18 novembre 2022 Luca 19, 45-48

Giovanni Nicoli | 18 Novembre 2022

Luca 19, 45-48

In quel tempo, Gesù, entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano, dicendo loro: «Sta scritto: “La mia casa sarà casa di preghiera”. Voi invece ne avete fatto un covo di ladri».
Ogni giorno insegnava nel tempio. I capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo morire e così anche i capi del popolo; ma non sapevano che cosa fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue labbra nell’ascoltarlo.

Ed egli mi disse: “Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele”. Così dice l’angelo a Giovanni nel libro dell’Apocalisse.

Continua poi: “Presi quel piccolo libro dalla mano dell’angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza” (Ap 10, 9-10).

È l’esperienza che anche oggi siamo invitati a compiere: ascoltare la Parola di Dio è mangiare di questo piccolo libro. Mentre lo mangiamo lo sentiamo dolce al palato. La sua dolcezza toglie tutta l’amarezza che abbiamo in bocca dopo la notte. Questo libro sana il nostro alito che sa dei miasmi notturni che hanno accompagnato il nostro corpo. È dolce come il miele perché ci conduce nel tempio di Dio, che è la creazione, e ci mostra i verdi pascoli. Mangiando di questo piccolo libro siamo portati a vivere una dimensione che non ci è consueta e che non fa parte della nostra esperienza umana. Mangiando di questo libro siamo condotti nel tempio di Dio, nella “mia casa che sarà casa di preghiera”. Entrando in questo tempio noi rimaniamo meravigliati della bellezza di questo tempio, di questa casa di Dio, di questo suo cuore che batte per noi.

Ma questo libro mangiato, nell’ascolto, entra in noi con tutta la dolcezza della tenerezza di Dio. E se lo sentiamo dolce mentre lo gustiamo in bocca, diventa poi amaro nelle viscere, nel nostro stomaco. È devastante quando arriva nel nostro stomaco, sembra indigesto, ci sentiamo avvelenati.

Nel tempio del Signore, che è il nostro corpo, noi sentiamo il Signore. Lui, Parola vivente da noi mangiata in tutta la sua dolcezza, scaccia tutti i venditori del tempio. Sentiamo Lui che rovescia i tavoli della nostra compiacenza e del nostro commercio, anche quello pio. Sentiamo la sua voce che grida dentro di noi: “della casa del Padre mio avete fatto un covo di ladri”.

È amaro sentire tutto questo scombussolamento dentro di noi, è devastante. Questo piccolo libro rischia di rimanerci sullo stomaco. La reazione è quella di rigettarlo, di vomitarlo per ritornare a stare bene. Sentiamo questo libro come un boccone amaro che ci avvelena e ci uccide. Vorremmo non averlo mai mangiato, vorremmo non averlo mai ingoiato, vorremmo non averlo mai ascoltato. E cerchiamo il modo di evitare di mangiarlo ancora, e ci diamo da fare per poterlo uccidere. Come gli scribi vorremo fare morire questo piccolo libro, questa Parola vivente incarnata in noi e mangiata, ahimè, da noi.

Ma non sappiamo come fare, non sappiamo che cosa fare. Ricordiamo la dolcezza del suo gusto di miele, ma allo stesso tempo sentiamo tutto lo sconvolgimento che opera dentro di noi. Ci troviamo ad un bivio: o non ascoltare più questa Parola tanto devastante oppure farla divenire motivo della nostra esistenza; o non vogliamo più sentire tutta l’amarezza che porta dentro di noi e rinunciamo alla dolcezza del miele della Parola, oppure accettiamo l’opera che questo piccolo libro da noi mangiato opera in noi.

Accogliamo che il nostro corpo, che il nostro spirito, che la nostra persona diventi luogo di salvezza, luogo dove il Signore fa pulizia, luogo che diventa tempio di Dio cioè casa di preghiera? Oppure cerchiamo di allontanare da noi tutta l’amarezza di questo banchetto? Preferiamo tenerci il nostro alito cattivo oppure lo saniamo nelle profondità delle viscere mangiando questo dolce libro tanto amaro?

 Nel nostro quotidiano lasciamo che Gesù Parola vivente continui a operare in noi, oppure la rigettiamo lontana perché troppo attaccati ai nostri commerci interiori e alla salvaguardia di ciò che tanto ci piace, di ciò che non crea amarezza nel nostro stomaco ma, proprio con la sua dolcezza, avvelena la nostra esistenza?

Vorremmo uccidere questa parola ma non sappiamo come fare “perché tutto il popolo pendeva dalle sue labbra nell’ascoltarlo”; perché ci accorgiamo che tutta la bontà della nostra esistenza dipende da queste labbra, dipende dal nutrimento di questo piccolo libro.  E allora rimaniamo interdetti, non sappiamo più che fare.

Non ci resta che ritornare alla visione dell’angelo che ci porge il piccolo libro da mangiare e ricordare, ricordare la dolcezza di questo cibo che purifica le nostre viscere con la sua amarezza tanto vera quanto liberante: è amarezza tanto dolce se la ascoltiamo veramente fino in fondo mangiando di gusto.

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