fbpx

1 dicembre 2018 Luca 21, 34-36

Giovanni Nicoli | 1 Dicembre 2018

Luca 21, 34-36

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra.
Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

È bello potere stare a contemplare le nuvole che si rincorrono nel cielo, come è bello potere condividere un pasto in amicizia. Quando tutto questo passa il segno le nuvole belle ci accorgiamo essere nuvole senza pioggia, portate via dal vento, che non irrigano la terra. Vivere l’attesa è vivere l’autunno non come alberi senza frutto, ma come momento di passaggio. Vivere la fine di un anno liturgico senza i botti di capodanno è una opportunità impagabile, se abbiamo ancora il coraggio del silenzio e della contemplazione.

State attenti a voi stessi, è l’invito di Gesù oggi, state attenti al lievito dei farisei che è continuamente alla porta e bussa. Se cammini male e comincia a farti male la schiena o la gamba, solo se stai attento ad ogni passo che fai, facendolo con una postura più adeguata, puoi cercare di rieducare ciò che tale educazione di postura ha perso. Se vogliamo anche questa è un’opportunità per ripartire.

Non cedere alla paura del buio che a noi richiama la morte. Non chiudere gli occhi perché abbiamo il cuore stretto da paura e tristezza, oppresso dalle nostre incertezze quotidiane. Aprire gli occhi, non appesantire il nostro cuore nella danza del consumo o del black friday, riconoscere a noi stessi la verità di paure nascoste dietro l’ombra del buio e delle zone d’ombra. Reagire con paura di fronte a queste realtà della vita è il vero problema della nostra vita, che ci rende figli della morte e della notte.

C’è una presenza bella ed impalpabile che è più che fisica e che si può sperimentare quando una persona cara ci ha lasciati. La giudichiamo tristezza, la gente ti guarda cercando fatica e disperazione o dolore, mentre invece c’è solo presenza bella e avvolgente.

Se noi abbiamo il cuore appesantito ricerchiamo continuamente di risollevarci con mezzucci che hanno il fiato corto e che non possono portare molto lontano. La tecnica dell’anestetizzare la vita come soluzione dei problemi è forse il più grande problema che noi abbiamo. Così perdiamo la bellezza della presenza dell’assenza come della morte, perdiamo la bellezza del vedere in verità quanto c’è senza dovere andare alla ricerca sterile di colpevoli più o meno reali. Essere nella vita significa accoglierla come è cercando di viverla in modo bello, qualsiasi cosa ci capiti.

Credo che questo sia un atteggiamento del vegliare bello e buono. L’ansia di godere per sfuggire al buio e alla paura, anziché godere del buio e contemplare la paura, è agire da stolti: cerchiamo di anestetizzarci in cerca di ciò che manca. È il programma di noi, ricchi stolti: riposa, mangia, bevi e godi, si diceva il ricco arricchito ancor più, perdendo in tal modo la sua vita quella notte stessa, perché da stolto si è comportato. Anziché condividere col povero Lazzaro alla porta, si è ucciso con le sue mani cercando di anestetizzare le sue paure con le cose. Come se le cose o gli animali potessero sostituire la bellezza di un amore gratuito donato, invitando al banchetto chi non potrà ricambiarti.

Noi possiamo realmente riposare e gioie, dissetandoci e saziandoci, solo nel vivere in modo rispettoso di ciò che siamo fatti. Non siamo fati per la paura e per la morte. Paura e morte fanno parte della nostra vita, ma se alziamo il capo nell’attesa potremo capire la luce che splende sulla morte e sulla paura. È tempo di smetterla di disumanizzare morte e paura rifiutandole e negandole. È tempo di viverle come parte integrante della nostra esistenza: ne scopriremo delle belle.

Per questo vigiliamo! Vigilare, in greco, significa dormire all’aperto attenti ai rumori insidiosi della notte. Vigilare è l’atteggiamento di chi cerca di acchiappare sonno quando il sonno non viene. Vigilare non significa non riposare, ma vivere il tutto, riposo compreso, come vita e non come fuga dalla vita e negazione della vita.

Alziamo il capo, non lasciamoci accecare dallo spavento. Vigilare non è fare gli struzzi che sognano un mondo migliore nascondendo la testa sotto terra, per non vedere. La vigilanza del cristiano non è fuggire dal buio ma vivere il buio stesso con occhi da civetta: il suo sguardo penetra l’ombra della notte. Vegliare è essere attenti al dentro e al fuori, contemplandolo e comprendendo quello che realmente c’è, senza fuggire da nulla.

Così possiamo vedere oltre, contemplare ciò che ci viene incontro, comprendere ciò che sembra incomprensibile, agire secondo sapienza e non secondo stoltezza fatta da atteggiamenti finalizzati ad anestetizzare la vita anziché a vivificarla.

Vigilare e pregare, significa stare diritti di fronte all’orizzonte della vita che si apre al mattino col sole che sorge e di fronte all’orizzonte della vita che si chiude mentre tramonta il sole sotto il nostro sguardo contemplante la vita che si offusca nella bellezza di un tramonto rosso di vita e di calore, oltre che di colore. Alziamo il capo: oggi viene a noi come Fratello colui che ama la nostra vita più di noi stessi. Camminando cantiamo il canto: Vieni, Signore Gesù! Stiamo diritti, perché tutto questo è speranza di vita, non di morte.

Guarda le meditazioni degli ultimi giorni

 

Nessun risultato

La pagina richiesta non è stata trovata. Affina la tua ricerca, o utilizza la barra di navigazione qui sopra per trovare il post.