Luca 21, 34-36
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra.
Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».
Alleggerire il nostro cuore è una delle imprese più belle a cui siamo chiamati. Alleggerire il cuore significa diventare, giorno dopo giorno, capaci di vegliare. Alleggerire il cuore significa desiderare essere più liberi dai nostri trascorsi e da modi di gestire la vita che abbiamo sempre ritenuti essere buoni e furbi, quando in realtà buoni e furbi non sono.
Il nostro cuore può essere appesantito da svariati motivi.
I nostri ricordi del passato sono senz’altro uno dei motivi importanti, che ci appesantiscono. Non sono tanto i ricordi coscienti della nostra vita, quanto invece quelli incoscienti. Dentro di noi si muovono affetti e ricordi che ci sfuggono di mano. Sono ricordi che hanno lasciato in noi una traccia che non sempre è positiva. Ma questo fa parte della vita. Ciò che rischia di diventare impedimento è invece il fatto che noi non ci rendiamo conto di questa esperienza che in noi continua a muoversi con la sua rabbia o la sua delusione, con le sue illusioni o con le sue incapacità.
Alleggerire il nostro cuore significa innanzitutto renderci conto di quanto il nostro cuore contiene. Questa è una impresa che chiede tutta la nostra vita ed è un’impresa che è quotidiana. È troppo importante per potere essere trattata con un incontro ogni tanto, magari un incontro spirituale seppur bello. Come la nostra mente noi la curiamo ogni giorno, come noi curiamo più volte al giorno il nostro corpo, così dobbiamo essere sempre in contatto con il nostro spirito per liberare sempre più e sempre meglio quel campo che è in parte terra buona ma in parte terreno sassoso pieno di rovi.
Altro motivo di appesantimento possono essere i nostri bisogni che noi scambiamo per desideri. I nostri bisogni toccano una parte della nostra persona sia essa fisica come spirituale come intellettuale. I desideri coinvolgono tutta la nostra persona.
I bisogni sono cose momentanee che hanno una loro importanza, ma solo i desideri si spingono oltre la siepe a ricercare quel senso della vita che sembra noi abbiamo perso di vista. Confondere i due momenti significa declassare i nostri desideri a bisogni trattandoli nella stessa maniera.
I bisogni chiedono una gratificazione quasi immediata e terminano con la gratificazione, i desideri no! I desideri non chiedono gratificazione, chiedono senso. I desideri sono per loro natura irrealizzabili nella loro totalità. I desideri sono l’orizzonte verso cui camminare: più ci avviciniamo a lui e più lui si allontana e si amplia. Ma non crea frustrazione perché più si allontana e si amplia e più alimenta in noi la voglia di conoscere e di amare e di comprendere di più. Il desiderio è una lancia scagliata verso il futuro, il bisogno è una continua richiesta di gratificazione qui ed ora. Riuscire a cogliere i nostri bisogni alleggerendoci di quelli che necessari non sono e lanciandoli verso il futuro rinunciando a rispondere ad essi in modo automatico, apre il nostro cuore al desiderio.
Abbiamo visto due esempi ma potremmo continuare oltre. Ciò che ci interessa cogliere è che la chiarezza del cuore e dell’animo, l’alleggerimento degli stessi, è una scommessa di vita essenziale che ci umanizza e ci apre sempre più ad un campo di libertà nella fede.
Una libertà mai conquistata ma sempre ricercata. Una libertà vissuta come desiderio di guardare oltre e non come bisogno da gratificare facendo quello che mi pare e piace qui ed ora. Una libertà che diventa campo aperto perché la fede possa germogliare nella nostra umanità rendendoci più umani e più veri.
“Vegliate in ogni momento pregando”, ci invita a fare il Signore quest’oggi, perché possiamo essere liberi di scegliere la vita su cui seguirlo con cuore libero e fedele. Così potremo gridare nel silenzio del nostro cuore Marànatha, vieni Signore Gesù. Vieni nel nostro cuore e nel nostro animo pronti ad accoglierti e a rinnovare ogni giorno il nostro desiderio di te.
La veglia che ci propone Gesù è un vivere nella preghiera continua, intesa non come recita ininterrotta di formule, ma come il coltivare un rapporto cuore a cuore col Padre, l’unico che può alleggerire il nostro cuore nonostante tutte le fatiche della vita. Allora, «comparire davanti al Figlio dell’uomo» non sarà presentarsi davanti ad un giudice, ma incontrare finalmente l’amico che ci ha accompagnato e sostenuto in tutti i nostri passi, nonostante tutte le nostre cadute. Se attendiamo questo, la veglia non potrà che essere attesa di gioia.
Dehoniani
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