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20 ottobre 2020 Luca 12, 35-38

Giovanni Nicoli | 19 Ottobre 2020

Luca 12, 35-38

Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! 

“Una sera, tornando a casa, ho sentito, alle mie spalle, un bambino che con voce allarmata quasi gridava: Mi vedi, papà? Mi vedi? Mi sono girata, stavo già per correre e vedo un padre seduto che guardava il cellulare e il bambino di fronte a lui che si stava sentendo invisibile …”. Così scrive la Candiani nel suo libro intitolato Tenerezza.

La vita che ci precede e ci accompagna e ci ritrova ad ogni momento e che è più forte di noi, forse ci spazzerà via tutti quanti immersi in uno schermo, in questa realtà virtuale che non significa virtuosa ma falsa, virtuale appunto, che non esiste.

Siamo chiusi in magici mondi davanti agli occhi, chiusi a tutto il resto, immersi in uno schermo luminescente. Se stai in ufficio davanti allo schermo del computer ti sembra di esserci, se stai in giardino in mezzo al verde contemplando un merlo che becca nell’erba chissà che cosa, ci sei. Eppure ci sentiamo più sicuri davanti ad uno schermo che non ad un giardino verde. Mentre ero in giardino pensavo: che cosa contemplano i nostri bimbi che passano le loro domeniche non in mezzo alla natura ma in un centro commerciale magari super affollato, ben rivestiti da maschere doc?

Non è un problema di dove siamo, è un problema di chi siamo e di che cosa diventiamo ogni giorno. Non è un problema di cosa facciamo ma se ci siamo mentre siamo in un posto oppure se ci facciamo mentre siamo in un altro.

In tante situazioni della nostra vita, se di vita possiamo parlare, sembra che siamo senza corpo. Se non sentiamo il nostro corpo non possiamo neppure sentire quello dell’altro.

Ciò che colpisce, con l’invasione dei nuovi barbari prezzolati di realtà virtuale, è la mancanza di vuoto. Non c’è spazio vuoto e non c’è un vuoto di silenzio nella maggior parte delle vite. Nessuno guarda più per aria: tutto è riempito di comunicazione istantanea. In questo pieno ci mancano le sfumature dei sentimenti che sono l’arte della nostra esistenza. Manca il chiaro scuro. Non c’è più spazio né per nostalgia, né per la malinconia, tantomeno per la tenerezza, la timidezza e la tristezza.

Dopo anni di tastiere e schermi touch, e ora di divieti di contatto e distanziamenti, saremo ancora capaci di donare carezze?

Credo che l’invito del Signore a non essere farisei che si accontentano delle maschere e delle apparenze da salvare, invito che si concretizza oggi nell’invito a stare pronti, coi lombi cinti e le lampade accese, sia un invito a guardare tutto quello che abbiamo a partire da quello che siamo, sia un invito a ritornare ad essere abbandonando l’avere.

I fianchi cinti sono la tenuta di lavoro. Il cammino dell’esodo, del pellegrino, si realizza nel lavoro e nel servizio quotidiano, celebrando l’eucaristia nel quotidiano, sul mondo e nel mondo. Così si attende il Signore: guardando il cielo e testimoniandolo sulla terra. Questa è la missione del Signore che Lui stesso fa il passamano con noi.

Accendere le lucerne significa accogliere quella Luce che viene dall’alto che illumina le nostre scelte di ogni giorno. Una luce che accolta illumina anche i fratelli.

Non siamo chiamati a fare qualcosa per essere attenti e pronti e svegli. Siamo chiamati ad essere e ad esserci vivendo la bellezza dell’attesa. Attesa che non è un lavoro o un dovere, ma una bellezza piena di piacere per chi deve arrivare e di sofferenza per chi ancora non arriva, per chi ancora non riusciamo a vedere, non sappiamo vedere.

I lombi cinti siamo noi che serviamo in umiltà la vita. La lucerna accesa è dono per i fratelli. Siamo discepoli in attesa accesi dalla Luce del Signore: ciò che siamo dentro appare anche fuori, ciò che siamo è vero dono per il mondo.

Noi siamo ciò che attendiamo. Se attendiamo il Signore della Vita diventiamo vita mai una volta per sempre ma ogni giorno. Se non lo attendiamo passa e non lo vediamo e quindi non lo accogliamo e quindi non possiamo servire la vita.

Ascoltiamo il Signore che bussa oggi alla porta della nostra persona: ascoltiamo e apriamo vivendo l’accoglienza della Luce che ci illumina e diventa servizio alla vita per il mondo.

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