Luca 17, 11-19
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».
Con questo brano Luca inizia la terza tappa del vangelo: quella che introduce a Gerico che è la porta della terra promessa. Da dove il popolo, dopo quarant’anni di deserto, provenendo dalla schiavitù d’Egitto, è passato combattendo per potere finalmente entrare nella terra promessa.
Stiamo percorrendo una strada impercorribile per noi, stiamo viaggiando verso Gerusalemme, ma solo Gesù è degno di questo cammino verso la città santa. È proprio lui, unico pellegrino degno di questo cammino, che ci rende possibile il camminare: è lui che ci invia a compiere ciò che ci è vietato.
Noi lebbrosi non possiamo entrare in città, non possiamo camminare sulle vie di comunicazione: lui ci invia ad entrare in città, lui ci alza e ci manda salvati dalla fede. Lui è il Samaritano che viene incontro a noi per farsi carico della nostra lebbra.
Lo strumento che ci permette di avvicinarci a Lui e alla città, è la preghiera del Nome: “Gesù maestro, abbi pietà di noi”. È la preghiera del pellegrino.
Noi che non siamo più abituati a camminare: viaggiamo molto. Noi che non camminiamo più verso la città santa, viaggiamo a vuoto come delle trottole. Noi siamo chiamati a rimotivare il nostro viaggiare/camminare rimettendo accanto al nostro vuoto vagare/viaggiare il vero motivo del nostro pellegrinare: la città santa: meta di tutto il nostro vivere è abitare nella casa dell’amore del Padre.
La preghiera del Nome “Gesù maestro, abbi pietà di noi!”, diventa la preghiera del pellegrino. Una preghiera che la spiritualità orientale, sintetizzando tutta la spiritualità del vangelo ha così stigmatizzato: “Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivente, abbia pietà di me peccatore!”.
Questa preghiera è sintesi di chi Cristo è: uomo Gesù, Signore della storia, Cristo unto dal Padre e Messia atteso, Figlio di Dio nel quale il Padre si è compiaciuto e che noi siamo chiamati ad ascoltare. È sintesi del nostro rapporto con lui: abbia pietà di me peccatore: siamo lebbrosi e bisognosi di essere guariti; chiediamo a lui, esprimendo il nostro desiderio, che ci renda capaci e degni di camminare sulla via della città celeste.
Noi siamo lebbrosi: la lebbra più grande che ci mangia la vita, disgregando il nostro corpo e il nostro spirito, al giorno d’oggi è quello di non sapere più riconoscere il fatto di essere malati. Non riusciamo più ad invocare perché non riusciamo più a vedere di avere bisogno di guarigione, non sappiamo più riconoscere la nostra malattia, la nostra infermità. Non vediamo che la vita, il soffio vitale esce dal nostro cuore e dalle nostre case, fino a spirare.
Nel nostro vagare giornaliero e domenicale ripetiamo la preghiera: “Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivente, abbia pietà di me peccatore”.
Perché questa preghiera indirizzi la nostra persona e tutto quello che facciamo verso la direzione giusta. Perché nel vuoto girare che tante volte ci accompagna, possiamo ritrovare una presenza, la presenza del Signore della storia che, al di là dei nostri meriti, ci guarisce e ci invia verso Gerusalemme. Ci guarisce, ci rialza, ci fa stare in piedi come il Risorto e ci manda, da salvati, ad annunciare con la vita la Buona Novella.
Siamo nella realtà dell’impossibile: chi può guarire dalla lebbra? Chi può perdonare i peccati? La salvezza che nessuno può raggiungere è già stata donata a tutti e dieci gli uomini: ma uno solo torna.
Questo popolo di lebbrosi costituito da ebrei e da stranieri, la malattia e la povertà unisce ciò che normalmente noi vorremmo diviso, che rompe ogni norma (ebrei e stranieri non potevano andare insieme; i lebbrosi non potevano avvicinarsi alle città e alle persone sane), incontra la sanità fisica e la incontra con una invocazione (Gesù maestro, abbi pietà di noi!), la incontra con un gesto di obbedienza (andate a mostrarvi ai sacerdoti). Ma uno solo incontra la salvezza: colui che obbedendo viene risanato, disobbedendo (non va più dai sacerdoti) viene salvato. L’obbedienza vera è ascolto di tutto quello che sentiamo, vediamo e viviamo. I 9 si sono fermati a quello che hanno ascoltato: andate dai sacerdoti.
Il Samaritano dopo avere ascoltato, ha visto la sua guarigione, se ne è accorto e l’ha vissuta come motivo di incontro: è tornato alla fonte della vita. Non si è accontentato di un bicchiere di acqua, ma si è rivolto direttamente alla Fonte Gesù.
Uno straniero libero da schemi precostituiti: era legge che gli ebrei guariti dalla lebbra si presentassero ai sacerdoti che dovevano attestare la loro guarigione. Questo straniero riconosce, con la sua disobbedienza obbediente, che ormai Cristo sostituisce il tempio per attestare la guarigione. Comprende che non è più grande chi sa riconoscere una guarigione, ma chi la compie. Tornò lodando Dio a gran voce: dice a tutti le grandi opere che il Signore aveva compiuto in lui e per lui.
Riconoscere la propria malattia ci permette di chiedere la guarigione e di accogliere il dono della stessa guarigione. Riconoscere la guarigione ci permette di ringraziare, di lodare e di rendere gloria a Dio. Fare questo ci permette di ritornare a camminare sulla vera via pellegrina verso la vera Gerusalemme. Ritornare significa testimoniare le grandi opere che Dio ha compiuto e compie nella nostra vita, facendo opera di testimonianza per Lui.
La salvezza, donata a questo uno, non è guarire dalla lebbra, ma incontrare chi ci ha guarito. Per far questo bisogna ritornare, ritornare alla sorgente.
Al dono deve corrispondere il nostro grazie al donatore. Solo il rapporto con lui ci salva: i suoi doni sono semplici mezzi per metterci in comunione con lui.
La salvezza è tra il “già” e il “non ancora”: già offerta, ma non ancora accolta da tutti. Ancora nove su dieci non sanno che la loro vita è stata condonata dalla morte, vivono/viviamo e muoiono/moriamo ancora da lebbrosi.
Colui che si accorge che non è più lebbroso non solo nel corpo ma anche di dentro; colui che è disponibile a cambiare la sua mentalità, a non essere più lebbroso dentro; a non andare più ramingo lontano dalle città e dagli uomini, lontano dal Signore della vita e della storia, colui che si accorge della conversione cercata e ricevuta…
L’essere lebbroso è un po’ come essere drogato o pieno di virus: la cosa più difficile da cambiare non è non assumere più droga, ma cambiare lo stile di vita, la mentalità con cui la vita si affronta e ci sfugge soprattutto nelle sue difficoltà e drammaticità. Chi è disponibile a riconoscere e a cambiare questa sua mentalità e ad innamorarsi di nuovo di Dio, questo tale riceve l’ordine da Gesù: Alzati!
Alzati richiede di stare in piedi, di risollevarsi, è il verbo e l’atteggiamento del Risorto, di colui che era morto ed ora vive, era perduto ed è ritornato alla vita.
Alzati e va’! Va’, è il termine usato nel vangelo per il mandato dei discepoli, per la missione, per la testimonianza. Sei stato guarito, hai riconosciuto di essere stato guarito ed hai riconosciuto il tuo guaritore: ora va’ e annunzia, lodando Dio, le grandi cose che Dio ha compiuto in te.
Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivente, abbia pietà di me peccatore!
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