In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e divertiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».
Anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni.
In ognuno di noi, nel profondo del proprio cuore c’è un desiderio di ricchezza e di arricchirsi. Questo desiderio noi lo possiamo concretizzare o con le cose, o con il sapere, o con la sapienza e la fede.
È quasi impossibile che noi riusciamo ad arricchirci su tutti e tre i fronti: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, piuttosto che un ricco entri nel regno dei cieli; impossibile agli uomini ma non a Dio.
Questo avviene perché quando siamo ricchi e sazi di cose, non sentiamo più il desiderio di arricchirci nel sapere, e quando siamo ricchi di sapere non abbiamo più bisogno di arricchirci di Dio e della sua sapienza: noi bastiamo già a noi stessi.
Noi ci rendiamo conto che se non sentiamo fame, se non sentiamo un po’ di disagio dentro, non andiamo a cercare qualcosa di più. Siamo sazi: ci fermiamo.
Se uno va in montagna e alla prima cimetta si ferma e si gode quella cimetta, non sente più il bisogno di andare oltre. Sceglie di fermarsi lì: ma chi me lo fa fare di fare altra fatica se è già bello qui?
Se noi stiamo già bene, cosa vuoi andare a perdere tempo con Dio e la sua sapienza? Sono cose futili che non c’entrano con la vita. Perché è bello filosofare e amare Dio, ma poi se non hai la pancia piena?
Chissà perché poi però tutto quello che abbiamo non ci basta mai, tutto quello che sappiamo ci sembra sempre poco: siamo sempre in competizione (io ho un pelo, dice Gaber in uno dei suoi brani, ma siccome l’altro ne ha dieci è già in un’altra posizione, avere dieci peli è già in un’altra posizione, 10 peli sono già una peluria: io devo avere 10 peli; ma siccome l’altro poi ne ha 100… e così via fino all’esaurimento della vita), vogliamo avere più dell’altro e avere sempre più possibilità; non fa niente se poi non sappiamo che farcene delle cose che abbiamo perché non abbiamo il tempo neppure di fargli la polvere: questo atteggiamento di cupidigia ci toglie la possibilità di gustare e di godere. Quando arriva il momento in cui i granai nuovi sono pieni, sei già morto dentro.
Correre per avere di più: ma il nostro cuore non può trovare riposo se non in Dio.
Nelle nostre famiglie diventiamo matti per avere, corriamo come dei dannati e ci impegniamo, facciamo i salti mortali per metterci a posto e per mettere a posto i figli: quando tutto sembra a posto, abbiamo perso la salute, oppure la famiglia si è rotta, oppure non c’è più intesa e amore.
Oppure diventiamo matti per avere il voto migliore, per essere più belle/i, per avere il ragazzo/a più figo/a: e poi quando ce l’abbiamo, appunto ce l’abbiamo ma non siamo: siamo incapaci di instaurare una relazione vera.
Tante volte la cupidigia si manifesta anche a livello di fede o di religione, meglio. Dobbiamo arrivare chissà dove, dobbiamo capire di più e avere più valori e… ma ci dimentichiamo di Dio. In tutti questi casi è il lievito dei farisei che ci prende, la conseguenza è che ognuno di noi usa quello che ha (cose, conoscenza e religione) come una clava da dare in testa all’altro. E via con le accuse: ma tu sei fuori dal mondo, ma tu guardi solo al materiale; ma sai cosa vuol dire vivere all’interno della società al giorno d’oggi? Ma cosa è più importante nella vita?
La cupidigia non porta alla carità, alla condivisione, all’amore fraterno ma alla divisione: devo costruirmi dei granai più grandi, per me, per potere dire: anima mia, riposa, mangia, bevi e godi. Questa diventa la nostra morte (bellissimo al riguardo l’Avaro di Molière da leggere o da vedere interpretato dal Alberto Sordi).
La cupidigia ci porta all’obesità così come è descritta da Gaber!
La felicità non è avere quello che si desidera, ma desiderare quello che si ha.
Oscar Wilde
Il “pieno” della ricchezza sembra camuffare il desolante “vuoto”, la penosa carenza di intelligenza e di sapienza del ricco. La carenza di intelligenza diviene anche mancanza di relazioni e rifiuto di fraternità perché l’orizzonte interiore ed esistenziale del ricco è tutto assorbito dal proprio ego: egli “arricchisce per sé” dimenticando Dio e i fratelli.
Manicardi
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8 Marzo 2026 Giovanni 4, 5-42
Ti ho fatto per me.
In te ho posta una sete che parla di me.
Se la segui essa porta a me.
Ma tu non la vedi e non la senti.
Perchè il mondo ha provato a cambiarla, a rimuoverla, a cancellarla.
Ora hai sete di odio, di guerre, di potere, di successo e di denaro.
Per questo la sete di me ora dorme e tace in te.
Sei un girovago di pozzi in cerca di un’acqua che non disseta.
Avrai sempre sete fin quando non troverai me.
Nessuno può cancellare questa sete che io ho posta in te.
Prima o poi la intercetterai.
Te ne accorgerai.
E allora sarai stanco di girovagare per pozzi la cui acqua non sazia.
Io, invece, ti aspetterò al pozzo d Sicar.
Porterai la tua brocca e io ti darò l’acqua che non cercavi.
Risveglierò in te la sete che non provavi.
Perchè io ti ho fatto per me.
E nulla potrà darti ciò che solo io posso darti.
Il tuo cuore è un abisso.
Lo so bene perchè l’ho fatto io.
E io ci sono dentro.
Ora tocca a te rientrarvi.
Il pozzo sei tu.
Sei il pozzo ma non il fondo
Perchè il fondo sono io.
Da lì ti guardo.
Lì ti aspetto.
Tu sei la brocca e non l’acqua.
Perchè l’acqua sono io.
Berrai e sarai sazio.
Io in te e tu in me.
M. Illiceto
7 Marzo 2026 Luca 15, 1-3.11-32
L’amore sa aspettare, aspettare a lungo, aspettare fino all’estremo. Non diventa mai impaziente, non mette fretta a nessuno e non impone nulla. Conta sui tempi lunghi.
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La paura di non essere amati ci spinge a non lasciare al padre il potere di farci sentire così e preferiamo non farci trovare più, lasciare il posto in cui ci si aspetta che restiamo. E, con il gesto più libero che abbia mai fatto, il fratello maggiore, che non ha mai chiesto nulla, confessa il suo bisogno di essere amato allo stesso modo, e si arrende alla ricchezza umana del suo limite, come se stesse dicendo al padre “vienimi a cercare, anch’io voglio essere trovato”. E Lui viene a cercarci e ci chiama figli, ci invita a rallegrarci e a ringraziare con Lui.
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