Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisia.
Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no guarire di sabato?» Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò.
Poi disse loro: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?». E non potevano rispondere nulla a queste parole.
L’acqua è essenziale per la vita. L’idropico però la accumula fino a compromettere la sua vita.
Facile il parallelo con la nostra società benestante, che accumula le risorse necessarie per vivere fino a compromettere la propria vita, dopo aver causato la morte di tanti.
Facile il parallelismo con il “benestante spirituale”, il fariseo che lo ospita, immagine dell’uomo pieno di sé, che per non compromettere la sua infallibilità non vuole si guarisca in giorno di sabato.
Più sorprendente la risposta di Gesù, sbrigativa: “lo prese per mano, lo guarì e lo congedò”.
Davanti a una malattia che dipende in gran parte da noi, Gesù ci “prende per mano” (“Vai, vendi quello che hai, dallo ai poveri, vieni e seguimi”: penso sia questo il “prendere per mano di Gesù”)
Ci guarisce: perché dalle malattie dello spirito ci deve guarire qualcun altro. Perché è una di quelle malattie che si impedisce da sola di guarire.
Ci congeda: Gesù non guarisce per trattenere per sé, per accumulare seguaci. Ci congeda, anche perché dobbiamo darci una mossa, dobbiamo scuoterci e smetterla di accumulare e non sciupare la guarigione ricevuta.
Un altro pensiero aggiungerei a questa riflessione di una persona del gruppo: il gioco all’elastico che spesso nella nostra vista si viene ad instaurare tra osservanza e carità.
L’osservanza ci mette nel giusto, ci fa sentire giusti, fuga da noi ogni dubbio, ci rende autonomi da Dio. L’osservanza molte volte è frutto della nostra ansietà nell’affrontare e nel gestire la vita.
L’osservanza crea consenso intorno a noi e dentro di noi. Ci fa sentire i bravi ragazzi di sempre che hanno sempre soddisfatto il desiderio del genitore.
L’osservanza è il lievito dei farisei che porta a non avere più bisogno di Dio perché capaci da noi stessi di osservare la legge e di viverla nella pienezza.
La carità invece ci dà meno sicurezze. La carità è sempre alla ricerca di ciò che è bene per la persona. La carità chiede tempi lunghi, a volte risposte immediate, molte volte risposte che solo alla lunga possono risolvere il bene dell’altro. La carità non può essere solo calcolo mentale ma è anche e soprattutto una questione di cuore.
Una questione di cuore non perché va dietro alle proprie paturnie quotidiane o perché è continuamente schiava della improvvisazione, ma è tale perché si lascia interrogare dalla realtà, ha l’occhio sveglio su di essa per capire le necessità della realtà stessa e dell’altro che incontriamo.
La carità non cerca se stessa ma con pazienza porta ad educare noi stessi e a cogliere o ricercare quale è il bene dell’altro. Non può fermarsi alla legge del sabato, ha bisogno di capire che davanti a lui c’è un idropico che chiede guarigione. E se il sabato è per l’uomo quale giorno più bello del giorno del Signore per festeggiare la guarigione di un figlio di Dio?
L’osservanza lascia nel vuoto di una soddisfazione solitaria che si arrabbia di fronte al bene dell’altro perché trasgressivo delle leggi del Signore che comunque o sono per l’uomo oppure non hanno senso.
C’è un riempirsi di sé che finisce per non lasciare spazio ad altro e ad altri.
Savone
L’osservanza ci mette nel giusto, ci fa sentire giusti, fuga da noi ogni dubbio, ci rende autonomi da Dio.
L’osservanza molte volte è frutto della nostra ansietà nell’affrontare e nel gestire la vita.
L’osservanza è il lievito dei farisei che porta a non avere più bisogno di Dio perché capaci da noi stessi di osservare la legge e di viverla nella pienezza.
PG
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