Luca 21, 29-33
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Osservate la pianta di fico e tutti gli alberi: quando già germogliano, capite voi stessi, guardandoli, che ormai l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino.
In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno».
Centrale sembra essere, nel brano odierno, l’esperienza del vedere, dell’osservare, del guardare. Un’esperienza aperta all’ascolto della realtà e della Parola di Gesù.
Se guardiamo al nostro oggi cosa vediamo? Degli orari da rispettare, delle cose da fare, dei passaggi critici, dei momenti di convivialità, una settimana che sta finendo, un giro che ci attende, e poi la notte. Se guardiamo al nostro oggi vediamo delle cose giustapposte e nulla più?
Se noi guardiamo gli sconvolgimenti sociali vediamo guerre sommerse e guerre aperte, guerre illegali e guerre legali chiamate interventi umanitari. Vediamo gente che perde il posto di lavoro e gente che viene ridotta sul lastrico da chi la crisi l’ha auspicata. Vediamo gente che si arricchisce grazie alla borsa, spina nel fianco sempre più chiara di chi produce e crea posti di lavoro. Vediamo gente che si incontra e gente che si lascia. Vediamo morti di fame e persone che non riescono a trovare più senso alla loro esistenza. Vediamo giovani sempre più viziati resi sempre meno capaci di gestire la propria esistenza e il proprio futuro. Vediamo anziani sempre più soli e abbandonati e sempre meno significativi nella nostra società.
Vediamo! Ma riusciamo a vedere in tutto questo, come ci invita a fare Gesù, dei germogli che annunciano l’arrivo dell’estate, l’arrivo del compimento della speranza? Se guardiamo con occhi bassi e torvi certamente no. Tutto è visto e vissuto come problematico. E guai se così non fosse. Anche la più piccola banalità deve essere drammatizzata, se si vuole che la notizia buchi lo schermo e tocchi gli ascoltatori. Guardiamo ed impariamo: ciò che non crea clamore, ciò che non buca lo schermo, ciò che non ha bisogno del drammatico e di drammatizzare: queste sono le cose vere che siamo chiamati a vedere, a osservare, a guardare.
Questi sono i germogli di speranza di un mondo nuovo che vanno coltivati e curati. Sappiamo che vi sono cose che non vanno nella nostra vita e nel nostro mondo. Ma cosa pensiamo di ottenere continuando a declamarli e magari ad aprire una voragine di negatività dove anche il bello viene risucchiato?
Una casa la si costruisce a partire da fondamenta solide, non declamando e basando le stesse continuamente su ciò che è fragile. In montagna si va camminando sul terreno solido non continuando a sdrucciolare su quello sdrucciolevole, lamentandosi che il terreno non è solido come vorremmo e non vedendo che siamo noi che andiamo a cercarlo per poterci poi lamentare del nostro lento e incerto incedere.
Osservare i germogli del fico, significa osservare i segni anche drammatici che avvengono nel mondo in mezzo ai quali segni avviene un gesto bello che è la saggezza della povera vedova che dona tutto quanto aveva per vivere. Il fico è l’albero della saggezza che va contemplato nei suoi germogli, nel mio oggi. E i germogli sono che il mio andare di oggi non sia una semplice giustapposizione di cose da fare, di cose fatte e di impegni da onorare, ma sia invece un camminare condito dalla mano rugosa della povera vedova.
Ritornare a guardare ascoltando i segni di vita che germogliano in mezzo a noi è il messaggio che il vangelo dona a noi oggi. Ritornare ad accorgerci che c’è un albero e avere il coraggio di guardarlo e di conoscerlo nelle sue diversità e nei suoi cambiamenti. Nel nostro andare abbiamo ancora il coraggio di contemplare un’alba o un tramonto, o il sole che sorge è solo un fastidio che mi impedisce di vedere bene quando batte sul parabrezza della mia automobile?
La rivelazione non è cosa del futuro, la Parola rivelata e incarnata nella vita è cosa d’oggi, è cosa del presente. Anche se noi non vogliamo, Dio e la sua sapienza matura perché sempre vi sarà una mano rugosa di povera vedova che getta la sua vita nel tesoro della nostra esistenza. Un gesto finale, un gesto che fa crollare le pietre dei templi inutili, un gesto che apre le porte ai fratelli e riapre i canali di comunicazione fra noi e Dio.
Siamone certi “il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”, dice il Signore! Siamo docili all’accoglienza di queste leggi naturali che abitano la nostra esistenza.
Abbiamo bisogno di altri occhi, di un cuore tenero come quel ramo che si lascia dilatare dalla fame della vita, costi pure uno strappo, costi pure una lacerazione. Abbiamo bisogno di imparare a guardare bene, come Pollicino in cerca di sassolini per ritrovare la strada, per scoprire meravigliati i segnali di un Dio che ama nascondersi nei frammenti, nelle piccolezze che siamo abituati ad ignorare o a sottovalutare, nelle minuzie che ci sfuggono davanti agli occhi.
Luigi Verdi
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