Luca 12, 49-53

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

È naturale quando si cerca il bene creare divisione, perché quando si accende un fuoco il fuoco brucia e si propaga: è nella sua natura. La divisione è una conseguenza che non possiamo evitare. È una divisione necessaria, oggi e non domani. La ricerca di ciò che è buono e bello crea divisione rispetto a quello che bello e buono non è. La non ricerca del buono e del bello lascia le cose come sono, nell’indifferenza; in una quiete che a noi tanto piace, ma che richiama allo stesso tempo i prodromi della morte.

 La divisione che ne scaturisce, oggi e non domani, è cosa buona per evidenziare le differenze. La divisione che ne nasce è la divisione della torre di Babele, dove le lingue vengono confuse e non ci si capisce più fra di noi. Per noi che vorremmo riportare tutto a quella unità che è appiattimento e paralisi, che è essere tutti uguali e pensarla tutti alla stessa maniera, che è cercare di avere tutti le stesse cose e fare tutti la stessa cosa perché fanno tutti così, bene o male che sia poco importa, questa è una bella sfida.

È la sfida della torre di Babele dove il Signore scende dal cielo, quel cielo verso il quale si voleva costruire una torre, per confondere le lingue, per creare diversità. Per creare quella divisione che unica ci parla lingue diverse, che unica può evidenziare la diversità e la bellezza dei colori, che unica ci parla quella lingua della diversità che è la lingua della libertà.

 Il Signore Gesù che è venuto a portare in mezzo a noi il fuoco della sapienza di Dio che non collima con la stoltezza del nostro buon senso, crea divisione non pace. Quella divisione che sta a noi portare ad unicità come diversità e ricchezza, come reciprocità e diversità di colori.

L’appiattimento dove tutto va bene, tutto è uguale, una cosa vale l’altra, è la stoltezza in cui noi viviamo oggi. Ed è oggi che il Signore viene a confondere le nostre lingue e ad accendere il fuoco della divisione, perché noi ritorniamo a vedere e ad evidenziare la diversità. Senza diversità vi è solo razzismo e condanna del diverso, perché il diverso esiste volenti o nolenti.

Per compiere l’amore del Padre dobbiamo passare noi, con Gesù che ci ha preceduti, le acque del battesimo e il fuoco purificatore del rifiuto. E il passaggio è questo: passare dalla divisione degli uomini fra giusti e ingiusti, fra poveri e ricchi, che poi è la solita divisione esclusionista che vuole riportarci ad una unicità di pensiero dove ci sono i fortunati, cioè quelli che hanno sfruttato di più, e gli sfortunati, cioè quelli che maggiormente sono stati sfruttati, alla coscienza del nostro essere peccatori.

Tale unificazione farisaica intorno all’idolo della cupidigia deve essere rotta. Deve essere rotta perché non è più accettabile il fatto che chi è maggiormente malato di cupidigia si ritenga, perché ha tanto, giusto, non bisognoso di salvezza. Atei e religiosi in questi ci si ritrova intorno alla stessa mensa del ricco epulone dove alle porte giacciono i poveri Lazzaro. Quei sedicenti, che siamo noi, che ritengono di non avere bisogno di salvezza e non si convertono, più di tutti hanno bisogno di un bel bagno battesimale purificatore e di un bel fuoco acceso che bruci la loro, cioè la nostra, pretesa giustizia e pretesa incolumità.

È bene che il fuoco sia acceso perché l’ipocrisia farisaica ha bisogno di una nuova umanità, di una nuova vita: solo il fuoco può bruciare la vecchiezza di un mondo basato sullo sfruttamento a partire dal fatto che io, più fortunato perché più furbo, ho più potere sull’altro.

Noi poveri peccatori che sappiamo di non farcela abbiamo bisogno della salvezza del Salvatore, vogliamo convertirci al dono di Dio. Solo così, solo con questo dono divisorio, possiamo giungere alla ricchezza unificatrice del bene che non annulla mai la diversità dei colori, anzi li esalta in una contemplazione di vita che diventa godere del dono del Signore.

Da qui scaturisce la pace vera. Non come la dona il mondo ma come la dona il Risorto. Pace del cuore perché immessi nella stoltezza della croce che è sapienza secondo Dio e secondo la vera umanità e perché grazie a lei anche noi diveniamo partecipi di quel fuoco divisorio che è premessa per una unità vera e libera, mai appiattente e paralizzante.

E tu prendimi, portami con te

come un incendio nelle tue abitudini.

Mariangela Gualtieri

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La spiritualità vera è la capacità di godere con poco,
e quel poco che hai di condividerlo con chi ha fame,
sete, un sogno, o è solo; è il ritorno sereno alle piccole cose,
alle persone, alla natura. E al ringraziare.
 Ermes Maria Ronchi

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