Luca 21, 1-4

Alzati gli occhi, vide i ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro del tempio. Vide anche una vedova povera, che vi gettava due monetine, e disse: “In verità vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato più di tutti. Tutti costoro, infatti, hanno gettato come offerta parte del loro superfluo. Ella invece, nella sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere”.

 

E ancora una volta una donna ci conduce nel Regno di Dio. Ci conduce con tutta se stessa. Ci conduce con la tenacia delle cose e delle persone vere. Ci conduce con tutta se stessa su di una via, che è la via che conduce al regno di Dio, che noi riteniamo inutile e superflua. Mentre invece è l’unica via che apre all’oggi di Dio. Lei che compie un gesto superfluo per i nostri occhi malati che non sanno più sollevarsi dal terreno delle cose a cui sono inchiodati, compie per Gesù il gesto più vero e più completo: dona tutto quanto aveva per vivere.

Non vorrei addentrarmi in un terreno tortuoso e alle volte troppo sfruttato politicamente. Ma come facciamo a non vedere in questa vedova l’emblema della donna, spesso sfruttata, che manda avanti il mondo? La donna che non appare, la donna con le gonne. Non la donna manager e professionista che ha più del maschio che della donna, ma la donna che con le piccole cose quotidiane manda avanti il mondo.

Che significato e che senso ha pulire la casa nella quale vive la propria famiglia, casa spesso vissuta come un albergo? Socialmente è ritenuta cosa di poco conto se non inutile, cosa a cui tanti e tante non si vogliono abbassare. Eppure l’ambiente che accoglie è vita per i tanti che la vita la sfruttano e non la vivono. Loro sono là col loro straccio, radicate con le loro radici nel terreno del dono, un dono che a volte le consuma fino ad abbruttirle. Ma loro sono là! Ripeto, non voglio dettare alcuna legge con questa mia riflessione, ma semplicemente tentare di scorgere quei gesti, da noi ritenuti da nulla, che permettono alla nostra società di andare avanti.

Sono i gesti dei piccoli e delle piccole del Regno che aprono le porte del Regno ai tanti che manco si accorgono che il Regno c’è. Anzi, come questa povera vedova, le tante che compiono questi gesti giudicati di poco conto e con nessuna risonanza sociale sono tali senza che neppure loro se ne accorgano. Come la povera vedova non sa di essere il simbolo del vero discepolo, non sa di essere la vera discepola, così le tante donne, e grazie a Dio anche i tanti uomini, che mandano avanti la baracca con tenacia e con costanza risultano essere le vere discepole del Regno, coloro che, giovani o vecchie poco importa, tengono aperte le porte del Regno di Dio rendendocelo attuale oggi, qui in mezzo a noi.

Non entro in merito ad una giustizia sociale e a un diritto alla dignità che sono già di per sé schiacciate. Ma giustizia e dignità sono superate dallo sguardo che Gesù leva da terra. Mentre i ricchi gettano con enfasi il loro superfluo Gesù ha lo sguardo inchiodato a terra. Appena sente tintinnare due spiccioli che sono tutto ciò che la povera vedova ha per vivere, Gesù alza gli occhi, è preso per mano da questa povera vedova ed è condotto sulle strade del Regno a scoprire il tanto che è seminato oltre i campi dell’apparenza.

No, noi uomini non siamo capaci di tanta totalità. Noi facciamo cose grandi e visibili, noi abbiamo bisogno di vantarci e magari facciamo anche tanto, ma il cuore di questa povera vedova chi di noi lo può imitare? Noi siamo capaci di tenere le redini della chiesa e di volere essere i pastori/comandanti di essa, ma chi sa aprire con un gesto di cuore le porte del Regno di Dio come sa fare questa vedova? Credo che dovremmo ritirarci tutti a vita privata, sarebbe più dignitoso e più evangelico.

Quante donne povere mettono al mondo figli, li amano, si fanno in quattro per portare a casa un po’ di stipendio perché quello del marito non basta, e poi seguono le proprie case, lavano e stirano, cucinano e rassettano e poi le senti col cuore che scoppia di amore sia nella buona come nella cattiva sorte. E manifestano tutta la loro preoccupazione e la loro capacità di amore con una lacrima che quasi non riesce più a scendere, tanto esauste sono. Eppure loro danno tutto quanto hanno per vivere, per questo sono le prime discepole del Regno, per questo loro conducono l’umanità su vie sempre più obsolete e poco battute, ma che sono le vere vie del Regno. Loro risvegliano la parte migliore di noi, quella parte che aspira alla condivisione e alla totalità secondo l’immagine di Dio che portiamo in noi, secondo l’immagine di Gesù Cristo Re dell’Universo che ci ama dall’alto della sua croce.

