Luca 2, 16-21
In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.
Io mi sono sempre chiesto che cosa ci trovassero i pastori, di tanto stupefacente, nella scena del presepe: i pastori erano poveri, i più poveri della società di quel tempo. Il loro lavoro era uno dei più disagevoli e peggio pagati: giorno e notte all’aperto, in qualsiasi stagione e con qualsiasi tempo. Le condizioni dei pastori non sono cambiate di molto, ai giorni nostri: se capitate nella Bergamasca, in primavera e vi concedete una passeggiata lungo gli argini dei fiumi – ci sono ottime piste ciclabili -, incontrerete i pastori che conducono le greggi di pecore dagli alpeggi, ai pascoli di pianura: naturalmente non sono italiani, dormono in una roulotte, vestono praticamente di stracci; da non crederci, nell’Occidente del XXI secolo. Per gente così, era normale vedere un bambino che dormiva in una mangiatoia, riscaldato dal respiro di un bue.
I nostri vecchi raccontano che, quando erano bambini, dopo cena, tutta la famiglia si raccoglieva nella stalla, non a caso, l’ambiente più caldo della casa.
E allora, mi ri-chiedo, che cosa c’era di tanto stupefacente nella scena di una giovane coppia di sposi, Maria e Giuseppe, ‘alloggiati’ in una stalla con il loro bambino?
Lo stupefacente, la novità inaudita, ciò che fa del Vangelo qualcosa di assolutamente originale e mai sentito, per i pastori, così come per i ricchi, è che quel bambino, nato in condizioni così precarie, è il Messia, il Signore dei signori, il Re dei re, il Figlio di Dio, Dio fatto uomo!
Senonché, lo stupore non sorge mai da solo!
E qui la gente si divide in due gruppi: i poveri, che non possiedono nulla, che non hanno nulla da perdere, che sono più inclini a credere in un Messia così: “È uno di noi, presto imparerà la fatica di vivere, conoscerà l’amarezza della povertà e ci saprà capire, più di un re nato in un palazzo. Non potrà che farci del bene; per questo conviene credergli; per questo speriamo in lui e lo seguiremo; non appena ci chiamerà, accorreremo da ogni parte! Siamo tanti, la società la mandiamo avanti noi! Faremo ai nostri padroni una bella sorpresa!! Le sorti finalmente si capovolgeranno! I ricchi cadranno in disgrazia e noi saremo riscattati! È giunta l’ora!”.
Se così ragionavano i poveri, i ricchi pensavano tutto il contrario: “Ma chi è quello lì? Un re di Israele ce l’abbiamo già, basta e avanza! Ci mangia più della metà dei nostri soldi, che poi non se li tiene neanche ma li esporta in ambiti di potere. E Roma, e chi si identifica con lei, sui nostri soldi ci campa alla grande! E ora ce ne arriva un altro di potere? Non ci serve! A meno che, questo ‘nuovo Messia’ non passi dalla nostra parte e ci aiuti a liberarci in un sol colpo di Erode e di Roma e di Mosca e di Gerusalemme. Al momento opportuno lo costringeremo a scoprire le carte. Staremo a vedere”.
E dopo aver lasciato che l’immaginazione rappresentasse l’accoglienza fatta al Signore, torniamo alla scena del presepe: ebbene, lo stupore provato dai pastori, non è niente, rispetto a quello che avrebbero provato tutti, ricchi, poveri, sani, malati, orfani, vedove, cittadini, stranieri: quando quel neonato ormai divenuto trentenne, avrebbe, appunto, scoperto le carte.
La prima carta è la pace: “Verrà a visitarci un sole che sorge per dirigere i nostri passi sulla via della pace.” (Lc 1,79): è la profezia di Zaccaria, alla nascita di suo figlio Giovanni il precursore.
La seconda carta è ancora la pace: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama.” (Lc 2,14): così cominciava il canto degli angeli, la notte santa!
La terza carta è nuovamente la pace: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”(Gv 14,27): promette il Signore agli Apostoli, durante la cena di addio.
