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25 agosto 2019 Luca 13, 22-30

Giovanni Nicoli | 25 Agosto 2019

Luca 13, 22-30

In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme.
Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».

Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.

Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”.
Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.

Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

Siamo un po’ tutti malati dall’importanza di darla a bere. Il fare qualcosa per ottenere consensi è una malattia politica che non è dei partiti ma è nostra, è della nostra gente. Il non fidarti di nessuno; il fidarsi è bene ma il non fidarsi è meglio; il non si può dire tutto; il rimandare il nostro esporci per non essere fraintesi, è un atteggiamento che ci portiamo dietro anche in chiesa. Se andiamo a messa, siamo a posto, se non ci andiamo no. E per giustificare il nostro non andarci, a causa del quale per quanto nascosto ci sentiamo non proprio a posto, inventiamo un sacco di scuse: è il prete che è barboso; è sempre la stessa solfa; un uomo non può abbassarsi a fare cose da donne e da vecchiette e chi più ne ha più ne metta. Le scuse noi le inventiamo quando non siamo conviti di una cosa ma quella cosa noi la facciamo per comodità o per convenienza sociale o altro motivo indicibile.

Lo stesso modo di fare noi lo mettiamo in atto anche nei confronti di Dio: facciamo delle cose per tenerlo buono; Tu hai insegnato nelle nostre piazze; abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza; ci siamo fatti dei selfie insieme; ci siamo visti al bar; io ero presente ad una tua conferenza; siamo dello stesso paese; siamo della stessa religione; guarda che io sono cristiano e non mussulmano; io sono devoto alla Madonna e io a padre Pio, non puoi dire che non mi conosci Signore! non hai mica la demenza senile!

“Non so di dove siete, in verità!”. È così che gli ultimi saranno i primi perché si faranno conoscere non per la loro bravura quanto invece per la loro umanità e fraternità. Al popolo eletto Gesù dice che tutti i nemici di Israele, dalla Siria a Babilonia, da Ninive all’Egitto, dall’Impero Romano ad Alessandro il macedone, verranno nel Regno e saranno salvi. A noi dice: verranno dal Mediterraneo e dalla Libia, verranno dai Balcani e dalla Siria, e voi rimarrete fuori. Ma noi siamo devoti alla Madonna e veniamo sempre in chiesa: voi “operatori di ingiustizia” rimarrete fuori!

Perché dice questo per gente che non crede neanche al pancotto? Perché ciò che fa la differenza è il desiderio di entrare dalla porta stretta. Quale è questa porta stretta? Vivere la relazione col Padre come dono e non come conquista, come amore e non come convincimento con modi di agire compiacenti. Un Padre non lo si può convincere di essere Padre perché siamo dei bravi bambini e facciamo i bravi. Uno che si lascia convincere per così poco non è un padre e neanche una madre. Un Padre è tale perché ama e perché il figlio si lascia amare lasciando che il suo abbraccio lo avvolga. Andare a Messa per dovere e non per amore è una grande fregatura che mette a posto le apparenze ma che squalifica l’essenziale che è l’abbraccio.

Così di conseguenza nascono, col Padre e coi fratelli, relazioni vere o relazioni false dove ciò che interessa è il proprio interesse, la parte di eredità che mi spetta.

Tutti vogliamo essere salvati o meglio vogliamo salvarci. Abbiamo paura che tutto finisca in niente. Ma continuiamo a non credere che siamo già stati salvati! Ma chi si salva, allora? Oggi la salvezza è entrata in questa casa, dirà Gesù in casa di Zaccheo capo dei pubblicani e dei peccatori. La bellezza del giovane ricco che aveva fatto sempre tutto bene ma non ha capito lo scatto di amore che Gesù gli proponeva, diventa negazione della salvezza. Un bel vecchio viso, pieno di rughe dove ogni ruga è ricordo di un atto di amore vissuto magari con sofferenza, ma atto di amore, quello è il volto della salvezza vera, perché amata e amante. Il giovane ricco è bravo, buono e bello, è giovane che vuole essere più bravo. Gesù quando il giovane se ne va dice “non ci siamo”, un ricco di cose e di moralità fa fatica ad entrare per la porta stretta, troppo grasso e troppo grosso. La porta stretta è la cruna dell’ago dentro la quale è più facile ci passi un cammello che uno che ha fatto tutto bene ma non è avvolto dall’amore, dal dono del Padre.

Ma allora chi si salva? Si salvano i perduti, non coloro che sono a posto con le marchette. Le marchette sono roba da prostituti che vendono e comprano amore, non è roba da amanti. Non chi ha fatto l’Eucaristia e conosce bene la Parola di Dio si salva, perché ci sentiamo a posto e fine del discorso. La porta stretta è chiusa, sbarrata per i buoni, è aperta per i buoni a nulla.

Così i primi saranno gli ultimi e gli ultimi saranno i primi, semplicemente perché sforzarci di salvarci è la negazione della salvezza. Siamo ancora nella cultura del merito per bene apparire e per sentirci a posto, non per amore. E se non sono religioso mi do da fare per essere più ricco e più potente di tutti. Ma l’amore gratuito del Padre non lo si può conquistare, è roba da patrigni! Non lo si conquista né con meriti né con soldi: non sarebbe amore, non sarebbe gratuito. La salvezza amante del Padre la si può solo accogliere ed è accolta solo se ne sentiamo il bisogno e sappiamo da dove viene questa pioggia di grazia.

Le nostre relazioni sono sempre conflittuali, è cosa naturale. Accogliere l’abbraccio del Padre non significa mettere a posto le cose, significa accogliere il dono della riconciliazione ogni giorno, che dico settanta volte sette al giorno. Sapendo che il Padre rimane in attesa fiduciosa, in modo infinito.

Se noi vogliamo chiuderci fuori, noi sbarriamo la porta usando i nostri meriti che sono demeriti nella dinamica di amore, sono roba da meretricio.

Ogni giorno, lungo la storia dei popoli e la nostra storia, il Figlio è mandato dal Padre a zappare e a concimare morendo in croce: ogni giorno! E noi? Noi siamo chiamati a contemplarlo in croce per diventare come Lui. Una volta per sempre? No, saremmo morti! Ogni giorno mentre ci facciamo la doccia sentiamo lo Spirito che entra in noi togliendo quelle croste meritocratiche che inzozzano il nostro cuore rendendoci incapaci di una relazione di amore.

Alziamo lo sguardo dal nostro ombelico e contempliamo Lui e scopriremo il suo sguardo di amore su di noi. Piccola cosa? Sì, perché il Regno è un po’ di lievito, cosa immonda, che fa lievitare tutta la pasta. Ogni giorno siamo chiamati ad essere panificatori di vita, liberi dalla necessità di evidenziare le nostre bravure che negano l’amore donante del Padre.

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