Luca 15, 3-7

In quel tempo, Gesù disse ai farisei e agli scribi questa parabola:

«Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova?

Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”.
Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione».

La parabola della pecora perduta è la parabola della illogicità dell’amore di Dio per l’uomo.

Noi abbiamo in mente che Dio sia un Dio giusto, e lo è. Ma quando noi parliamo di giustizia, non riusciamo a discostarci dal pensiero di giudici giusti che combinano per giustizia una pena, pena che finalmente fa giustizia. Noi applichiamo questa idea mondana e pagana, alla giustizia di Dio anche quando parliamo di misericordia e di sacramento della confessione.

Mentre Dio è giusto perché è illogico, perché si carica sulle spalle, dopo averla cercata e trovata, la pecora perduta. È illogico perché abbandona le altre novantanove nel deserto, mentre la nostra giustizia ci porta a coccolare e a tenere buone le pecore che ci stanno, che sono nel gregge, che sono brave e giuste, appunto. Dio è illogico perché fa festa per questa pecora che non è tornata, che non si è pentita. Fa festa per questa pecora che è stata ritrovata da Lui che si pente per lei, che si converte a lei, che non si accontenta di una filippica moralistica sui dettami della fede.

In fondo, per la nostra logica malsana di fede, Dio è ingiusto come lo era per Giona quando doveva andare ad annunciare la conversione agli abitanti di Ninive sapendo che Dio li avrebbe perdonati, mentre lui non vuole: lui vuole giustizia, che sia fatta giustizia.

Dio non è giusto perché dà a ciascuno quello che si merita. Pensare questo è realizzare una caricatura di Dio che abita le nostre liturgie e che alimenta i nostri discorsi su di Lui, le nostre prediche.

Oggi è la solennità del Sacro Cuore. La lancia che squarcia il costato di Cristo in croce, è una immensa finestra sul cuore di Dio. La giustizia di Dio non è una trasposizione della giustizia umana: di un Dio simile non sappiamo che farcene. Questo è vero anche e soprattutto quando vi sono folle che vanno a farsi flagellare da questo Dio in vari luoghi del mondo. Un Dio simile è un Dio sadico che alimenta il masochismo di folle intere. Questo non è il Dio di Gesù Cristo, non è il Dio biblico. La giustizia di Dio è sempre benevolenza e tenerezza, comprensione per i peccatori, che poi siamo tutti noi. Anche e soprattutto quelli che si ritengono giusti perché hanno compiuto certi gesti e certe celebrazioni liturgiche.

Il nostro Dio è buon pastore illogico nella sua azione di pastore. Lascia le novantanove nel deserto per andare alla ricerca di chi se ne è andato e che non sa se troverà e se accetterà di tornare a casa. Lascia le novantanove nel deserto e si porta a casa solo la perduta per cui organizza una festa. La festa occupa la parte centrale di questo brano evangelico e dell’esperienza di Dio fra di noi.

Una festa non offerta a chi se la merita, non offerta a chi si è convertito e che, siccome si è convertito, merita il perdono e la festa.  È festa perché è dono di grazia, è dono puro e semplice, senza condizioni. È festa organizzata per gli indegni, cosa che i giusti non possono accettare, cosa che i giusti contestano.

Così Dio non fa giustizia, non commina alcuna pena. Dio si rallegra per i giusti salvati e per la rovina degli empi: questo è Dio.

Non per il Padre, non per Gesù Cristo, non per lo Spirito.

A noi la scelta: essere divini, secondo il cuore illogico di Dio, o essere umani secondo la giustizia degli uomini richiesta a Dio, se vuole avere il nostro rispetto e il nostro sostegno.

I giusti, non i peccatori, hanno giustiziato Gesù Cristo perché non pensava secondo gli uomini ma secondo Dio. A noi la scelta: il Cuore di Cristo o la giustizia degli uomini!

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9 Marzo 2026 Luca 4, 24-30

Le chiusure mentali più difficili da demolire ce le hanno coloro che pensano di essere i più vicini, cioè quelli che pensano di aver capito tutto e di avere tutto sotto controllo. A una persona che è convinta non si riesce nemmeno a parlarle fino in fondo perché il suo ascolto è occluso dalla sua convinzione.

M. Epicoco

Il ritenere tutto come ovvio finisce per non far riconoscere ciò che di diverso pure sta già germogliando, la familiarità finisce per dare tutto per scontato, l’abitudine finisce per leggere ogni cosa solo come stanca ripetizione di un passato senza sbocchi.

A. Savone

8 Marzo 2026 Giovanni 4, 5-42

Ti ho fatto per me.
In te ho posta una sete che parla di me.
Se la segui essa porta a me.
Ma tu non la vedi e non la senti.
Perchè il mondo ha provato a cambiarla, a rimuoverla, a cancellarla.
Ora hai sete di odio, di guerre, di potere, di successo e di denaro.
Per questo la sete di me ora dorme e tace in te.
Sei un girovago di pozzi in cerca di un’acqua che non disseta.
Avrai sempre sete fin quando non troverai me.
Nessuno può cancellare questa sete che io ho posta in te.
Prima o poi la intercetterai.
Te ne accorgerai.
E allora sarai stanco di girovagare per pozzi la cui acqua non sazia.
Io, invece, ti aspetterò al pozzo d Sicar.
Porterai la tua brocca e io ti darò l’acqua che non cercavi.
Risveglierò in te la sete che non provavi.
Perchè io ti ho fatto per me.
E nulla potrà darti ciò che solo io posso darti.
Il tuo cuore è un abisso.
Lo so bene perchè l’ho fatto io.
E io ci sono dentro.
Ora tocca a te rientrarvi.
Il pozzo sei tu.
Sei il pozzo ma non il fondo
Perchè il fondo sono io.
Da lì ti guardo.
Lì ti aspetto.
Tu sei la brocca e non l’acqua.
Perchè l’acqua sono io.
Berrai e sarai sazio.
Io in te e tu in me.
M. Illiceto

7 Marzo 2026 Luca 15, 1-3.11-32

L’amore sa aspettare, aspettare a lungo, aspettare fino all’estremo. Non diventa mai impaziente, non mette fretta a nessuno e non impone nulla. Conta sui tempi lunghi.

Dietrich Bonhoeffer

La paura di non essere amati ci spinge a non lasciare al padre il potere di farci sentire così e preferiamo non farci trovare più, lasciare il posto in cui ci si aspetta che restiamo. E, con il gesto più libero che abbia mai fatto, il fratello maggiore, che non ha mai chiesto nulla, confessa il suo bisogno di essere amato allo stesso modo, e si arrende alla ricchezza umana del suo limite, come se stesse dicendo al padre “vienimi a cercare, anch’io voglio essere trovato”. E Lui viene a cercarci e ci chiama figli, ci invita a rallegrarci e a ringraziare con Lui.

C. Bruno

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