia intimorire dalla sua cattiva fama, ma non sa accoglierla. Ne abbiamo paura, di questa sapienza, perché la riteniamo poco conveniente per noi, cosa d’altri tempi. E abbiamo paura che, se la guardiamo e ascoltiamo, poi i nostri affari, la concretezza della nostra esistenza vada a finire chissà dove.
Abbiamo perso lo sguardo di Dio, abbiamo perso il cuore di Dio. Non abbiamo più il suo udito e ci manca ormai da troppo tempo il suo tocco di tenerezza. Non sappiamo più riconoscere il suo odore familiare che bello o meno, poco importa, ci parla di casa e di famiglia.
Ritornare ad ascoltare la vita significa, anzitutto, abbandonare la facile posizione, ma che alla lunga diventa scomoda perché disumana, della sterile lamentela. Un atteggiamento tipicamente adolescenziale, che sembra sempre più adatto, nella sua tenacità, ad accompagnarci fino alla morte.
Ritornare ad ascoltare significa ritornare a sentire il battito del cuore di Dio nella nostra esistenza. È il battito del Creatore che si propaga con la forza di un tam tam in ogni creatura. È un ritmo che ci può piacere oppure no, ma è un ritmo umano che proviene dal cuore divino.
Ed è un ritmo che profuma di rose, profuma di Dio, profuma di umanità e ci dice che è ancora possibile ritrovare noi stessi in questo mondo e ritrovare quella libertà responsabile che non ci rende succubi e schiavi di una modalità di vita che è così solo perché così fanno tutti. Una modalità di vita che, è inutile negarlo, ci ha abbruttiti e continua ad abbruttirci. Schiavi del lavoro, illusi dal boom economico, ci trasciniamo tra una droga e l’altra, da un bordello all’altro, da un fallimento all’altro. Povera umanità che grida la sua sete di un Salvatore, il suo bisogno di ritornare ad odorare i profumi di casa, i profumi di umanità divina.
Che cosa sentono le nostre mani, a cosa è abituato il nostro tatto? Al volante di una automobile o al manubrio di una motocicletta. Ogni accensione ci ottura sempre più il naso e intasa i polmoni di tutti noi. Ma siamo ubriachi di ritmo e appena questo ritmo ci manca, ci sentiamo spersi e vuoti, disperati e incapaci di reagire di fronte alle fatiche e alle difficoltà della vita.
Che cosa ascoltano i nostri orecchi? Il silenzio di una vetta di montagna? O anche in montagna andiamo dove vanno tutti accompagnati da rumore e maleducazione? Cosa contemplano i nostri occhi? Cosa sentono le nostre narici? Cosa toccano le nostre mani?
Ritorniamo a ricercare col cuore i segni della presenza del Creatore. Quei segni di bellezza che sono presenti nel creato, pur malconcio a causa dell’uomo, e nella persona umana, anch’essa spesso malconcia.
Ma c’è una vita, c’è un battito che non smette, c’è un amore che non può essere silenziato, c’è una Parola che chiede anche oggi di essere ascoltata.
C’è una vita che chiede accoglienza. Smettiamola di cercare segni e prodigi che lasciano il tempo che trovano, creando solo delle sterili illusioni. Cerchiamo la vita, quella vera. Ascoltiamola, vediamola, odoriamola, accarezziamola e teniamocela cara, condividendola con i nostri fratelli e le nostre sorelle.
Il segno è qualcosa che ti indica la realtà, ma non è mai da confondere con la realtà, se indichi allo stolto la luna ti guarda la punta del dito. Noi in genere cerchiamo i segni, la punta del dito. Invece Dio ci indica un’altra cosa!
S. Fausti
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