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27 ottobre 2020 Luca 13, 18-21

Giovanni Nicoli | 27 Ottobre 2020

Luca 13, 18-21

Diceva dunque: “A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami”.

E disse ancora: “A che cosa posso paragonare il regno di Dio? È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata”.

Imparare a guardare la vita dall’alto di un seme di senapa gettato sotto terra, o dall’alto di un po’ di lievito mescolato a farina, cambia la vita. Guardare la vita dall’altezza di queste piccolezze significa guardare la storia con ben altra angolatura.

La storia, come la vita di tutti i giorni, è per noi una delusione unica, perché la guardiamo e la interpretiamo dal basso delle nostre aspirazioni e dei nostri successi o meno. Guardare e vivere la storia, cioè la vita di ogni giorno, dall’alto del “memento mori” è la vera rivoluzione a cui siamo chiamati.

Il “memento mori”, ricordati che devi morire, è stato vissuto come una minaccia mentre invece ha in sé una perla di saggezza rivoluzionaria. Il “memento mori” è invito alla conversione dove il centro non sono le nostre battaglie, che di solito lasciano sul terreno solo morte e distruzione, ma il dono della nostra vita.

Un piccolo seme di senape gettato per terra, è piccola cosa da subito dimenticata. Un po’ di lievito nella farina è cosa di cui non ci ricordiamo più appena ci mangiamo quella buona pasta o quel buon pane. Cogliere il nucleo di questa vita, che è il piccolo seme e il po’ di lievito, significa cominciare a guardare e a vivere la vita in ben altro modo. Faremmo le stesse cose ma con un significato e una carica ben diverse. Liberi da ogni pretesa e attesa di risultati che, mi pare di cogliere, hanno sempre meno senso e sempre meno vita in sé. Liberi di vivere la vita così come ci si presenta davanti sapendo che dobbiamo morire. Questa è la vera democrazia, non quella illusoria dei numeri che serve solo a spostare dei pezzi di potere da una sedia all’altra, non certo a evidenziare la bellezza del servizio al bene comune magari dall’alto di un seme di senape o dall’alto di un po’ di lievito nascosto in un po’ di farina.

Solo così possiamo accorgerci dell’azione del Padre in mezzo a noi. Solo se volgiamo lo sguardo verso ciò che non conta, perché Dio realizza il suo disegno con ciò che è piccolo, disprezzato e nulla. Dio ci lascia liberi di fare la storia, riservandosi però di interpretarla. L’interpretazione è la seguente: Gesù preso e gettato via diventa l’albero della vita offerta a tutti gli uomini; Gesù preso e nascosto in fretta come immondo per celebrare la festa, diventa lievito di resurrezione; Gesù nascosto nel sepolcro diventa fermento di novità che fece lievitare la terra aprendone i sepolcri.  Sappiamo bene che il lievito del vangelo è ben diverso dal lievito dei farisei: invece della paura della morte, l’amore del Padre; invece dell’accumulo il dono; invece del ladro che ruba la vita.

Oggi è il tempo favorevole, il tempo di grazia. Con Gesù è giunto il sabato che ci fa rizzare dal nostro ingobbirci a ricercare cose che non danno vita anche se riempiono occhi e cuore e stomaco. Oggi Lui getta la sua Parola di salvezza in noi così che da curvi ci possiamo finalmente rialzare. La conversione è accogliere dall’alto della croce il dono di salvezza del seme della Parola Gesù che viene gettata nel terreno della nostra giornata.

Forse non faremo nulla di diverso, ma senz’altro lo potremo vivere in un modo diverso, con una nuova coscienza che non è frutto della nostra razionalità ma del suo amore in noi.

Vedere la storia dei nostri giorni dall’alto, come li vede Dio, sapendo che ciò che capitò a Gesù capita anche a noi. Viene tracciata la storia di Gesù, in queste parabole, perché possiamo diventare coscienti della nostra storia, che è la stessa di Lui, se vogliamo essere beati e felici. La chiesa, la comunità cristiana, sono chiamati a seguire Gesù e quindi a vivere la stessa dimensione storica. Così la crisi delle nostre sicurezze, delle nostre miriadi di vocazioni, noi la possiamo subire e passare la nostra vita a lamentarci dei tempi avversi, oppure la possiamo vivere e, nella conversione del seme gettato in terra, farla diventare vita, semplicemente perché vita è.

Basta guardarla dall’alto della croce e ricordarci che dobbiamo morire, come bella notizia che ci permette di diventare seme che germoglierà nella risurrezione, oggi ancor prima che domani.

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