Luca 17, 7-10
In quel tempo, Gesù disse:
«Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».
Una prima precisazione va fatta sull’ultimo versetto che la CEI traduce “siamo servi inutili”. Ormai molti autori concordano sul reale significato di questo versetto che è “siamo semplicemente servi”. In greco la parola usata significa “inutile” o “senza utile”, e questo secondo significato meglio si adatta al significato di tutto il brano che ha come centro la gratuità del nostro agire.
Detto questo ricordiamo che questo brano fa un tutt’uno con i versetti 1-6 che abbiamo meditato ieri, è la quarta parola che Gesù indirizza ai discepoli: dopo la parola sullo scandalo (1-2), quella sulla correzione fraterna (3-4), quella sulla fede vista come risposta alla misericordia del Padre (5-6), quella riguardante la gratuità.
Il centro di questo brano è: no alla meritocrazia. No all’essere servi che si meritano l’amore del Padre – il figlio maggiore della parabola del figliol prodigo la dice lunga su questo aspetto; – no all’essere servi che si meritano gli applausi degli uomini – tutta la discussione che precedentemente Gesù ha fatto con e contro i farisei che amano i primi posti è chiarissima al riguardo; – no all’essere servi che pensano di essere nel giusto e disprezzano gli altri – il presumere di essere giusti contro chi si ritiene giustamente peccatore porta alla propria condanna, non alla giustificazione; – no all’essere servi che pregano mercanteggiando – la cacciata dei mercati dal tempio ci illumina; – no all’essere servi che digiunano per farsi vedere – i sepolcri imbiancati servono solo a nascondere il marciume che c’è dentro; – no all’essere servi che danno solo quello che gli avanza o che gli è chiesto – l’obolo della vedova che dà tutto quanto aveva per vivere è emblematico di come la nostra carità debba essere; – …
Siamo persone che vivono la gratuità perché coscienti che il Padre a noi tutto ha donato in modo gratuito. Nell’ambito di questa gratuità siamo chiamati ad accorgerci sempre più che lavorare per il Signore è bene per me e per il prossimo. È bene soprattutto perché questo mi permette di instaurare rapporti nuovi.
Questa quarta parola riguarda la gratuità del ministero, dell’annuncio che prolunga nel tempo ed estende a tutti il mistero della misericordia del Signore. Un mistero che porta ad amare il fratello peccatore per primi, come noi siamo stati amati per primi. La gratuità di questo ministero è segno essenziale dell’amore e sigillo di appartenenza a lui. Ci fa come lui: schiavi per amore. È la massima libertà che rende simili a Dio.
Siamo dunque passati dalla fede personale, come punto di partenza, al lavoro apostolico di annuncio agli altri, proprio di ogni cristiano, pur con modalità diverse. Fino a che un cristiano non arriva all’annuncio, non dà ragione della sua fede, non dà testimonianza, non arriva ad una fede adulta. Uno capisce realmente quello in cui crede solo quando testimonia, finché uno ha una fede solo ricevente, base di ogni fede, non cresce: rimane un bambino sempre in dipendenza del latte della mamma.
L’annuncio-testimonianza è quello dello schiavo che lo rende simile al suo Signore, tutto del Padre e dei fratelli. Un annuncio che porta a due azioni: l’aratura segno della semina, gesto altamente gratuito: si butta senza ricevere nulla; e quella del pascolare: chiamati ad essere come Cristo, pastori dei fratelli.
Il servire: chi vuol essere il primo tra voi si faccia vostro servo. Per il mondo, per il nostro modo di pensare e di credere, la libertà consiste nel farsi servire. Per Dio la libertà consiste nella necessità di servire per amore. Attenzione che servire per amore è un’azione che si e ci auto-alimenta: se l’amore si esaurisce significa che non è amore fin dall’origine. Può avere momenti di stanca, momenti di scoraggiamento, ma non perde mai il centro del suo muoversi a servizio degli altri: ci porta sempre a riflettere sulla nostra identità e sull’identità dell’amore stesso.
Quello che il Signore ci dona dalla richiesta dell’“aumenta la nostra fede”, è la libertà di essere come lui, mediante la carità, schiavi gli uni degli altri. Ci chiede di spendere la nostra libertà per qualcosa di valido, anziché continuare a cincischiare con la vita. Spendere la nostra libertà per qualcosa di valido non significa scegliere delle imprese belle, appariscenti, grandiose: significa avere il coraggio di spenderci ogni giorno nella gratuità del rapporto con Dio, con noi stessi e con i nostri fratelli. Liberi da ogni recriminazione di merito.
Per questo siamo chiamati ad essere semplicemente servi, cioè senza guadagno, ma semplicemente perché siamo suoi e apparteniamo a lui. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date (Mt 10, 8).
Concludendo: la misericordia, necessaria al discepolo per superare lo scandalo e perdonare efficacemente, è quell’esperienza profonda di fede da cui scaturisce la missione al mondo, come testimonianza dell’amore gratuito di Dio.
La fede vera, quella che sa prendersi cura del fratello, riconciliandosi con lui senza misura, è la passione d’amore che fa fare tutto per l’altro, senza aspettarsi ricompense o vantaggi, come un «servo, senza utile.
A.Vianello
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