Luca 17, 5-10

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».
Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sradicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.

Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?

Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

L’ambiente in cui ci troviamo è ancora la tavolata con i farisei e gli scribi a cui Gesù ha raccontato le tre parabole sulla misericordia del Padre: la pecora smarrita, la dramma perduta, il Padre misericordioso.

Fare esperienza della misericordia e dell’amore di Dio porta ad amare il fratello peccatore come noi peccatori siamo stati amati da Dio: questa è la sorgente di una vita nuova, non schiava della vendetta e della missione ai lontani.

“Accresci la nostra fede”, dicono gli apostoli: la fede è innanzitutto un dono di Dio! se Dio non ci avesse amati per primi noi non potremmo avere fede, saremmo ancora nell’oscurità incapaci di vedere: è dunque un dono, un dono d’amore, un dono di luce: “In Lui era la Vita e la Vita era la Luce degli uomini”.

Chiedere che sia aumentata la nostra fede significa chiedere un aumento di amore e di luce di Dio in noi da una parte; dall’altra significa chiedere un supplemento di amore di noi in risposta a Dio. Fede è un rapporto di amore con Dio.

Questo non basta! Noi non possiamo fermarci ad un semplice credere, quindi amare Dio, perchè siamo chiamati a credere, quindi amare, in Gesù Cristo nato, morto e Risorto. Credere che Dio, in nome del quale si sono fatte e si fanno tante guerre, non è più Dio ma è Padre; credere che questo Dio che non è più Dio abita dentro di noi tramite lo Spirito santo, è cosa essenziale.

Il nostro credere non può essere un credere in noi stessi, nelle nostre capacità, nella bellezza del nostro ombelico adornato di un orecchino ombelicale. Il nostro credere deve essere incentrato sull’amore di Dio.

È questo amore di Dio che ci può portare a fare cose impossibili e impensabili!

Capisco che una cosa è bella ed è giusta, per questo mi butto con fiducia nell’amore di Dio, non nelle mie capacità: così realizzo quello che mi è dato da realizzare.

La fede basata sull’amore di Dio è fonte di speranza. Una speranza che non ci chiede di fare cose astruse o sensazionali, da saltimbanchi che strappano applausi al pubblico perché con una parola sradicano un albero e lo trapiantano nel mare. Una speranza che ci chiede di compiere miracoli secondo il nostro cuore e secondo il cuore di Dio.

Quante cose nella nostra vita e nel nostro mondo vanno storte e a noi piacerebbe poterle raddrizzare: la fede, questo rapporto di amore con Dio, e la speranza, che ci sostiene nella nostra testimonianza, diventano innanzitutto preghiera per quella situazione; preghiera che si tramuta in amore per quella situazione o quella persona così come è.

L’amore spinge la nostra fantasia e la nostra creatività a ricercare strade nuove per affrontare quella situazione: l’amore ci fa capire quello che possiamo e quello che non possiamo fare ed essere in quella situazione, ci fa osare l’inosabile. Osare l’inosabile è lasciare le cose come stanno amandole per quello che sono anche soffrendoci sopra. Affrontare le cose per quello che è possibile affrontarle osando, uscendo allo scoperto, non nascondendoci più dietro un banale “non ci riesco” o “non ne sono capace”.

Qui nasce la risposta alla fede, la fede di Abramo che sperò l’insperabile e credette l’impossibile. Come si fa a credere che un uomo di cent’anni (Abramo) e una donna ormai in menopausa (Sara) possano ricevere in dono un figlio (Isacco = colui che ride)? Eppure questo è avvenuto perché Dio se la ride dei nostri schemi e delle nostre convenzioni e delle nostre regole naturali e di tutti i consigli medici che dicono guai a un figlio prima e poi e durante la vita. Figuriamoci delle promesse dei politici!

La risposta di fede è senza merito: sono amato da Dio! Per amore amo Dio che mi chiama a sé e mi chiama ad andare verso l’altro.

La risposta della fede è il servizio: preparare la tavola sapendo che fra poco la dovremo preparare e dovremo probabilmente ricevere le critiche per quello che abbiamo preparato perché era troppo o troppo poco, oppure non era buono, oppure potevano far così o cosà.

Servizio: quante volte nella nostra vita nostra madre ci ha preparato la tavola e ha dovuto subire le nostre critiche, e non ha neppure ricevuto un grazie o un bacio di riconoscenza; quante volte ha dovuto prepararla in silenzio, da sola mentre noi leggevamo il giornale, oppure guardavamo la TV, oppure ci facevamo un sonnellino: quante volte!

Senza ricevere indietro niente. Le nostre mamme sono servi inutili, servi con le palle! Di questi servi ha bisogno il Regno di Dio, non di gente che si ferma alla prima difficoltà perché non riceve apprezzamenti: gli manca ancora le carezze della mamma senza le quali non sa vivere.

Il dono gratuito che il Padre ha fatto a noi può e deve diventare dono gratuito per l’altro, per il fratello. Preparare la tavola per chi non ha da ringraziarti e da darti indietro se non un sorriso.

Essere capaci di lavorare per il Signore perché è bene per me e per il fratello, significa essere capaci di instaurare rapporti nuovi, non più roba economicizzata.

Qui sta il guadagno della gratuità con cui siamo chiamati a rendere viva la nostra fede e a fare diventare messa la nostra vita, e non solo quel po’ di tempo che passiamo in chiesa: questi sono rapporti nuovi.

Siamo servi inutili, abbiamo fatto quanto dovevamo fare: se mi capitasse di fare il bene vorrei potere dire: “non l’ho fatto apposta”, come canterebbe Gaber.

Gesù avendo amato i suoi li amò sino alla fine. Prese un asciugatoio lavò i piedi ai suoi discepoli e li asciugò. “Ed ecco una donna peccatrice di quella città … venne … si rannicchiò ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato” (Lc 7, 36-38).

Questo è il servizio che a partire dal nostro peccato e dalla misericordia di Dio siamo chiamati ad attuare nei confronti dei nostri fratelli.

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