La quarta carta è sempre la pace: “Pace a voi!” (Gv 20,19): così saluta gli Undici il Cristo, apparendo loro la sera della risurrezione.
Beh? Tutto qui? PACE? “Se vuoi la pace, preparati alla guerra!”, sentenziavano gli antichi. E la rivoluzione, il riscatto sociale tanto vagheggiato dai poveri? E la liberazione dallo strapotere romano auspicato dall’aristocrazia di Gerusalemme in combutta coi sommi sacerdoti?
Niente di tutto questo: al suo primo avvento, il Figlio di Dio non fa rumore, non brandisce una spada, o, per dirla con le parole di Isaia: “Non griderà, né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta” (Is 42,2-3).
I poveri della terra dovranno abbandonare le loro aspettative umane-troppo-umane: il Regno dei Cieli non è la risposta politica alle sperequazioni economiche nazionali e internazionali.
La classe al potere ha bisogno della fede per guarire dal peccato di Adamo, la presunzione di autosufficienza, l’idolatria di chi mette qualcos’altro o qualcun altro al posto di Dio.
E Maria? perdonate, la Giornata mondiale della Pace che celebriamo ogni anno il primo gennaio, mi ha distratto dal titolo dell’odierna solennità: comunque, Maria c’entra eccome! San Luca ci dice che Maria custodiva tutte queste cose, meditandole in cuor suo.
Anche noi, facciamo spazio nel nostro cuore, affinché il Vangelo possa mettere radici ed essere custodito come un tesoro geloso. Un tesoro, da non nascondere nel caveau del nostro cuore, ma da mostrare al mondo! Ce lo insegnano i pastori: raccontiamo al mondo la gioia del (nostro) primo incontro con il Signore! Se mai lo abbiamo incontrato.
All’inizio di questo nuovo anno, la liturgia fa risuonare la parola benedizione che, da Aronne in poi, si compie nel nome di Gesù. Sotto la protezione di questo nome vogliamo mettere allora ogni giorno, ogni attimo, di questo nuovo anno che ci sta davanti, chiedendo nel suo nome che questo nuovo anno possa essere anzitutto un anno di pace.
Piccolo
Per tutto ciò che è stato: Grazie!
Per tutto ciò che sarà: Sì!
Dag Hammarskjold
Se vuoi ricevere quotidianamente la meditazione del Vangelo del giorno
ISCRIVITI QUI
Guarda le meditazioni degli ultimi giorni
4 Novembre 2025 Luca 14, 15-24
E non avevo fame. Allora capii
che la fame è un istinto
di chi guarda le vetrine dal di fuori.
L’entrare, la disperde.
Emily Dickinson
Non c’è niente di male a svolgere il proprio lavoro, a mangiare e bere, a sposarsi … Ciò contro cui Gesù ci mette in guardia è il rischio di lasciarsi soffocare dalla quotidianità, perdendo di vista il senso di ciò che facciamo. Ci si può lasciare sommergere dal fare fino a non accorgersi più che la cena è già pronta e che essa giudica le nostre cene.
L. Cremaschi
3 Novembre 2025 Luca 14, 12-14
Donare è spontaneità e gratuità. La danza del dono non prevede contraccambio. «Io do perché tu dia agli altri».
Enzo Bianchi
Le persone veramente libere sono quelle che fanno delle scelte a fondo perduto, senza attendere per forza un contraccambio.
Esse sono libere perché sono tremendamente gratuite nel loro modo di vivere.
L. M. Epicoco
2 Novembre 2025 Giovanni 6, 37-40
La nostra vita non finisce con la morte. Entriamo in una nuova esistenza. E quell’esistenza – è la nostra speranza – sarà un’esperienza di Dio più completa rispetto a quanto ci permetta la nostra esistenza attuale. Ed è proprio questo che stiamo celebrando oggi. Nel mistero eucaristico celebriamo la morte e la resurrezione di Gesù e al tempo stesso la nostra stessa morte e la nostra stessa resurrezione. Stiamo celebrando ciò che siamo nel profondo, che siamo già dei risorti, anche se ancora non ci è manifesto.
Willigis Jäger
Giovanni Nicoli | 31 Dicembre 2023