Luca 11, 42-46

In quel tempo, il Signore disse: «Guai a voi, farisei, che pagate la decima sulla menta, sulla ruta e su tutte le erbe, e lasciate da parte la giustizia e l’amore di Dio. Queste invece erano le cose da fare, senza trascurare quelle. Guai a voi, farisei, che amate i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze. Guai a voi, perché siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo».

Intervenne uno dei dottori della Legge e gli disse: «Maestro, dicendo questo, tu offendi anche noi». Egli rispose: «Guai anche a voi, dottori della Legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!».

È sempre utile non dare per scontato la schiavitù del nostro cuore nei confronti della legge, anche quando semplicemente la avversiamo.

La legge pervade la nostra esistenza e diventa il riferimento di ciò che è lecito e di ciò che lecito non è. La legge è il riferimento anche per i suoi trasgressori: sanno quale è il limite e inventano modi sempre più originali e sofisticati, per potere superare questo limite impunemente.

L’invito che il Signore Gesù ci fa è un invito a guardare oltre e più in profondità. Gesù non vuole fedeltà vuote a leggi sempre meno significative e vitali. Gesù vuole la vita dello Spirito in noi e per noi.

Il dono dello Spirito è dono che porta in sé, a noi, “amore, gioia, pace magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Galati 5, 22). Sappiamo che contro tutto questo non vi è legge che tenga, neanche quella con la elle maiuscola.

L’abbiamo già detto e lo ripetiamo: non vi è adesione apparente a qualsiasi realtà che possa tenere e che possa essere giustificata da Gesù.

La Legge come cosa esteriore non è altro che un peso buttato sulle nostre e altrui spalle, che non dona vita ma uccide la vita. È la Legge di fedeltà a cose inutili o secondarie ma, soprattutto, a cose non credute. Quando le cose non sono credute l’effetto non può che essere un effetto di rifiuto, di mal sopportazione, senz’altro non può essere un effetto di fede.

Ciò che conta è la giustizia e l’amore di Dio, niente altro. Fino a che non faremo esperienza di questo Dio di amore e di giustizia, noi non avremo fatto esperienza di fede, anche se conosciamo bene la dottrina.

Ciò che interessa, dunque, è la giustizia e l’amore di Dio. Il giudizio è dunque associato all’amore, perché la norma dell’amore di Dio è la misericordia. Il giudizio giusto consiste dunque nel non giudicare, nel non condannare ma nel dare con gratuità amore e perdono.

È l’esatto opposto di quello che facciamo noi, farisei e dottori della legge. Noi che pontifichiamo, noi che abbiamo dimestichezza con la Parola, noi che usiamo la Parola per annunciare il mio regno e non per testimoniare il regno di Dio. Noi che non amiamo più l’umiltà, noi che ci nascondiamo dietro ai numeri, noi che non amiamo la solitudine, noi che non siamo capaci di portare il peso leggero della legge dell’amore, peso che solleva i nostri cuori.

Riconoscere che tutto è dono di misericordia di Dio, è atto di libertà e atto di benevolenza. È atto di fedeltà alla vita con un atteggiamento di mitezza che fa scaturire pace in noi e nel prossimo. È capacità di non farci prendere dall’ira, ma essere comunicatori, perché portatori di pace, di amore e di gioia.

Non più dunque l’amare noi stessi come centro della nostra attenzione e delle nostre preoccupazioni, ma amare se stessi con tutto il cuore, con tutto l’animo. Metterci al centro di tutto facendo del mio io il mio dio, è il tradimento che noi operiamo nella nostra bravura a gestire la legge.

Distogliere da noi la centralità dell’amore e dell’attenzione, mettendo al centro la giustizia e l’amore di Dio, significa mettere al centro non il giudizio ma la relazione con Dio e il prossimo, con il Padre e il fratello.

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26 Ottobre 2025 Luca 18, 9-14

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Giovanni Vannucci

Quando giudichiamo, non facciamo altro che metterci davanti ad uno specchio e proiettare sull’altro tutto ciò che in noi non va, che non riusciamo ancora ad accettare e su cui dobbiamo ancora iniziare a lavorare. Prima di giudicare qualcuno dovremmo sempre chiederci: «Io vorrei sentirmi dire ciò che sto dicendo al mio fratello?». Allora, forse, ci accorgeremmo che ciò che cambia davvero gli altri non è il giudizio spietato sui loro errori ma l’amore che so riversare sulla loro fragilità perché, se faccio questo, significa che innanzitutto io ho sperimentato l’amore che Dio riversa sulla mia miseria.

F. Rubini

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Il male riconosciuto è l’equilibrio che consente al bene di sbocciare perché il campo è sgombro, la terra lavorata, la pioggia caduta,
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Domani mattina forse ci risveglieremo ancora una volta, ci sarà data ancora la possibilità di vivere la nostra vita ma non c’è data questa possibilità semplicemente perché Dio ci sta viziando, ma perché ci sta dando ancora una volta l’occasione di concludere qualcosa, di decidere per che cosa vogliamo vivere. Ci sta mettendo nelle condizioni di portare qualche frutto che mentre rende felici noi, può rendere felice anche Lui che ci ama.

L. M. Epicoco

24 Ottobre 2025 Luca 12, 54-59

È la Parola di Dio stessa che tocca il cuore, lo ferisce e, ferendolo, lo risveglia e lo rende sensibile. La frequentazione quotidiana della Parola di Dio costituisce il terreno per eccellenza del discernimento.

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“Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire. Questa voce, che lo chiama sempre ad amare, a fare il bene e a fuggire il male, al momento opportuno risuona nell’intimità del cuore: fa questo, evita quest’altro… La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità».

Gaudium et spes

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