Una povera vedova ci accompagna e fa la portinaia del Regno: brutta professione quella del portinaio, ma senza una portinaia le porte del Regno non si aprono. Professione con poca dignità, eppure, a ben guardare, professione senza la quale non vi può essere entrata. E le porte si aprono nella totalità del dono che non guarda alla quantità ma alla qualità. E mi viene da dire: impareremo mai ad amare noi uomini? Quando avremo la grazia e la forza di capirci ancora qualcosa di quel mondo immenso di amore che è Dio incarnato in una povera vedova, che è Dio incarnato in ogni donna che dà alla luce, che porta alla luce, che dona luce?

Lei è la prima cittadina del Regno di Gesù Cristo Re dell’universo, di sicuro non lo siamo noi preti e vescovi e cardinali che ci pensiamo detentori della verità del vangelo: nulla di più falso e di ipocrita.

La povera vedova, chissà che nome aveva: forse era una semplice Pina o Maria? La povera vedova senza nome è l’emblema, il vessillo, la bandiera da seguire. È lei Gesù Cristo incarnato, è lei il nostro Natale da seguire nel dare tutto e nell’aborrire il superfluo, il dare il meno possibile che tanto avvelena i nostri rapporti e ci porta su vie che vie del Regno non sono.

E se cominciassimo ad alzare gli occhi e a scoprire che la via del tutto donato e amato è la vera via della salvezza per noi, per il nostro mondo, per la nostra chiesa che spoglia di ogni trionfalismo ritornasse all’essenzialità del Regno?

Forse qualcosa ritorneremmo a capire. Come la presentazione della piccola Beata Maria che oggi festeggiamo.

Se vuoi ricevere quotidianamente la meditazione del Vangelo del giorno
ISCRIVITI QUI

Guarda le meditazioni degli ultimi giorni

 

31 Marzo 2026 Giovanni 13, 21-33.36-38

Giuda, fratello mio…

Ci sono solitudini che fanno rumore.

La tua, Giuda, no.

La tua cade in silenzio, come una moneta sul fondo del mondo.

E io ti penso lì, fratello smarrito, ultimo tra gli ultimi,

con addosso non il peccato — che pure gli uomini adorano contare — ma il dolore.

Quel dolore che spacca il fiato, che toglie il nome alle cose,

che fa della notte una stanza senza porte.

Ti hanno lasciato addosso il marchio del gesto, e si sono dimenticati dell’abisso.

Si sono fermati al bacio, e non hanno visto la ferita.

Hanno contato i denari, e non hanno contato le lacrime.

Ma io, stasera, se potessi, verrei a cercarti.

Non per assolverti come fanno i giusti.

Non per spiegarti, che certe anime non si spiegano.

Solo per sedermi accanto. Solo per dirti: resta.

Ancora un momento. Non andare così lontano dentro il tuo buio.

L. Santopaolo

30 Marzo 2026 Giovanni 12, 1-11

Noi vorremmo provare a entrare in questa settimana Santa accompagnati dal profumo del nardo di Maria, dall’immagine di questo aroma che si espande fino ad arrivare addirittura sotto la croce. Sarà questo il modo migliore per tenere lontane le continue immagini di morte che ci vorrebbero distogliere dal profumo della vita che Cristo ci è venuto a donare con la sua Risurrezione.

Dehoniani

Hanno deciso la tua morte, ma io ti profumo con ciò che fa vivere, l’hai insegnato Tu che l’amore fa esistere.

Tu ci hai riempito d’amore. Ci ami troppo, piccoli e peccatori come siamo, e io ti ricambio con questo troppo di profumo.

Ermes Ronchi

29 Marzo 2026 Matteo 21, 1-11

La Parola non è prima di tutto un comando, una direzione, un cosa fare, ma una promessa che vince anche le nostre morti. L. Vitali
Per noi l’eternità è una questione di quantità (un tempo che non finisce), ma nel Vangelo l’eternità è questione di qualità. Gesù non promette ai suoi discepoli un ombrello assicurativo per ripararli dagli inconvenienti che possono capitare (uno tra tutti la morte) ma insegna che a decidere la felicità o l’infelicità, la realizzazione o il fallimento personale non è ciò che capita, ma il modo con cui reagiamo a ciò che capita: sostenuti, nutriti e guidati dalla sua parola sarà sempre possibile scegliere di amare, perciò di scegliere la vera vita (anche sulla croce). P. Lanza

Share This