Luca 12, 49-53

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!

Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

La globalizzazione non è cosa dei nostri giorni. La globalizzazione è sempre stata presente nella storia degli uomini in quei regni che volevano conquistare tutto il mondo che a quei tempi era conosciuto. Dove questo non era possibilità si diceva che al di là non esisteva più nulla – vedi le colonne d’Ercole – o che vi erano solo dei barbari e non vi era nulla che valeva la pena di conquistare – vedi il Vallo Adriano – oppure ancora che c’era l’ignoto e nell’ignoto solo la morte – a sud degli stati del nord Africa, ai confini dell’impero Romano dove si diceva semplicemente hic sunt leones.

Ma lo spirito della globalizzazione è sempre stato uno spirito di appiattimento, uno spirito dove tutti dovevano diventare uguali, non per dignità ma per sudditanza. Anche nella storia della Chiesa si sono vissuti questi periodi di omologazione. Tutto questo è segno e realtà che provoca una mancanza di libertà. Ne consegue un appiattimento e una mancanza di fantasia e di creatività. Le culture vengono appianate e tutto diventa uguale. Quando questo avviene non è mai una cosa buona. Quando questo avviene scoppia l’immoralità del tutto uguale. È da sempre la conseguenza del mercato e del mercanteggiare: l’immoralità dilaga e per immoralità intendo tutto ciò che fa del male alla persona, tutto ciò che non è bene per lei.

E i potenti diventano più potenti e i deboli più deboli; i ricchi arricchiscono sempre più – ci diceva già Paolo VI° – e i poveri diventano più poveri; e diventa sempre più facile punire i deboli – afferma Papa Francesco parlando ai cappellani delle carceri – mentre i pesci grandi nuotano sempre più liberamente.

Di fronte a questa realtà, che non è cosa solo di oggi, è cosa dell’oggi nella sua grandezza e mondialità, non possiamo lasciarci atrofizzare nell’uniformità. L’esperienza della torre di Babele dove gli uomini volevano unire il mondo intorno ad una torre così che ognuno potesse parlare una sola lingua uniformante, magari una lingua povera e commerciale come è l’inglese,  ci mostra come questa uniformità sia lontana dal cuore di Dio, quel Dio che scende alla Torre di Babele e confonde di nuovo le lingue degli uomini, dona lingue diverse, perché potesse essere salvaguardata la fantasia di colori, di pensieri, di sentimenti, di realizzazioni che è un elemento centrale del cuore di Dio.

E Gesù? Gesù ci dice che è possibile, che vi è una possibilità. Non è vero che dobbiamo essere schiavi, non è vero che tutto deve obbedire all’atrofizzazione dell’appiattimento globale. Gesù ci dice che “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso”. Ci dice che “Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto”.

Gesù ci invita a quella divisione che è differenziazione, che è fantasia. Quella divisione che è uscire dall’apatia e dall’atrofizzazione delle nostre vite. Gesù vuole dividere, cioè vuole differenziare. Non accetta che tutto sia uguale. Ci dice che è disumano credere che una cosa vale l’altra. Si indigna di fronte alla morte dell’uomo e della sua libertà. Il suo cuore che ama sobbalza di indignazione di fronte alle nostre omologazioni, alle nostre leggi che sono finalizzate a proteggere i nostri interessi, non certo a renderci più uomini e più donne e a rendere le nostre società più umane, più vivibili, più amabili.

Così facendo Gesù ci dice che è possibile cambiare, è possibile trovare una via di vita migliore, è possibile ed è doveroso dividere il bene dal male, non per giudicare e puntare il dito, ma discernere. E quando noi discerniamo, quando noi dividiamo, noi ritroviamo la libertà, noi ritroviamo la comprensione, noi riscopriamo la responsabilità e la bellezza del vivere.

Nel dono di sé noi ci differenziamo, nell’attesa dei tempi della misericordia noi ci differenziamo. Ci differenziamo dalle inutili corse a salvaguardare i nostri interessi, ci differenziamo negli interessi del nostro cuore e delle nostre scelte. Non è più il tempo dei comandamenti, non è più il tempo da seguire l’invito a non sbagliare. È il tempo dell’osare, è il tempo dell’amare. E chi fa, chi ama, chi osa sbaglia, ma chi questo non fa è già condannato all’apatia e all’atrofizzazione: niente di più disumano e di anticristiano.

Lasciamoci raggiungere dal fuoco della Parola perché, entrando in noi, possa creare quella sana divisione che è differenziazione, che è chiaro-scuro, che è comprensione più vera della realtà. Così facendo ogni giorno possa sbocciare in noi il fiore della possibilità, il fiore della bellezza, tenera e creativa, il fiore della vita nuova, una vita comunitaria, non globalizzata.

E tu prendimi, portami con te come un incendio nelle tue abitudini. 

Mariangela Gualtieri

 

Solo chi ha il fuoco dell’amore appassionato, lo può comunicare.  Sente il dovere di diffondere questa fiamma come parte essenziale della sua fede in Dio.

Barbero

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