In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.
L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce».
In Palestina c’era un’usanza: l’amministratore aveva diritto a concedere prestiti con i beni del suo padrone e, poiché non era pagato, di compensarsi alterando l’importo del prestito sulla ricevuta, per poter, al tempo della restituzione, usufruire della differenza come di un avanzo che rappresentava il suo interesse. Nel caso presentato dal vangelo forse egli non aveva prestato in realtà che cinquanta barili d’olio e ottanta misure di grano: nell’adattare la ricevuta all’importo reale, si priva di un beneficio, per altro usurario, che aveva previsto.
La sua disonestà non consiste nella riduzione delle ricevute, la quale non è che una privazione dei suoi immediati interessi, abile manovra lodata dal suo padrone, ma nelle prevaricazioni precedenti che hanno causato il suo licenziamento. La domanda che emerge da questo vangelo è: noi siamo chiamati a diventare come il Padre (6, 36): che cosa dobbiamo fare perché questo possa avvenire?
L’uomo è l’amministratore ingiusto perché, essendogli stato affidato tutto il creato, si è fatto padrone di ciò che non è suo. Conoscendo Dio, il suo padrone, sa che fare: condonare ciò che in fondo non è suo. Il vangelo di quest’oggi ci parla della salvezza che si gioca nel rapporto con gli altri attraverso l’uso dei beni. La salvezza è il luogo che si crea se noi viviamo la misericordia e il perdono nel rapporto con gli altri condonando loro i debiti e facendo sì che i beni siano di condivisione, non di possesso.
I beni vanno gestiti per quello che sono, secondo la loro natura di dono. Anzi potremmo dire che i beni sono tali solo nella misura in cui sono dono non possesso.
Vivere l’esistenza come chiusura ai poveri, agli altri in difesa del potere, è un rischio disperato di auto-salvezza che è morte: questa notte stessa ti verrà chiesta la tua anima. Questo noi lo vediamo sui volti dei nostri figli che sono disorientati, non riescono a gustare più nulla della vita da cui hanno avuto tutto; lo vediamo sul volto di noi adulti frastornati dalle continue richieste che ci vengono fatte e dalle continue delusioni di vita; sul volto dei nostri anziani che si sentono inutili: una vita che diventa sempre più difficile da portare fino alla morte; sul volto delle donne sempre più tese a rincorrere un maschilismo arrembante e arrivista; sul volto degli uomini che non lavorano mai abbastanza; sul volto dei preti disperati nella inutilità non più apprezzati, spezzati in mille impegni che non ti permettono più di incontrare la gente; sul volto dei nostri malati che sono ormai incapaci di vivere la sofferenza con dignità.
Ogni accumulo è frutto di ingiustizia: non è fatto per amore di Dio e del prossimo. Figuriamoci se possiamo credere che uno si faccia eleggere perché vuole il nostro bene, quando è tutta una vita che passa il suo tempo ad accumulare.
L’amministratore scaltro ha finalmente capito che i beni sono un dono del Padre da condividere tra i fratelli. In questo dono il nostro portafoglio sarà meno gonfio ma senz’altro il nostro cuore sarà più libero. Quanta felicità persa nella mancanza di condivisione. Il segreto della nostra esistenza sta nella capacità di condividere, non nella nostra capacità di accumulare.
Possiamo sperimentare che le nostre mani sono libere di accogliere nella misura in cui noi le liberiamo nel dono, non nella misura in cui noi le teniamo accumulando. Proviamo a pensare a quelle occasioni in cui abbiamo sperimentato questo e verifichiamo se non è vero.
Il Signore elogiò l’amministratore scaltro e sapiente, che aveva amministrato ingiustamente ma saggiamente, che cominciò a donare, come biasimò la stoltezza del padrone insipiente che continuò ad accumulare. Il Signore elogia l’amministratore disonesto perché inizia saggiamente un nuovo rapporto di dono. Astuzia che svela la sapienza che manca ai figli della luce: la capacità di vivere la vera sapienza della misericordia. I farisei sono stigmatizzati in questa mancanza di vera illuminazione e di capacità di misericordia: è l’atteggiamento del figlio maggiore che non accetta la misericordia del Padre.
L’atteggiamento sapiente è: a chi perdona, sarà perdonato; a chi dà, sarà dato. Noi sappiamo che la carità copre una moltitudine di peccati, perché chi dona al povero, fa un prestito a Dio (Pro 19, 17). Per questo meglio è praticare l’elemosina che mettere da parte oro: salva dalla morte e purifica da ogni peccato (Tb 12, 8-9).
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