Luca 4, 14-22a

In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode.
Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo o solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:

«Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, 
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi
e proclamare l’anno di grazia del Signore».

Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca.

Il testo del profeta Isaia che Gesù legge nella sinagoga in giorno di sabato, è il testo con cui Isaia annuncia l’anno giubilare definitivo.

Per noi l’anno giubilare, vale a dire l’anno santo, quest’anno 2025, rischia di essere una pia devozione dove lucrare indulgenze e dove si fanno dei bei pellegrinaggi a Roma. Ci si confessa, si partecipa alla messa, ci si comunica e tutto finisce lì. È una pia devozione personale che non coinvolge il mio rapporto con l’altro.

L’anno giubilare, per il popolo di Israele e per la sua legislazione, era invece un anno sociale. Il centro dell’anno giubilare era la terra che ritornava nelle mani dei fratelli. Tutto doveva ritornare come all’inizio, quando la terra era stata distribuita a tutti i figli di Israele. La ridistribuzione della terra, il ritorno della terra ai legittimi proprietari che erano i fratelli, era una legge dove si riconosceva, in fondo, la paternità di Dio.

Che bello! Se noi siamo fratelli e nessuno può continuare a possedere la terra dell’altro più di tanti anni, Dio non può che essere nostro Padre.

Gesù è venuto a realizzare l’anno sabbatico definitivo, l’anno santo quello vero, quello che ci rende fratelli e rompe la menzogna di una fraternità che si proclama in chiesa e che si sconfessa nel quotidiano, fuori dalla chiesa. L’anno sabbatico, quello santo, che Gesù è venuto a realizzare, quello definitivo, è il compimento della creazione stessa. La creazione, dono del Creatore, è per tutti i figli di questo mondo e chi si arricchisce a discapito dell’altro, cosa quasi impossibile da non farsi, è ladro ma soprattutto omicida. Quante persone muoiono di fame non perché sono lazzarone, come ci piace giustificarci, ma perché noi siamo da sempre ladri e sfruttatori di quella terra che a loro non ha mai fatto mancare nulla. E non importa se gli sfruttatori sono europei, americani o cinesi. Fino a che non comprenderemo che la terra è di tutti e che deve sempre ritornare a tutti, non vi sarà pace in questo mondo e l’annuncio di salvezza, la buona notizia, l’evangelo, sarà solo una barzelletta per gonzi che si ostinano a dirsi cristiani perché vanno in chiesa alla domenica.

La paternità di Dio e la figliolanza di Lui, la si può vivere in concreto solo nella fraternità. La fede in Dio non può non diventare giustizia nuova fra gli uomini. Quella giustizia che nessuno potrà mai toglierci. Quella giustizia che nessuno potrà mai darci. Solo il Padre e la fratellanza tra fratelli, potrà essere dono di giustizia vera. Illusi? Forse sì! Ma preferisco essere illuso nel giusto e nell’amore, nella fraternità e nella figliolanza, piuttosto che ingiusto nella solitudine e nel rifiuto della paternità di Dio.

L’anno giubilare definitivo, o santo che sia, che Gesù ha annunciato come sua vocazione, come motivo della sua incarnazione, non può non diventare prioritario per la legislazione della chiesa. Il suo annuncio deve di questo essere impregnato. La sua testimonianza non può che avere al suo centro questo dono, che non può mai essere ai margini. Le sue scelte dovranno a questo ispirarsi. Se il diritto canonico non contempla questo, e a me pare che proprio non lo contempli, non può più essere legge della chiesa. Se le scelte della CEI, del Vaticano, del popolo di Dio, di tutti i religiosi e di chiunque sia chiesa, non saranno ispirate a questo, non potremo dirci discepoli di Gesù, non potremo dirci cristiani che vivono l’Anno Santo.

L’oggi è determinante nella nostra vita perché viviamo solo oggi. Se oggi non ascoltate non entrate. Per cui tutto dipende: se oggi ascoltiamo o non ascoltiamo. Tutto dipende da quale parola oggi mettiamo dentro. Noi diventiamo contemporanei alla parola che ascoltiamo. Allora vediamo un po’ le coordinate di tutta l’azione di Gesù: è l’anno giubilare, cioè la realizzazione della giustizia e della libertà sulla terra. Avviene nella forza dello Spirito, cioè nella forza della Parola. Avviene Oggi.

Fausti

Se vuoi ricevere quotidianamente la meditazione del Vangelo del giorno
ISCRIVITI QUI

Guarda le meditazioni degli ultimi giorni

 

25 Febbraio 2026 Luca 11, 29-32

Non occorrono altri segni al di là di quelli che la vita ci mette sul cammino.

Occorre piuttosto la capacità di leggere la vita a partire dal segno permanente

che per noi resta Gesù Cristo, il suo mistero di morte e di risurrezione.

A.Savone

La pretesa del segno è la morte dell’amore e chiede a Dio di obbedire a noi, ribaltando la bellezza della nostra fedeltà a Lui.

Gesù non può dare un segno perché Lui è il segno,

Luce che viene nel mondo e che i suoi non hanno accolto.

PG

24 Febbraio 2026 Matteo 6, 7-15

Rivolgerci al Padre con poche, asciutte parole non significa raffreddare il nostro rapporto filiale con la sua bontà paterna, ma semplicemente imparare a rimanere umilmente di fronte al mistero della sua volontà, nell’attesa che diventi presto anche la nostra. Significa dimorare nella fiducia che i nostri desideri saranno ascoltati non a forza di parole, ma con parole — e silenzi — forti di speranza.

R. Pasolini

Pregare non è mendicare, ma intensificare la propria vita.

Giovanni Vannucci

23 Febbraio 2026 Matteo 25, 31-46

Il giudizio del Figlio dell’uomo giudica il tipo di sguardo che abbiamo sul povero e sul bisognoso. Giudica il nostro giudicare l’altro per cui il carcerato è uno che ha ricevuto ciò che si merita, lo straniero è uno che disturba la nostra tranquillità, il malato è uno che sconta i suoi peccati, il povero uno che potrebbe lavorare di più … Il giudizio divino giudica il nostro chiudere le viscere a chi è nel bisogno (cf. 1Gv 3,17). Giudica il nostro sguardo che vede nell’altro un colpevole e non una vittima. Lo sguardo che Gesù ha sempre avuto nei suoi incontri con tante persone nel corso sua vita ha sempre visto la sofferenza degli umani ben più e ben prima che il loro peccato.

L. Manicardi

Share This