11 ottobre 2021 Luca 11, 29-32

Giovanni Nicoli | 11 Ottobre 2021

Luca 11, 29-32

In quel tempo, mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire:

«Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione.

Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone.

Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona».

Siamo sempre alla ricerca di segni nel nostro quotidiano. Un segno che è simbolo di qualcosa d’altro, di qualcosa di più grande.

Un segno può essere simbolo di speranza di fronte ad una guarigione. Oppure un segno, che è poi un avvenimento, può essere segno di disperazione quando si rischia di iniziare di nuovo una guerra. Una guerra può essere segno di recidività degli uomini che continuano a conquistare e a perdere, lasciando dietro di sé solo cadaveri e distruzioni. Questo avviene quando inizia una guerra fatta con le armi; avviene anche quando si inizia una guerra commerciale o si finisce nel bel mezzo di una tempesta finanziaria.

Il segno è sempre simbolo di qualcosa di più grande. Anche i nostri litigi familiari, che noi definiamo spesso “per cose futili”, sono segno di qualcosa di più grande. Si litiga per cose insignificanti che hanno un grande significato affettivo.

Ogni giorno siamo alla ricerca di questi segni, ma sembra che abbiamo smarrito la capacità di riconoscerli. Cerchiamo dei segni grandi, dei miracoli, che ci parlino di Dio e ci dimentichiamo che il nostro è un Dio che si è incarnato. Cerchiamo segni fuori dalla realtà e non li troviamo; spesso siamo bravi ad inventarli e allora diventiamo dei creduloni ingenui anche se in nome della fede, quando è nella realtà che noi possiamo incontrare questi segni.

I segni sono i fratelli che incontriamo ogni giorno. Come Giona è stato segno per la sua generazione, come Gesù è stato segno inascoltato per la sua, così noi: siamo circondati da fratelli segni, ma non li sappiamo riconoscere perché in tutt’altre faccende affaccendati, perché attenti a guardare dalla parte sbagliata, dalla parte della disincarnazione.

Ogni fratello è un segno e io posso essere un segno per ogni fratello. Fratello povero segno della predilezione di Dio. Fratello saggio segno di un Dio messo in mezzo a noi. Fratello malato segno del nostro Dio sofferente. Fratello trattato ingiustamente segno di un Dio, il nostro, finito in croce per amore.

È chiaro che in questi casi il segno è anche realtà, il simbolo è anche verità. Non paragoniamo il simbolo della bandiera ad una nazione, ma il segno di un uomo come reale figlio di Dio amabile per se stesso e non perché c’è di mezzo Dio. Diversamente rischieremmo di usare il prossimo per arrivare a Dio.

Noi siamo chiamati ad essere segno per quello che siamo. Siamo chiamati ad essere dei convertiti. Gente cioè innamorata di Dio e del suo essere misericordioso. Siamo chiamati, proprio perché in conversione permanente, a riconoscere la sua presenza non tanto nelle cose, anche; non tanto nei miracoli, anche; non tanto nelle cose grandiose quanto invece nei nostri fratelli. Quei fratelli che non sono lontani e non sono scelti in modo premeditato, ma quei fratelli che ogni giorno incontro. Quei fratelli che incontro sul lavoro e quelli che incontro in negozio, quelli che incontro ad una partita come quelli che incontro al bar, quelli che incontro lungo le strade e quelli che incontro mentre chiedono l’elemosina, quelli che vengono affidati alle mie cure di medico o di infermiere e quelli che debbono trattare i loro debiti con la banca.

O mettiamo il fratello sopra ogni cosa come simbolo e segno di una presenza che è vita e che è vitale per me, oppure la legge sarà sempre qualcosa che ci supera e che schiaccia i più deboli. Sia essa una legge del mercato come una legge religiosa, come una legge politica come una legge regionale e finanziaria. Noi pensiamo e siamo convinti che la legge uccida, come ci dice Paolo, e sia fonte di morte solo se è una legge religiosa che diventa un imperativo morale che non bada al coinvolgimento del cuore della persona. Dimenticandoci che le leggi dello stato o le leggi del mercato, sono anch’esse fonte di morte, forse in modo ancora più sadico e feroce. Siamo così convinti di questo che crediamo buona legge che possa risolvere i nostri problemi siano essi economici come a livello di giustizia. Siamo proprio degli illusi: queste leggi, ormai nessuno sa quante siano, non fanno altro che intralciare la vita degli onesti e aumentare le scappatoie per chi onesto non è.  La vita, la soluzione dei problemi, il rilancio del mercato del lavoro, una sanità più sana, non saranno mai frutto di una legge, ma di persone che si coinvolgono in modo vero e in modo nuovo in queste realtà. Ormai le leggi servono solo a creare una disperazione burocratica omicida.

I segni, i simboli, le realtà di Dio sono in mezzo a noi: alleniamoci a scoprirli e ad identificarli: il nostro sarà un continuo cammino di conversione, di innamoramento, cioè, di Dio e dei fratelli.

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21 Febbraio 2024 Luca 11, 29-32

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E. Avveduto

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A. Savone

20 Febbraio 2024 Matteo 6, 7-15

Il cuore della preghiera, di ogni preghiera, di ogni legame d’amore è il perdono, perdono da ricevere da Dio nell’istante preciso in cui anche noi lo offriamo ai nostri fratelli. La vera preghiera d’amore è questa, il resto rischia di essere un’inutile, irrispettosa, melmosa ripetizione di parole che non cambia la vita e non scalda il cuore.P. Spoladore

La preghiera attraversa il corpo. È il respiro, il grido, l’interrogativo, la supplica, il gesto senza parole, il tempo del dilemma, il ritardo, l’imprevisto, le mani piene, le mani vuote.
J. Tolentino Mendonça

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espressioni come: amare il prossimo in Dio, per amore di Dio, sono ingannevoli ed equivoche.

All’uomo, tutto il suo potere di attenzione è appena sufficiente per essere capace semplicemente

di guardare quel mucchio di carne inerte e nuda al bordo della strada.

Non è quello il momento di rivolgere il pensiero a Dio.

Ci sono momenti in cui bisogna pensare a Dio dimenticando tutte le creature senza eccezione,

come ce ne sono altri in cui guardando le creature non bisogna pensare esplicitamente al creatore.

Simone Weil

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