Luca 14, 1.7-11
Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cedigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
In quanto a umiltà sono il migliore, diceva quel tale, contraddicendo con la sua affermazione quanto stava ribadendo.
E il rischio è sempre e comunque questo: quello di usare l’umiltà per perdere l’umiltà.
Noi tendiamo a ricercare i primi posti nelle modalità più svariate. Vogliamo essere i primi nel sapere ed ecco che ingaggiamo battaglie discussorie che non hanno fine. Vogliamo essere i primi nelle relazioni con le persone importanti ed ecco che decantiamo le nostre conoscenze e c’è sempre qualcuno di “importante” che abbiamo conosciuto od incontrato, oppure che era nella stessa città in cui ero io quando è passato per un incontro: alla sua relazione io c’ero.
Siamo i migliori nel sapere come si gestisce la comunità cristiana e la chiesa tutta, altro che il Papa Francesco.
Abbiamo insomma, questa mania impellente di volere primeggiare. Questo capita anche con i silenziosi, con coloro che si manifestano a noi in umiltà. L’ipocrisia rischia di essere sempre nascosta anche nel cuore stesso dell’umiltà.
Per questo non è automatico che il nostro metterci all’ultimo posto sia un gesto di umiltà, soprattutto se questo gesto è fatto nella speranza che qualcuno ci inviti a passare più avanti.
In fondo l’umiltà va continuamente ricercata e purificata. Va purificato soprattutto il cuore di chi la vive, perché è cosa facile e spontanea inorgoglirsi per la nostra bravura nell’essere umili e, quindi, nel conquistare con questa nostra umiltà il consenso degli altri, la richiesta di passare ai primi posti.
Niente paura, fa parte del gioco della vita e della vita cristiana. Se abbiamo l’umiltà di accettare le nostre cadute nella non umiltà, abbiamo la possibilità di camminare sulla strada dell’umiltà. Riconoscere e vivere in pace i nostri atteggiamenti di non umiltà, è forse uno degli atti di umiltà più belli.
Sono convinto che l’umiltà sia un’arte difficile e come ogni artista il più delle volte non sa di essere tale, così è per l’artista dell’umiltà. Sembra che l’incoscienza nell’essere umili sia uno degli atteggiamenti più umili che ci siano. E parte di questa incoscienza è il paziente vivere i propri fallimenti come l’atteggiamento più bello di concretezza dell’umiltà stessa.
L’umiltà rischia di essere un’arte molto imitata da chi si sente vittima, da chi fa la vittima, da chi si presenta come il migliore nel fare le cose per gli altri. Raramente l’umiltà è però autentica e riuscita.
L’umiltà infatti nasce da un cuore silenzioso riconciliato con l’humus, la terra, il concime, della propria umanità.
Credo valga la pena chiedere la liberazione del cuore dalla necessità di sapere chi è il primo e chi è l’ultimo, se il mio posto al banchetto della vita sarà davanti o dietro. È necessario fare questo per potere vivere la bellezza del fatto che noi siamo invitati al banchetto della vita, dove ci siederemo poco importa.
L’umiltà è riconoscere con libertà la bellezza del dono e accoglierlo con la gioia in cuore, non impossessandoci del dono stesso, ma cercando di condividerlo con chi, come noi, è invitato al banchetto della vita.
Allora l’invito al banchetto che ognuno di noi è chiamato a rivolgere ai fratelli, sarà un invito non per persone importanti, non per acquistare meriti, non sarà neppure un invitare perché così poi gli altri ci inviteranno o per convenienza.
Il banchetto è luogo della festa, non della convenienza. Che c’è di più bello che invitare, quasi senza che lo facciamo apposta, coloro che hanno veramente bisogno di fare festa e di banchettare: “poveri, storpi, zoppi, ciechi”, coloro che sono la nostra beatitudine perché non hanno di che ricambiare.
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