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23 ottobre 2020 Luca 12, 54-59

Giovanni Nicoli | 23 Ottobre 2020

Luca 12, 54-59

Diceva ancora alle folle: “Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: “Arriva la pioggia”, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: “Farà caldo”, e così accade. Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto? Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada cerca di trovare un accordo con lui, per evitare che ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all’esattore dei debiti e costui ti getti in prigione. Io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo”.

Ipocriti è il nome che ci viene donato oggi da Gesù. È veramente un dono perché è fuoco di Spirito che entra in noi creando una divisione salutare. Non è un giudizio o un’espressione di cattiveria che vuole fare male, è un richiamo a ciò che siamo in profondità perché possiamo tornare oggi a desiderare di convertirci. La divisione che il dono dello Spirito crea in noi è una divisione salutare che ha come fine l’unità vera in noi. Divenire coscienti della nostra ipocrisia significa renderci coscienti del fatto che siamo gente che fra il dire e il fare vive il mare, gente che non giunge molto al dunque.

San Paolo nella lettera ai Romani bene dice di se stesso, e dunque di noi, quando afferma che “non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto”. La coscienza di questa realtà è dono dello Spirito che ci sconquassa, che ci divide, che non ci fa dormire sonni tranquilli, che ci spinge oltre il nostro buon senso. Vorremmo fare il bene ma facciamo male, perché vorremmo essere bene ma siamo male. Peggio ancora, da ipocriti quali siamo, pensiamo di essere bene, ne siamo convinti fin nel midollo delle nostre ossa, ma in realtà siamo male.

Continua Paolo dicendo che “in me c’è il desiderio di bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio”. Questa affermazione non è un atto di sfiducia nei confronti dell’uomo, quanto invece un atto di realismo. Ciò che ci frega è l’illusione che il male non esista o che, se esiste, è roba degli altri, è roba che non tocca noi. Non ci accorgiamo che siamo divisi dentro e, ipocriti come siamo, continuiamo a crederci uniti. Agendo come se lo fossimo, ma non lo siamo, agiamo in modo inconsulto. Siamo stoltamente ipocriti perché pensiamo di essere bene e quindi di fare bene, mentre invece siamo male e facciamo il male.

Confondiamo il nostro desiderio di bene col nostro essere e fare bene. Non ci accorgiamo che il nostro desiderio di bene è diviso da un oceano dal nostro fare il bene. Non siamo coscienti del fatto che fra il nostro dire e il nostro fare c’è di mezzo il mare. Per questo non è il bene che desideriamo che facciamo ma il male che non vorremmo.

Ipocriti è un invito a conversione, a ritrovare, grazie alla divisione del dono del fuoco dello Spirito, un altro tipo di unità, più autentica e veritiera. Il nostro giudizio non è il giudizio di Dio. Conosciamo bene ciò che ci è utile per la nostra vita animale ma non ciò che è necessario per la nostra vita inesauribile. Per questo accumuliamo in modo inconsulto pensando che questo sia umanamente cosa buona mentre invece è cosa insana. Non sappiamo giudicare ciò che è bene per noi e per il prossimo per questo non è il bene che vorremmo che facciamo ma il male che non vorremmo, chiamando bene ciò che è male e stupidità ciò che invece è bene.

Sappiamo ancora guardare il cielo e la terra? Forse neppure questo. Ma senz’altro non sappiamo contemplare il volto del nostro Dio che splende sul nostro e altrui volto. In altri termini potremmo affermare che siamo sapientissimi in ciò che ci dona morte, stoltissimi in ciò che ci dà vita. Siamo invasi dal lievito dei farisei, il lievito della Legge, non dal lievito del Regno, il lievito della Grazia.

Riuscire a cogliere ciò che sono chiamato ad essere ed evidenziare ciò che sono, come stimolo per rimettermi in cammino oggi, è centrale per accogliere l’invito a convertirmi dalla mia ipocrisia. Conversione che è lavoro quotidiano, non una cosa da farsi una volta per tutte. La conversione non è un mito, è l’oggi di Dio in me.

L’incontro con Lui, l’incontro vissuto nell’eucaristia, è il tempo favorevole per ritrovare la via dell’unità e della ricerca di vivere ciò che desidero: il bene. L’accoglienza della Luce dello Spirito che ci viene donato nell’eucaristia, la Parola mangiata nell’eucaristia, diventa per noi luce per discernere, per vedere la nostra reale ipocrisia, e cibo e forza per vivere il nostro presente secondo il bene che desidero e non il male che non voglio.

Allora il dono del Risorto, il dono della pace, sboccerà in noi non come falsa mancanza di guerra e di divisione e di male, ma come frutto del male convertito e della divisione che diventa unità grazie al dono dello Spirito Santo.

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