Luca 18, 1-8

In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: 

«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.

Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».

E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Il vangelo di quest’oggi ci invita ad uscire dall’indifferenza. Quell’indifferenza che non porta più a giudicare se una cosa è buona oppure no, quell’indifferenza che ci porta sul baratro dell’“una cosa vale l’altra”, sull’ abisso del “ma fa lo stesso”.

Quando noi ci incamminiamo, e la nostra società molto cammina su questa strada, sulla via dell’indifferenza, pensiamo di potere in questo modo risolvere i problemi minimizzandoli. In realtà minimizzando i problemi, non facciamo nulla per affrontarli e per risolverli, e i problemi, o se vogliamo il male, si ammucchiano fino a divenire irrisolvibili.

Minimizzando il debito pubblico l’Italia, e con lei altri paesi, è arrivata sul baratro del fallimento col rischio di non riuscire più a risalire la china. Il risultato è che gli ambiti di manovra si sono ristretti sempre più, rendendoci quasi paralizzati, impossibilitati ad uscirne.

Lo stesso capita per la nostra vita: a forza di ammucchiare debito, male su male, diventiamo quasi impossibilitati a risolverlo e a venirne a capo. Diventiamo sempre più incapaci di scegliere il bene e di farlo. E allora? Allora meglio l’indifferenza del “ma una cosa vale l’altra”. Mai bestemmia più grande fu proferita nella storia dell’umanità. Sarebbe come dire che mangiare una manciata di noccioline o una manciata di chiodini è la stessa cosa: pazzesco. Pazzesco eppure tranquillamente accettato e pubblicizzato come segno di tolleranza e come segno di libertà. Mentre invece, il più delle volte, è solo indifferenza e incapacità ad affrontare la vita vivendola fino in fondo.

Il vangelo ci invita a pregare e a pregare sempre, senza stancarci. Ciò significa avere il coraggio di vivere le nostre battaglie, facendoci carico anche di quelle dei nostri fratelli, al cospetto di Dio, con la pace di Dio in cuore.

Il coraggio della battaglia contro i nemici, fino a passarli tutti a fil di spada è, per noi, oggi battaglia contro ciò che è male e contro ciò che fa male. Salutisti come siamo, attenti a ciò che mangiamo e non mangiamo, ci siamo quasi resi dei noiosi malati sani che debbono stare attenti ad ogni piccolo cibo non sano, come se ce ne fossero magari qualcuno più sano dell’altro. Rischiamo di trattarci da malati nella nostra vita da sani. Noi così attenti al cibo, ci dimentichiamo di ciò che fa bene al nostro cuore e al nostro spirito, non abbiamo più attenzione alla nostra persona. Il nostro livello di maturità si ferma alla semplice fisicità, che è il primo livello di scoperta, quella del bambino.

La vedova fastidiosa, nella piana della sua quotidianità, buca le nuvole con una preghiera che fa sempre, senza stancarsi mai. Una preghiera che crea fastidio ma che ottiene la vittoria. Una preghiera e una battaglia per la giustizia. Una preghiera che è battaglia contro un giudice disonesto. Una preghiera rischiosa. Una preghiera che sembra battaglia impossibile contro il male e i malvagi. Una preghiera che diventa vincitrice proprio grazie alla sua perseveranza.

Una preghiera che non consiste in belle parole o in bei sentimenti che spiattelliamo in faccia a Dio e al prossimo. Una preghiera che è spada per una lotta impari contro il male e il malvagio. La preghiera per risvegliare in noi forze impensate. Preghiera per ritrovare nella forza del nostro braccio la forza dell’amore di Dio. Preghiera che non è finalizzata all’annullamento, alla uccisione del nemico, dell’avversario. Preghiera, invece, che ha come scopo l’annullamento del male, di ciò che è male. Preghiera che ci porta fuori dall’indifferenza della pianura, per portarci sulla cima del monte e mostrarci, con discernimento, ciò che è bene e ciò che è male. E sulla cima di questo modo, pregando e capendo, noi possiamo ritrovare in noi la forza della scelta, che è l’esatto opposto della non scelta dell’indifferenza.

Così è per la Parola di Dio accolta: ella è viva ed efficace, discerne i sentimenti e i pensieri del cuore, avviandoci ogni mattina sulla via della vita.

Invisibile, buia nel buio

non prego e sono preghiera.

Chandra Livia Candiani

Grazie alla preghiera, noi prendiamo coscienza che la nostra quotidianità, così intersecata con vicende di male, di banalità, di non senso, di mediocrità, può trovare un senso nella più ampia storia che Dio conduce con noi e con il mondo. La preghiera accorda il nostro respiro al respiro di Dio.

Luciano Manicardi

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con addosso non il peccato — che pure gli uomini adorano contare — ma il dolore.

Quel dolore che spacca il fiato, che toglie il nome alle cose,

che fa della notte una stanza senza porte.

Ti hanno lasciato addosso il marchio del gesto, e si sono dimenticati dell’abisso.

Si sono fermati al bacio, e non hanno visto la ferita.

Hanno contato i denari, e non hanno contato le lacrime.

Ma io, stasera, se potessi, verrei a cercarti.

Non per assolverti come fanno i giusti.

Non per spiegarti, che certe anime non si spiegano.

Solo per sedermi accanto. Solo per dirti: resta.

Ancora un momento. Non andare così lontano dentro il tuo buio.

L. Santopaolo

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