In quel tempo, Gesù disse al capo dei farisei che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio.
Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».
“Sarai beato perché non hanno di che contraccambiarti”. Una strana beatitudine questa: essere felice perché sicuro che i tuoi beneficiati, coloro a cui ti riveli come prossimo, non hanno di che contraccambiarti.
Eppure è una beatitudine profondamente umana e profondamente divina allo stesso tempo.
È una beatitudine profondamente umana perché coinvolge in pieno il nostro cuore, il nostro desiderio e la nostra capacità amante. Una persona quando in coscienza sente che sta facendo un gesto per amore, quando una persona riesce ad incamminarsi sulla via della gratuità, quando la motivazione per cui agisce è limpida e pura, non è adulterata da secondi fini: questa persona è beata perché vive una unità di gesti e di cuore che è l’unico modo per non sentirci spaccati dentro.
Riuscire a vivere quello che speriamo, riuscire a concretizzare quello che diciamo essere importante nella nostra vita: ebbene questa è beatitudine. Infatti una delle fonti maggiori della nostra insoddisfazione di vita e delle nostre delusioni è quella di non riuscire ad essere quello che vorremmo.
Vorremmo essere persone pacifiche e facciamo la guerra; vorremmo essere persone che agiscono con carità e il sentimento prevalente che ci accompagna nelle cose che facciamo è la rabbia; vorremmo amare la nostra amata e il nostro amato e quello che riusciamo a combinare è il rendere il nostro amato e la nostra amata schiavi di noi stessi.
Quanti problemi a causa del possesso sessuale anziché del dono sessuale; quanti problemi a causa del credere che l’altro sia a mio servizio; quanti problemi nell’utilizzo che spesso facciamo dell’altro perché la nostra identità acquisti significato.
Molte volte quando l’altro ci dice che si sente sfruttato noi ci arrabbiamo anziché ripensare alla nostra intenzionalità di azione. L’altro ci dice che si sente solo/a e noi ci arrabbiamo perché convinti che noi siamo stati vicini a lui o a lei. Non ascoltiamo per niente la risonanza dell’altro, non ascoltiamo il suo vero bisogno di affetto e di attenzione, non verifichiamo quanto realmente noi gli siamo stati vicini non in apparenza ma in realtà, cioè con il cuore.
Riuscire a fare unità in tutte queste disunioni è cosa divina, non umana. Noi siamo chiamati a cercare ogni giorno di vivere un frammento di questa divinità a cui siamo chiamati, si perché ognuno di noi è chiamato ad essere perfetto come è perfetto il Padre nostro che è nei cieli. Fare unità in queste disunioni è beatitudine. Riuscire a concretizzare quella ispirazione alla gratuità, al sapere dare e poi lasciare, all’accorgerci che l’altro non è mio e che quello che do a lui non è più mio e non mi dona il diritto di pretendere nulla.
Fare questo salto di qualità significa essere beati. Fare questo salto di qualità significa riuscire ad entrare in un gioco che non è più il nostro gioco: è il gioco di Dio che chiede e dona grazia e misericordia.
Noi siamo chiamati a contemplare il volto di Dio per essere e diventare come lui: siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro che è nei cieli e amate i vostri nemici; date e vi sarà dato; una buona misura pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio (Lc 6, 32-38, rileggiamo per esteso questo passo).
Questa beatitudine è innanzitutto una beatitudine umana ma è allo stesso tempo una beatitudine divina perché il Padre è colui che invita al banchetto ciechi, storpi e zoppi. Il Cristo è beato perché dona la sua vita a noi che siamo peccatori e che non ci meritiamo nulla. La contemplazione del volto del Padre che si specchia nel Figlio e ci dona lo Spirito ci deve portare a cambiare le nostre sembianze, a farci una plastica facciale, a trasformarci nel volto del Figlio, ad essere uguali al Padre. Il Signore ci ha promesso un cuore nuovo, un cuore di carne: la contemplazione del Cuore del Trafitto ci porta, giorno dopo giorno, a vivere la misericordia e la gratuità, a diventare anche noi con lo stesso cuore di Dio Padre Crocifisso nel Figlio, ad essere anche noi persone che amano perché amate con il cuore aperto, aperto da una lancia che ci trafigge e squarcia il cuore per amore.
Auguriamoci di potere comprendere la forza di questa parola che ci spinge ad unità di intenti, di volere e di azione portandoci sulla strada della beatitudine.
La beatitudine è la gioia di amare in pura perdita, nella coscienza che l’amore basta all’amore e che è ricompensa per chi ama. È la beatitudine di chi è libero dalla paura di perdere qualcosa amando; è la beatitudine di chi trova nel dono la propria gioia; è la beatitudine di chi non agisce in vista di un contraccambio, ma donandosi interamente in ciò che vive e che compie.
Luciano Manicardi
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