In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«È inevitabile che vengano scandali, ma guai a colui a causa del quale vengono. È meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. State attenti a voi stessi!
Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: “Sono pentito”, tu gli perdonerai».
Gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sradicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe».
In ogni comunità esiste e persiste il male, avere la pretesa di sradicarlo, si rivela come una pretesa: non è possibile sradicare il male. Fonte di illusioni che si tramutano in delusioni che coinvolge un sacco di energie che andrebbero meglio impiegate.
Non esiste la comunità confetto rosa, dove tutto funziona bene, dove tutti si vogliono bene, dove non vi sono discussioni: questo vale per la comunità cristiana, per le nostre parrocchie, per i nostri gruppi, per le nostre famiglie, per le nostre amicizie.
“Vuoi dunque che andiamo a strappare la zizzania seminata dal nemico? No, rispose Gesù, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla: il grano invece riponetelo nel mio granaio” (Mt 13, 24-30).
L’oggi non è il tempo di separare il grano buono dalla zizzania, oggi è il tempo della crescita. Oggi non è il tempo della mietitura; nel tempo della crescita della messe del Regno non sono ammessi diserbanti, è ammessa solo la misericordia e il perdono. Misericordia e perdono: perché la zizzania, lo scandalo che c’è nel nostro cuore possa, attraverso la correzione e la misericordia, giungere a conversione. Misericordia e perdono: perché la zizzania, lo scandalo, che c’è all’interno della comunità e delle nostre famiglie, possa giungere a conversione. Non estirpata ma convertita; non diserbata ma amata.
Lo scandalo è la pietra che fa inciampare chi cammina. La pietra di inciampo nella vita del regno di Dio è la mancanza di misericordia, è colui che non sa perdonare e colui che non si lascia perdonare. Colui che non vuole rimettere i debiti del fratello, come Dio li rimette a noi. Colui che pensa di non dovere ricevere alcun perdono, perché perfetto e farisaicamente giusto in tutto e per tutto.
Questi sono i due motivi di scandalo per la vita del regno nelle nostre comunità e nelle nostre famiglie.
La correzione fraterna, fatta con carità, è l’unica vera medicina. La correzione fraterna non è discussione, è una carezza ruvida che noi facciamo all’altro, guai se si tramuta in dito che accusa e in sberla: diventiamo scandalo per lui, non gli permettiamo di potere ammettere il suo errore, quindi non gli permettiamo di pentirsi, non gli permettiamo di potere ricevere il perdono, di sentirsi di nuovo amato.
Il pentimento, è necessario per potere ricevere il perdono. Il pentimento non è un gesto esterno, è un atteggiamento interiore, è un moto dell’anima e del cuore. Esternamente è quasi impercettibile, non crea clamori, ma viene colto da chi ama.
Di fronte al pentimento vero, nessuno ha il diritto di non donare il perdono, un perdono che ha come base una speranza senza limiti: se pecca sette volte al giorno, e sette volte ti dice: Mi pento, tu gli perdonerai.
L’infinitezza del perdono, nasce da una speranza senza limiti che non ha come base la nostra bravura e la nostra capacità. La nostra bravura e capacità dopo la prima volta che uno ci dice, mi pento, si ferma. Tutte le altre volte sono ritenute una presa in giro.
La base dunque è la speranza della fede, che è rispondere e aderire con amore a Dio che ci chiama per noi e per i fratelli.
Solo la fede che crede contro ogni speranza ci porta a massimizzare le energie che sono in noi da Cristo come tralci uniti alla vite. A orientarle non più all’illusione e delusione dell’estirpare gli scandali da noi e in mezzo a noi, ma alla correzione, alla misericordia e al perdono.
Questo e solo questo ci permette di non cadere e diventare pietra di inciampo, scandalo per il fratello che nasce dal “presumere di essere giusti e di disprezzare gli altri” (Lc 18, 9). Questo atteggiamento è vero nei confronti della comunità di pensieri, convinzioni, desideri che sono nel nostro cuore, ed è vero per tutti i rapporti che noi coltiviamo all’interno della comunità cristiana e della famiglia, piccola chiesa.
No alla meritocrazia, sì alla misericordia. Accettare il male per amore è molto impegnativo. Significa assumerlo su di sé. Per questo Cristo si è immerso nel mare della maledizione, facendosi scandalo e peccato per noi. L’inevitabilità dello scandalo corrisponde alla necessità della croce, con cui chi ama porta su di sé il male dell’amato. Dio accetta lo scandalo come inevitabile, non condanna a morte nessuno perché questo sarebbe il più grande scandalo. Il problema non è che gli scandali ci siano ma che cosa ne facciamo. Ne facciamo motivo di vero scandalo negando la misericordia e non accettandola, oppure il luogo di caduta e perdizione diventa occasione di misericordia e di salvezza?
La macina al collo non è una proposta di pena di morte: dovremmo essere dei farisei puri per presumere di essere giusti e poter condannare gli altri: questo solo atteggiamento sarebbe degno della pena di morte. Ma è una messa in guardia che mostra la negatività dello scandalo, negatività difficilmente avvertita da chi lo dà.
Fare del bene al fratello, come sopra descritto, ci dà la vita perché ci rende simili a Dio; fargli del male è vero suicidio, perché ci rende dissimili da Dio. La nostra vita infatti è essere come lui. Chiamati ad accettare il male e lo scandalo come è denunciandone la malvagità insita.
Senza la fede che dona al nostro cuore lo stesso sguardo di Dio su quelle cose che sono le realtà umane, sarebbe impossibile perdonare senza stancarsi. Come sarebbe impossibile vedere e denunciare gli scandali a noi stessi e al fratello, senza impiantare degli altri scandali sugli scandali dei fratelli divenendo a nostra volta scandalizzatori. Sarebbe impossibile accettare che il fratello ci mostri il nostro scandalo. Sarebbe impossibile continuare a sperare nell’altro e in noi stessi, a sperare che noi e il fratello possiamo migliorare e possiamo cambiare.
PG
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L’oscurità divina di questo giorno, di questo secolo che diventa in misura sempre maggiore un Sabato santo, parla alla nostra coscienza. Anche noi abbiamo a che fare con essa. Ma nonostante tutto essa ha in sé qualcosa di consolante. La morte di Dio in Gesù Cristo è nello stesso tempo espressione della sua radicale solidarietà con noi. Il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più chiaro di una speranza che non ha confini. E ancora una cosa: solo attraverso il fallimento del Venerdì santo, solo attraverso il silenzio di morte del Sabato santo, i discepoli poterono essere portati alla comprensione di ciò che era veramente Gesù e di ciò che il suo messaggio stava a significare in realtà. Dio doveva morire per essi perché potesse realmente vivere in essi. L’immagine che si erano formata di Dio, nella quale avevano tentato di costringerlo, doveva essere distrutta perché essi attraverso le macerie della casa diroccata potessero vedere il cielo, lui stesso, che rimane sempre l’infinitamente più grande. Noi abbiamo bisogno del silenzio di Dio per sperimentare nuovamente l’abisso della sua grandezza e l’abisso del nostro nulla che verrebbe a spalancarsi se non ci fosse lui….”.
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